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    Reportage

    Un cpt dipinto d'arcobaleno

    Nel nuovo centro di Gradisca. Moderno, accogliente, ma con le sbarreVisita guidata al nuovo Cpta del Friuli-Venezia Giulia, «aperto» ai giornalisti dopo le proteste. Con il prefetto che finge di non aver preparato l'accoglienza, i locali puliti e il campo da calcio mai utilizzato. Ma anche con le storie, sempre uguali, degli immigrati rinchiusi: poca attenzione nei loro confronti e nessuna tutela dei loro diritti
    13 giugno 2007 - Orsola Casagrande
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    Centro di detenzione di Gradisca, ovvero dove finzione e realtà si mescolano. E la finzione finisce con il prevalere sulla realtà. Cioè sulla vita delle persone che nel centro sono rinchiuse. E che diventano non-persone, detenuti senza reato, se non quello di aver cercato una vita migliore. E' un ragazzo algerino in Italia da 12 anni a sintetizzare che cos'è il centro di detenzione, o cpta come li ha ribattezzati il governo di centrosinistra, centro di permanenza temporanea e assistenza, per sentirsi con la coscienza a posto. «Il cpt è una galera senza diritti. Un posto dove tu puoi parlare per ore, ma le tue parole passano attraverso i loro corpi, i loro volti».
    La visita al centro di detenzione inizia con la finzione. Richiesta da radio Sherwood, il manifesto e Carta il 7 maggio, dopo la direttiva del ministero che autorizza l'ingresso ai giornalisti, la visita è stata possibile solo un mese dopo. Non è vero che i giornalisti possono entrare nei cpt. Possono farlo quando il prefetto decide così. Quindi in data e orario stabiliti dalle autorità. Lunedì a Gradisca i giornalisti erano una decina. Una visita guidata, dunque, e pertanto preparata. Ma il prefetto Pasquale Vergone accoglie la stampa dicendo che «ci stiamo accingendo ad una visita che in modo trasparente e assolutamente non preparato vi permetterà di prendere visione del luogo in cui vengono ospitate queste persone. Se troverete qualche mozzicone per terra o qualche carta di merendina sui tavoli - aggiunge - è perché è così che appare il centro in una normale mattina alle 11». Il prefetto dice anche che sono in corso dei lavori di ristrutturazione che serviranno ad alleggerire, come da direttiva del ministero, la struttura per renderla «più di accoglienza che di restrizione». Scopriremo in seguito che l'alleggerimento è stato effettuato tre giorni prima e prevede l'eliminazione di alcune sbarre che recintavano il simil-cortile usato per l'aria. Il direttore del centro è il signor Paolo Zotti. Nominato dalla cooperativa che gestisce la struttura, la Minerva, spiega che questa «ha vinto la gara d'appalto».
    Qualche dato tecnico: il centro di detenzione di Gradisca ha una capacità di 248 posti. Nel giorno della visita sono detenute (ma il direttore insiste a chiamarli «ospiti») 52 persone. Sono tutti uomini anche se la struttura prevede anche la restrizione di donne. E infatti ne sono state rinchiuse 50 dalla sua apertura. Ma da qualche tempo donne non se ne vedono. Il direttore non spiega perché, limitandosi a un vago «chiedetelo a chi conduce qui gli ospiti». Ma nessuno, né il prefetto, né i numerosi poliziotti in borghese (ma che ci facevano?), rispondono. Si dice che ci siano stati dei problemi quando nel centro erano rinchiuse anche donne. Di che natura è intuibile ma non ci sono certezze. Quel che è certo invece è che bisogna continuare nella finzione. Così il direttore fa l'elenco delle attività offerte agli «ospiti», che sono «sportive, vedrete poi il campo da calcio, ma anche culturali. C'è un laboratorio di pittura, c'è il bar, lo spaccio, la biblioteca, la barberia, il luogo di culto. C'è anche la playstation». Il servizio medico è garantito per dodici ore al giorno, «nonostante la legge ne preveda solo 6. Noi fino a maggio garantivamo assistenza 24 ore su 24».
    La cooperativa Minerva da convenzione con il ministero riceve 75 euro e 12 centesimi al giorno per ogni detenuto. Anche quando i detenuti sono meno della metà della capienza massima? Il direttore non risponde subito. Interviene il presidente della cooperativa, Adriano Ruchini, per dire che «sì, la quota rimane la stessa». Quindi gestire un centro di detenzione è un affare in perdita. Eppure le gare d'appalto sono sempre affollate. Forse si compensa trattenendo gli «ospiti» più del dovuto? Il pensiero maligno è lecito. Il dovuto sarebbe «al massimo 60 giorni». A Gradisca la permanenza media è di 34 giorni. Ma incontreremo anche persone che sono nel centro già da 50 e anche 55 giorni. Già, le persone. Nel racconto del mondo della finzione la parola persona non compare mai. «Ospiti» sono definiti i detenuti. Ma anche gli ospiti hanno diritti. Per esempio ricevere visite. No, nei centri non è possibile. Telefonare. Se hanno un telefonino senza telecamera possono tenerlo (ricaricarlo è un altro problema). La cooperativa dà a ciascuno una scheda da 5 euro ogni dieci giorni. Quasi quanto lo scatto alla risposta di una telefonata in Marocco, anche a notte fonda. Le sigarette vengono elargite nel numero di dieci ogni tre giorni. Ogni commento è superfluo. Fin qui la finzione.
    Passiamo alla realtà. Attraversando un corridoio di sbarre e di porte che si aprono quando si chiude quella precedente, si accede al cortile. In fondo c'è il campo da calcio. «Sempre chiuso», dicono all'unisono i detenuti. Ai lati del cortile ci sono le stanze (ci stanno otto persone). Vi si accede attraverso porte a sbarre e con i vetri antisfondamento. Alla sera chiudono tutto. «E' difficile respirare, specie d'estate». Un giovane tunisino è qui da venti giorni, ha una fidanzata italiana. Lo hanno fermato per strada e siccome non aveva i documenti l'hanno portato a Gradisca. Ora è in sciopero della fame da una settimana. Un altro giovane senegalese invece stava a Firenze, vendeva per strada, dopo aver lavorato per anni in una fabbrica. Ma con il lavoro ha perso anche il permesso di soggiorno. Anche lui è stato fermato per strada ed è finito nel centro di detenzione. C'è anche un giovane marocchino che è qui da più di 50 giorni. «In carcere - dice - si stava meglio. Almeno lì avevo dei diritti». Per esempio poteva ricevere visite e qualche pacco. Alcuni senegalesi e nigeriani che se ne stanno in un angolo inveiscono contro i giornalisti venuti a visitare «gli animali in gabbia e poi quando siete fuori vi dimenticate che siamo qui a marcire». Uno di loro è in Italia da dodici anni. «Ho sempre lavorato, ma quando la fabbrica ha chiuso mi hanno lasciato a casa». Niente lavoro, niente permesso. Quindi la clandestinità. «Siamo qui dentro dimenticati dal mondo», un pensiero che hanno in molti. Rinchiusi perché senza permesso. O perché non hanno rispettato l'ordine di espulsione. «Ma se io torno in Algeria - dice un altro giovane, che non dice il nome come gli altri per paura di ritorsioni - rischio la galera per motivi politici». L'avvocato è un optional. Nel senso che è estremamente difficile riuscire a contattarne uno.
    Da una settimana all'interno del centro lavora anche un ufficio del Cir, centro italiano rifugiati, ma chi vuole accedere al servizio e consulenza deve chiederlo alla cooperativa Minerva. «Ma qui non ci ascolta nessuno», dice un altro giovane. «Se stiamo male - aggiunge - spesso nemmeno ci guardano. Se abbiamo bisogno di aiuto non rispondono». Ne sa qualcosa un altro giovane tunisino che dopo uno sciopero della fame e della sete durato sette giorni è finito in ospedale. Anche la sua è una storia esemplare, simile alle tante storie di queste che si vorrebbero non-persone. Sabri abita a Padova ma lavora in nero a Trento come muratore. Trenta euro per una giornata di dieci dodici ore di lavoro. Per sette mesi ha fatto il pendolare. Ma un giorno mentre si reca al lavoro lo fermano. Non ha il permesso. Via, centro di detenzione. Lui per farsi ascoltare ha rischiato grosso, digiunando con una patologia già seria. Ora è in ospedale. A Tarik, marocchino, è andata anche peggio, dicono i suoi ex compagni di stanza. «Ha una moglie e una figlia regolari qui in Italia», ma nonostante questo sabato scorso è stato espulso. Le storie si accavallano, si incrociano. Scorgiamo un ragazzo magrebino e lo riconosciamo: i nostri figli frequentano la stessa scuola. Che è successo? «Mi hanno preso per strada - dice - non ho il permesso».
    Questa è la realtà. Ma il mondo della finzione non ha finito. Ai giornalisti viene offerta la pizza. «Wow - dicono in coro i detenuti - è la prima volta che la vediamo. Il menù? pasta, pasta e ancora pasta». C'è chi dice che paragonare i centri di detenzione a lager è una forzatura. Ma privare qualcuno della sua libertà, mettendolo in gabbia, perché non riesce ad avere un permesso di soggiorno, perché ritenuto «non abbastanza» per averlo o per rinnovarlo è già di per sé aberrante. Cercare di mascherare l'aberrazione dipingendo i muri con i colori dell'arcobaleno è ipocrita. Meglio sarebbe chiudere tutto.

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