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    Ottenebrati dall'Islam

    In Italia conviviamo con un milione di immigrati islamici.
    11 maggio 2004 - Giuseppe Frangi
    Fonte: Vita online - http://www.vita.it - 26 aprile 2004

    Una sera nel salotto televisivo di Vespa: tra gli altri ospiti il radicale Capezzone, il leghista Cè e Mohamed Nour Dachan, presidente dell'Ucoii, l'Unione delle comunità e organizzazioni islamiche d'Italia. Potete ben immaginare di che cosa si parli ed è tempo perso riassumere le tante stupidaggini che volavano da una poltrona all'altra. Ma una conclusione, molto semplice, molto umana, se volete molto epidermica, ci viene spontanea: il tono, per altro ben noto e quindi per nulla sorprendente dei due rappresentanti italiani, aveva assunto, nel modo di dire, di atteggiarsi, di guardare l'altro, un'inquietante somiglianza con quei volti invasati che ogni giorno le tv ci rimbalzano dall'Iraq lacerato. Eravamo partiti con l'idea di esportare civiltà, tolleranza e democrazia: per ora il trasferimento di valori è stato sciaguratamente opposto. Perché tra invasati per fanatismo e invasati per cinismo, non corre poi una grande differenza.
    Avessimo dovuto scegliere con chi uscire a cena, tra tutti i convitati di quel salotto vespiano, non avremmo avuto dubbi: saremmo usciti con Mohamed Nour Dachan, uomo in punta di poltrona, spesso onestamente in difficoltà davanti alle bordate concentriche di ospiti e conduttore, ma sorprendentemente capace di moderazione.
    L'episodio è minimo ma serve per sollevare una questione che non è affatto minima. Perché tra le tante scorie che una guerra mai abbastanza maledetta ci ha regalato, c'è anche questo velenoso preconcetto che fa dell'islam, e quindi di ogni islamico, un nemico. Un qualcuno da cui guardarsi.
    Può sembrare impopolare o inopportuno sollevare una questione simile mentre qualche pazzo, che si rifà a quella religione, tiene in ostaggio (è martedì sera) dei nostri connazionali in Iraq. Eppure è una questione davvero cruciale, perché fotografa una sorta di “impazzimento” pilotato dell'umano che è in noi. E per evitare “impazzimenti” a volte è bene ostinarsi a usare la ragione.
    Ora la ragione ci dice che in Italia noi conviviamo con quasi un milione di islamici, tra stranieri regolari e clandestini. Un dato come questo può esser osservato da due punti di vista opposti. Il primo, quello più in voga per motivi che vi è facile intuire, ci dice che abbiamo il nemico in casa, che conviviamo con una componente destinata a sopraffarci. Ma c'è un secondo punto di vista, tutto sommato più semplice e più logico: quello che ci porta a considerare come, pur davanti a un fenomeno di queste dimensioni, tutto sommato, tra tanti innegabili inciampi, la convivenza funzioni. Come le macellerie islamiche e le scritte arabe facciano delle nostre città, città un po' più cosmopolite (non sono forse così le più belle città americane?). Come la presenza delle moschee ci riporti nel 99% dei casi segni di una spiritualità intensa, affascinante e tanto radicata.
    La redazione di Vita si affaccia sulla stessa strada su cui si affaccia anche una delle moschee più chiacchierate e più sotto controllo della città. Ogni venerdì l'intero quartiere si trasforma, per il fiume di persone che si dà appuntamento per le preghiere. è una trasformazione che oggettivamente impressiona, per regolarità e anche per la disciplina in cui avviene. Sono facce che portano dentro, visibilmente, un'altra storia, che parlano di un'altra cultura.
    Per quale motivo il fatto di aver aperto le porte a un popolo fatto così, non dovrebbe essere un motivo di ricchezza e di orgoglio? Di ricchezza perché ogni uomo che viene da una storia diversa porta con sé, oggettivamente, una ricchezza di esperienze, di cultura e di tradizioni. Di orgoglio, perché dimostra come la storia da cui invece noi veniamo sia davvero una grande storia, perché apre sempre al diverso, lo accoglie, lo apprezza, ne sente il fascino.
    Per questo quando invece vediamo che la guerra sta inducendoci a tradire innanzitutto noi stessi, ci sembra giusto dare l'allarme. Perché quella è una spirale da cui davvero non si esce. Una spirale che porterà i nemici possibili o immaginari a diventare nemici reali. Che chiuderà le nostre città come delle fortezze in cui sibilano solo i sinistri richiami del rancore e del fanatismo in giacca e cravatta.
    Signor Mohamed Nour Dachan a quando un appuntamento a cena?

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