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    Ecco come li abbiamo salvati

    Dal sito ufficiale dell'organizzazione riportiamo un'intervista ad una radio tedesca del direttore della Cap Anamur. Per ribadire qual è la verità.
    17 luglio 2004 - Muller
    Fonte: http://www.cap-anamur.org - 22 giugno 2004

    Cap Anamur soccorre profughi nel Mediterraneo

    Intervista con Elias Bierde, direttore di Cap Anamur
    (Deutschlandfunk (radio tedesca), 22.06.2004)

    Müller: La nave di assistenza umanitaria Cap Anamur ha tratto in salvo lo scorso fine settimana un gommone carico di profughi a rischio di naufragio. A bordo si trovavano 37 persone. Il gommone, completamente stipato di profughi, aveva subito un'avaria al motore ed era alla deriva tra la costa libica e l'isola di Lampedusa. Elias Bierdel, direttore di Cap Anamur, si trova nel nostro studio. Cos'è successo di preciso?

    Bierdel: Eravamo in viaggio di prova con la nave dopo un intervento di riparazione del motore che avevamo fatto fare a Malta. Ci siamo diretti verso sud (bisogna fare determinati test dopo avere riparato il motore principale) e ci siamo imbattuti in questa imbarcazione in mare aperto. Ma bisogna dire che questo è un tratto di mare nel quale cose del genere succedono abbastanza spesso. Diciamo la verità: le probabilità di scorgere un gommone in mare aperto, un minuscolo gommone stipato di profughi, sono di uno a centomila.

    Müller: Come si è svolto il salvataggio?

    Bierdel: Dopo avere avvistato questo minuscolo gommone, li abbiamo affiancati e abbiamo visto che l'imbarcazione non era in alcun modo in grado di andare per mare, il motore era in panne, una delle camere d'aria era già mezza sgonfia, insomma, c'erano persone in pericolo di vita, e queste persone ci facevano grandi gesti, e sono state naturalmente ben liete di salire a bordo. Le abbiamo assistite, alcune sentivano freddo, e abbiamo dato loro dei medicinali, ove necessario, ma per lo più si sono riprese velocemente dopo essere state rifocillate. Erano rimaste anche senz'acqua. Questa è una cosa che si dovrebbe sapere. Molte persone, in tali situazioni, non muoiono affogate ma disidratate in mezzo al mare.

    Müller: Cosa avete saputo sui profughi?

    Bierdel: Abbiamo ovviamente cercato di sapere da dove venissero esattamente e dove stessero andando. Ma non è facile. È evidente che provengono dall'Africa centrale ma non è ancora del tutto chiaro. Solo alcuni sanno qualche parola di inglese. Noi cerchiamo adesso di organizzare degli interpreti, in parte anche telefonando da qui in Germania a persone che parlano dialetti diversi, per scoprire da dove vengano. Non è ancora del tutto chiaro. Sembra proprio che alcuni vengano dalla zona del Sudan, ma diciamolo col beneficio del dubbio, perché non possiamo ancora stabilirlo in modo inequivocabile. La prima cosa da fare era trarli in salvo, perché è chiaro che abbiamo a che fare con un fenomeno che è ampiamente diffuso in questa regione. Ricordiamo le immagini orrende dell'anno scorso, che sono arrivate proprio da questo tratto di mare, di persone che hanno raggiunto il suolo europeo solo quando erano ormai mezze morte o già cadaveri.

    Müller: Quella dell'anno scorso è stata una delle più grandi ondate di profughi. Si pensa che qualcosa del genere possa succedere anche quest'anno?

    Bierdel: Abbiamo effettivamente l'impressione che stia per verificarsi. Lo dicono anche osservatori del posto. Solo a Lampedusa, solo in questo fine settimana, nella giornata di domenica, sono arrivate sull'isola 135 persone; il giorno dopo, cioè ieri, mentre noi salvavamo 37 persone in pericolo, la guardia costiera italiana rendeva noto che altre 200 persone, che si trovavano a bordo di due barche di legno, erano state tratte in salvo poche miglia più a nord. Si può quindi senz'altro ritenere che il fenomeno stia riprendendo nuovamente, e questo significa la ripresa di qualcosa a cui assistiamo ormai da anni. Una tragedia del mare alle frontiere esterne dell'Unione europea, che in tutti questi anni tante persone - si parla ufficialmente di 3-4000 - stanno pagando con la vita, in qualche punto sperduto del mare ai confini dell'Europa.

    Müller: Che esperienze avete fatto con le autorità italiane?

    Bierdel: Finora ben poche. Del resto ci siamo venuti a trovare in questa situazione senza averla cercata. Diciamo che noi osserviamo in che misura il Mediterraneo, questa zona di confine, sia militarizzato. Questo ci ha certamente colpito. Bisogna rendersi conto del fatto che qui sono impegnate intere flotte, tra l'altro anche con l'appoggio della Nato, e anche con partecipazione tedesca. Il loro compito è evidentemente - e anche dichiaratamente - impedire le migrazioni illegali via mare, e a questo punto viene da chiedersi con quali metodi le marine militari intendano fare ciò. Cercano di intercettare le barche, di fermarle e di imporre loro di tornare indietro. Se adesso proviamo a pensare che questo gommoncino che abbiamo incontrato avrebbe potuto essere ribaltato, o si sarebbe potuto cercare di farlo tornare indietro, dobbiamo ben preoccuparci di quanto sta succedendo da queste parti. A prescindere dal fatto che, secondo il diritto internazionale, un'imbarcazione in mare aperto, dunque in acque extraterritoriali, non può essere toccata da nessuno, tanto meno costretta a tornare indietro. Ma abbiamo ragione di credere, di temere, che qui accadano cose che non sono in sintonia con le norme del diritto internazionale.

    Müller: Quali alternative politiche sostiene Cap Anamur?

    Bierdel: Nessuna. Noi non siamo un'organizzazione politica. Assolutamente no. Noi viaggiamo a scopo umanitario, nella fattispecie abbiamo una nostra nave di assistenza e soccorso, e quindi se incontriamo persone che sono in pericolo in alto mare è del tutto ovvio, anche in considerazione della nostra storia particolare, che le dobbiamo aiutare. Questo è chiaro, le prendiamo a bordo, cerchiamo di assisterle e naturalmente anche di condurle nel porto più vicino, questo corrisponde alla prassi in acque internazionali. Ma ci rendiamo conto che ciò potrebbe anche provocare conflitti con le autorità nazionali, che potrebbero non volere che queste persone arrivino da loro. Staremo a vedere fino a che punto potremo garantire protezione alle persone che abbiamo salvato da un immediato pericolo di vita.

    Müller: Ma generalmente intercorrono colloqui tra le organizzazioni umanitarie, da un lato, e i governi e i ministeri degli esteri interessati, dall'altro. Si delineano dei progressi per quanto riguarda questo tipo di soccorso?

    Bierdel: Per come la vediamo noi, questa politica di chiusura totale della fortezza Europa nei confronti di chiunque voglia venire da fuori - e non ci sono quasi più vie legali per entrare in Europa - è una politica che esige un prezzo alto, il prezzo di centinaia e migliaia di persone che perdono la vita ai confini esterni dell'Unione Europea, tra l'altro non solo in mare ma anche sulla terraferma; e credo proprio che l'Europa debba riflettere seriamente se si debba veramente pagare tale prezzo, se tutti noi vogliamo considerare normale il fatto che là fuori si continua a morire, perché noi semplicemente chiudiamo la porta. Questa è una questione politica che merita una risposta politica, e non è compito nostro darla. Intanto però ci troviamo in una zona nella quale è evidente che tante persone si trovano in condizione di emergenza, e noi cerchiamo di aiutarle. Anche in questo momento la nave è impegnata in operazioni di salvataggio, abbiamo ricevuto una chiamata d'emergenza, in questo momento stiamo cercando di aiutare altre persone.

    Müller: La ringrazio. Elias Bierdel, direttore di Cap Anamur.

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