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Sartre e la critica al razzismo.

23 novembre 2005 - Hamid Barole Abdu

“Vedi quell’uomo laggiù?”
“Si.”
“Beh, lo odio.”
“Ma tu non lo conosci.”
“Per questo lo odio.”

Allport W. Gordon

“Provate a valutare” dice Ben Jelloun “in un uomo il bisogno d’essere accettato, amato, riconosciuto; il bisogno di vivere nella dignità, il bisogno d’essere con i propri cari, nell’amore della propria terra. Non si vuol sapere se questi corpi desiderano. Non lo si vuole sapere, però vengono usati e accusati di mali, sotto forma di immagini terrificanti: il razzismo comune fornisce dei lavoratori immigrati l’immagine d’una violenza sessuale che può appagarsi soltanto nella perversità, nello stupro e nel crimine”.
“L’immigrato, abbandonato al suo isolamento”, prosegue ancora Ben Jelloun “è l’oggetto di due immagini contraddittorie: quella di una trasparenza – un uomo che esisterebbe soltanto come oggetto nella produzione, escluso dal desiderio e dall’affettività. Da un lato, lo si teme e si diffida di lui, dall’altro, non lo si vede affatto, non si presta alcuna attenzione alla sua esistenza, nella sua complessità e nelle sue differenze, non lo si riconosce. Si preferisce ricacciarlo nell’indifferenza, lasciarlo nel ghetto dei suoi simili”.
“Déjà vu”, un quadro, questo, già visto, sentito, avrebbe detto Jean-Paul Sarte mezzo secolo fa. Sartre aveva studiato, analizzato, approfondito tutti questi aspetti della grave patologia di cui erano affetti gli occidentali ai quali Sartre accusava come gli “antichi tiranni” di Fanon, degli stessi delitti contro i colonizzati del Terzo Mondo (ed in particolare della sua Francia). Ecco, quando Sartre dice “… la colonia è nello stesso tempo di sfruttamento” e “l’Europa, dividendo per imperare, ha moltiplicato le divisioni, le oppressioni, forgiato classi e talvolta razzismi…”. Sartre guarda ancora più indietro, sfoglia le pagine del passato perché gli europei, colonizzati di oggi, schiavisti di ieri, possano prendere coscienza delle loro malefatte: “Quelli sono i vostri pionieri, voi li avete inviati oltremare, vi hanno arricchito…” ed adesso, continua, “… Voi liberali, così umani … fate finta di dimenticare che avete colonie e che là (i vostri mercenari) massacrano in vostro nome”. Sartre definisce Fanon il primo ideologo dopo Engels, con uno spessore politicizzato, e lanciò un messaggio (agli ipocriti liberali): “… non crediate che un sangue troppo vivo o sventure d’infanzia gli abbian dato per la violenza non so quale gusto singolare: egli si fa interprete della situazione, niente altro”. Sartre cerca di far vedere la palese oppressione dei colonizzatori: “… I nostri soldati, oltremare, respingono l’universalismo metropolitano, applicano al genere umano il numerus clausus”: poiché nessuno può – senza reato – spogliare il suo simile, asservirlo od ucciderlo, pongono a principio che il colonizzato non è simile dell’uomo…. (i soldati) hanno l’ordine di abbassare gli abitanti del territorio annesso al livello della scimmia … di trattali da bestie da soma…. La violenza coloniale non si propone soltanto lo scopo di tenere a rispetto quegli uomini asserviti, cerca di disumanizzarli… per disintegrare il loro carattere”.

Niente sarà risparmiato per liquidare le loro tradizioni, per sostituire le nostre lingue alle loro, per distruggere la loro cultura….non fa altro che realizzare un vero e proprio lavaggio del cervello….resi, in termini psichiatrici, “traumatizzati” … l’aggressione colonialista s’interiorizza in Terrore nei colonizzati. Sartre offre una lettura, in termini psicopatologici: i danni provocati negli oppressi che “… in certe psicosi, stanchi di essere insultati tutti i giorni, gli allucinati si immaginano … di udire una voce d’angelo che li complimenta”. Così, i colonizzati, per difendersi dall’alienazione, contro la disperazione e l’umiliazione, trovano rifugio nei riti e nella religione. Sartre non si ferma solamente a fornire causa ed effetto, indica la terapia: “… E il colonizzato si guarisce dalla nevrosi coloniale cacciando il colono con le armi”. Strada indicata e già teorizzata da Fanon e condivisa da Sartre, che susciterà serie polemiche. Entrambi sostengono “… far fuori un europeo è prendere due piccioni”.

Sartre, spostando il campo del suo analisi verso la questione ebraica afferma che l’ebreo è creato dall’antisemitismo perché, dice Sartre, “se l’ebreo non esistesse, l’antisemita lo inventerebbe”. Per Sartre ciò che costituisce la singolarità ebraica è innanzitutto la decisione della collettività di considerare gli ebrei come diversi, di tenerli emarginati.
Ancora una volta entra in gioco l’etnocentrismo come causa di tutti i mali degli occidentali. Secondo Sartre, l’antisemita è irrazionale, ma ha bisogno dell’esistenza dell’ebreo per fondare la propria superiorità.
Contestualizzata in questo momento storico, secondo la mentalità eurocentrista, molto diffusa oggi come allora, basata sulla superiorità economica nei confronti dei Paesi non occidentali, esiste una cultura che si colloca nettamente al di sopra di tutte le altre e che è in grado di comprendere in sé tutte le altre: la cultura europea appunto.
La sensibilità di Sartre non si manifesta solamente rispetto i problemi palpabili sotto i suoi occhi, ma affronta il disagio a livello planetario. Il suo richiamo a risvegliare le coscienze degli uomini non lo fa con l’abito del predicatore, bensì parte da se stesso, dalla sua capacità introspettiva. In questa breve citazione, abbiamo la fotografia nitida di Sartre uomo, pensatore, attento rispetto la sofferenza del suo prossimo, letta in chiave esistenzialistica è sintetizzabile in: “Nessun uomo è un’isola. E’ lo sguardo e la tenerezza di altri uomini a costruire ogni uomo. E’ dalla complementarietà, dalla reciprocità che nasce la vita. Io sono l’altro, l’altro è me. Per ogni martire, c’è un assassino. Non posso essere libero, né mangiare in pace, se nello stesso istante, a qualche centinaio di chilometri, un bambino sottoalimentato entra in agonia”.
I temi fondamentali della filosofia sartriana quale la libertà dell’individuo, il rapporto profondo con la propria coscienza e il senso di responsabilità che ne consegue.

Con la mentalità eurocentrista, l’europeo colonizza, anzi fagocita quelli che secondo lui sono esseri inferiori, appunto, i popoli non europei.
“Quanti anni che vivi in Europa?, chiede un bianco ad un africano, in un dialogo citato da Fanon nel suo libro “Il negro e l’altro”. L’africano risponde: “tanti”. Il primo risponde: “allora tu sei uno di noi. Gli altri non ti somigliano, le tue riflessioni sono come le nostre, ti comporti, ti vesti, pensi come noi, da europeo. E poiché l’europeo non ama che l’europea, tu ami come l’europeo. Quindi ti sposi una bella bianca”.

Per Fanon i due meccanismi mentali che entrano in gioco, tra il bianco-razzista e l’africano-razzizzato, sono il meccanismo di proiezione ed identificazione. L’identificazione: bianco/positivo, nero/negativo provoca all’africano al contatto con la società bianca il tracollo dei valori interiorizzati, la scoperta cioè di essere visto come quel nero che egli ha interiorizzato come negativo e quindi di odio e rifiuto – l’africano quindi si interiorizza e per poter ristabilire il proprio mondo di valori respinge la propria origine (nera, selvaggia) e cerca di “bianchificarsi”. Questo processo è dovuto dalla imposizione culturale, da una situazione culturale imposta attraverso miriadi di strumenti di informazione e di pressione psicologica che condizionano la visione del mondo della collettività di colore.
Ogni popolo in cui si sia instaurato un complesso d’inferiorità a causa dell’avvenuta distruzione dell’originalità culturale locale, è posto di fronte al linguaggio della nazione civilizzatrice, cioè della cultura metropolitana. Il colonizzato si allontanerà tanto maggiormente dalla “foresta” che gli è propria, quanto avrà fatto più suoi i valori culturali della metropoli.
Fanon è critico e molto attento su questi meccanismi in quanto consapevole che questi meccanismi sono armi di distruzione di massa per la mente dell’africano, insomma del nero.
Ci sono neri, dice Fanon, che vogliono dimostrare ai bianchi, ad ogni costo, la ricchezza del loro pensiero e che la potenza del loro spirito è pari a quella dei bianchi. Quando, continua Fanon, un nero si accanisce a dimostrarmi che i neri sono intelligenti quanto i bianchi, io affermo: anche l’intelligenza non ha salvato nessuno e ciò è tanto vero perché se è in nome dell’intelligenza e della filosofia che proclama l’uguaglianza degli uomini è anche in nome dell’intelligenza e della filosofia che si decide il loro sterminio.

Le analisi di Fanon sono ancora più profonde e dimostrano a livello capillare l’effetto distruttivo e condizionante del razzismo nell’esistenza del nero. “Finchè l’africano, dice Fanon, conserva comportamenti di dipendenza (servizievole, ossequioso, umile, sfruttato, inferiore, ecc.) tutto va benissimo; ma se il nero di dimentica la sua posizione di dipendenza, se si mette in testa di essere uguale all’europeo, allora l’europeo si irrita e respinge l’impudente”. L’affermazione del bianco sarà: “…abbiamo civilizzati, istruiti, adesso fanno gl’intellettuali…”. Ancora: “questi neri non sono mai contenti. Qualunque cosa si faccia per loro, qualunque cosa si dica prendono sempre in mala parte! Se li amate credono che abbiate pietà di loro perché sono neri, se gli fate un rimprovero sembra che sia solo per la loro pelle che ve la prendiate”.

Ecco come si mette in moto una catena consequenziale di una costruzione di difesa, la paura che si manifesta attraverso l’aggressività, anche fisica, il pregiudizio, il meccanismo di proiezione di cui si parlava all’inizio del mio intervento.

Che cos’è dunque il pregiudizio?
Potremmo definirlo come l’ostilità che si nutre verso una persona appartenente a un certo gruppo, semplicemente perché appartiene a quel gruppo. Resta comunque in piedi l’altra questione: perché a quel particolare gruppo si attribuiscono le caratteristiche negative che il portatore di pregiudizio proietta su tutti i suoi componenti?
Allport W. Gordon ha elaborato una “scala” del pregiudizio che chiarisce bene quali sono le tappe, per così dire, del percorso. Al primo gradino della scala, il più basso, troviamo il cosiddetto rifiuto verbale; al secondo, la discriminazione (che include la segregazione); al terzo, l’aggressione fisica (che può arrivare allo sterminio).
H. M. Blalock dà una definizione della natura delle interazioni possibili tra i membri di gruppi di minoranza:
1-relazione di sfruttamento: nella quale un gruppo usa l’altro con il preciso scopo di raggiungere i suoi obiettivi. La relazione di sfruttamento è definita dal fatto che la qualità degli scambi nelle relazioni tra le due parti è pesantemente determinata dal potere che il gruppo di maggioranza detiene;
2-comportamento competitivo: quando le due parti gareggiano per ottenere un identico obiettivo, obiettivo che è insufficiente a soddisfare le due parti contemporaneamente;
3-comportamento aggressivo: quando una parte tenta di aggredire l’altra; non necessariamente questa azione deve nascondere la tendenza al raggiungimento di un fine preciso, può essere anche fine a se stessa;
4-discriminazione: quando vengono percepite differenze nel trattamento dei membri del gruppo e dei membri del gruppo di minoranza;
5-comportamento di fuga: comportamento attraverso il quale un gruppo tenta di ridurre l’estensione dei contatti con l’altro.

Non esiste pregiudizio che non sia rigido ed è proprio la sua “stabilità minerale”, come è stata definita, a rappresentare un solido punto d’appoggio per gli individui deboli, frustrati, incerti circa se stessi. Se l’altro sta in basso io, per mediocre e fallito che sia, rispetto a lui mi trovo pur sempre in alto.
Non solo: ma l’uomo del pregiudizio non si sente mai solo poiché chi ne è afflitto avverte l’inebriante sensazione d’essere pari a tutti coloro che lo condividono, anche se a lui socialmente ed economicamente superiori.
E che cosa di più gratificante del trovare una spiegazione “esterna” ai propri insuccessi, attribuendone la causa alla perfidia altrui? Ecco che allora, per mantenere la stima di se stessi, si cerca – e si trova – un capro espiatorio.
Un elemento del pregiudizio che è opportuno sottolineare, è il fatto che chi lo nutre attribuisce la causa della propria ostilità a coloro i quali ne costituiscono l’oggetto (proiezione): si realizza in tal modo il rovesciamento dei ruoli tra il persecutore e la vittima.
Il pregiudizio, cioè l’accusa pregiudiziale, serve per discolparsi: “posso sterminare anche un popolo intero ma non è colpa mia, è colpa sua, che è cattivo”.
Il pregiudizio serve a ripulire la coscienza preliminarmente, diventa un’abitudine come pulirsi le scarpe sullo zerbino prima di entrare in casa, non viene più visto né riconosciuto perché è diventato il cardine di quella porta d’ingresso alla realtà che garantisce la propria innocenza contro l’errore dell’altro.
Nel bisogno di un capro espiatorio, di un nemico, di un colpevole o di un “mostro”, c’è spesso la paura del dubbio circa la propria virtù.
In un pensiero inconscio molto primitivo, l’altro cattivo assicura me buono, così, come dicevo sopra, l’altro inferiore assicura me superiore.
Nello straniero, la sensazione di venire guardato con sospetto, osservato e scrutato come corpo-oggetto portatore, al massimo, di valenze forza-lavoro o di parametri ludici legati all’”esotismo”, finisce per essere introiettata ed assume la consapevolezza della propria marginalità di fronte al rigetto, più o meno larvato, del gruppo ospitante.
Si può presumere che per l’immigrato l’esperienza fondante del sentirsi “diverso” culturalmente, sia costituita dal fatto di percepire il proprio corpo, nelle sue peculiari caratteristiche di colore, odore, tratti fisionomici, gestualità e postura, come qualcosa che è gettato lì (come direbbero i fenomenologi) in un mondo malevole e distaccato, piuttosto che offerto all’interazione umana come una delle modalità antropologiche dell’esistenza.
Si tratta, a questo punto, di una serie di attentati profondi al proprio sé che provocano modifiche al processo di strutturazione della immagine del corpo per la sua collocazione come interfacies tra il sé e il mondo.
Il processo di cambiamento cui deve far fronte l’immigrato richiede una continua messa in crisi delle propria continuità storica e culturale. Come ritrovarsi identici nel cambiamento forzato di consuetudini tradizionalmente acquisite e d’improvviso perdute, nel trapasso da norme di valori ancestrali ad altri, quasi sempre incomprensibili e sentiti come estranei e non pertinenti al proprio substrato culturale?
Ecco quindi che l’identità dell’immigrato comincia a subire i primi, dolorosi insulti e aggressioni nel forzato basculamento che ne deriva tra la fedeltà a sé stessi, alla propria continuità storica e la necessaria modifica al proprio stile di vita e di pensiero che può acquisire il sapore di tradimento.
Si prepara il terreno di una crisi, sul quale possono insorgere problemi antichi o dei quali non si ha consapevolezza.

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