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Resoconto di un viaggio iniziato senza sapere esattamente a cosa sarei andata incontro

Voandalana

Il frutto del viaggio
18 aprile 2005 - Paola Maccioni

Resoconto di un viaggio iniziato senza sapere esattamente a cosa sarei andata incontro: bambina

non avrei fatto la turista; per un mese sarei stata immersa in un mondo diverso di cui conoscevo le meraviglie naturali grazie alla televisione, ma della cui cultura non sapevo niente, se non le nozioni apprese al Corso di formazione per Volontari che ha preceduto la mia partenza. la preparazione del pranzo

mamma e bimbi al mercato

Quando nomino il Madagascar chi ascolta si aspetta di sentire la descrizione di una sorta di paradiso terrestre. Questo è vero solo in parte. La vegetazione rigogliosa copre una terra difficile e avara nel rendere il frutto all’uomo che la lavora. I cicloni e le siccità distruggono le povere colture. Gli incendi rubano spazio alla foresta per nutrire bestie e uomini e impoveriscono sempre di più la terra.
È difficile per noi occidentali, tecnologici ed ecologisti, spiegare e far accettare le discipline agrarie che potrebbero aiutare nella gestione delle risorse alimentari. È quasi improponibile perché la coltura si scontra con la Cultura degli Antenati, con i molti riti e tabù che accompagnano la vita del popolo malgascio. il venditore di banane

il pous-pous: il taxi a uomo

Non posso affermare di conoscere il Madagascar. Non conosco niente. Non sono riuscita a farmi un’idea precisa e non posso parlare usando parole di altri; descrivere con parole di altri, anche se volontari presenti da tanti anni.

Mi rendo conto che la cultura Gasy è talmente antica e consolidata, talmente sfaccettata nei suoi aspetti, talmente diversa nel suo rapporto con l’uomo e la società che, a me, pensatrice occidentale, razionale e oramai inglobata in una cultura dove l’uomo ha una dimensione superiore e universale rispetto alla natura e ai suoi simili, è difficile parlare del poco che ho percepito cercando di rimanere assolutamente imparziale: sarebbe troppo facile tranciare giudizi o proporre soluzioni. le coperte come vestito


Le parole scritte ben si presterebbero a questo, ma non riesco ad usare quest’arma potente contro o a favore di un popolo la cui lingua esiste sulla carta solo da 150 anni e per volontà di altri!
E le parole dette con la bocca potrebbero uscire accompagnate da un sorriso di commiserazione, o peggio ancora, di superiorità… la tessitrice di lamba. sono di seta grezza che sembra cotone. con i lamba si avvolgono i morti.

Come parlare di un popolo nella cui lingua non esiste il verbo pensare e dove il mio cogito, ergo sum non ha spazio e risulta incomprensibile? è facile trovare, tra le canne da zucchero, la famiglia di un distillatore clandestino di rum.

Le prime volte che ho visto camminare per le “strade” bambini e adulti mi sono sentita a disagio: la strada è meno lunga se si cammina in compagnia

“questa è la Povertà ” ho pensato. sono le donne che portano i pesi. Sulla testa.



Poi con il passare dei giorni mi sono resa conto che non è povertà … non è solo povertà!
I miei scivoloni sul fango rosso, nonostante le comode scarpe, mi hanno fatto soffermare sui quei piedi … le orme sulla strada

piedi che la natura ha modificato per renderli adatti ad un ambiente bello ma ostile. Larghi, con la pianta poco arcuata, con delle grosse dita. Sicuramente più grandi dei nostri. Più forti, per sostenere il peso di un corpo abituato a sopportare grossi carichi sulla testa; a camminare sui sentieri della foresta, su e giù per i monti che dividono un villaggio dall’altro e a guadare corsi d’acqua … i bambini della montagna


i miei piedi calzati da scarponi da montagna non mi hanno evitato la slogatura di una caviglia!
Vedere la gente avvolta nei lamba e negli stracci mentre io ero infreddolita nel mio giubbotto imbottito, mi ha fatto ancora una volta fermare a guardare … a chiedermi che cosa c’era e cosa c’è "davvero" dietro i sorrisi dei bambini, degli uomini e delle donne che vivono senza le mie comodità. le coperte come vestito

Forse, davvero, non si esiste perché si pensa e si ha … per le strade della capitale, Antananarivo, è facile imbattersi in cumuli di stracci tra cui si distingue un bimbo addormentato


Forse, davvero, si esiste perché ogni giorno si affronta la vita, con la sua miseria, con la sua fatica… un attimo di pausa tra i giochi nella discarica: un cerchio, un barattolo di latta, un bastone.

con il sorriso e i piedi scalzi. la strada rossa

La curiosità che accompagnava i miei spostamenti con la macchina fotografica al collo e la richiesta gentile e sorridente di essere fotografata della gente che incontravo, il mettersi "in posa" che ha creato qualche difficoltà alla spontaneità, mi ha fatto prendere una decisione importante …
il gallo da combattimento


il mio senso d’impotenza e d’inadeguatezza avrebbe preso un’altra strada. Il mio volontariato si sarebbe concretizzato in immagini: per far conoscere un Popolo che non perde tempo a rincorrere il pensiero o le parole scritte; che vive la fatica d'ogni giorno senza lamentarsi perché anche gli Avi lo hanno fatto. la venditrice di pane

Le immagini che propongo non sono accompagnate da descrizioni o commenti personali. la sarta e il venditore di pale

Sono collocate in uno spazio e in un tempo definito e immutabile. al mercato a vendere le oche

Hanno lo scopo di attirare l’attenzione su una vita diversa dalla nostra senza suscitare sentimenti di commiserazione o di superiorità. le amiche

la piccola lavandaia

Vorrei far nascere il desiderio di conoscere questo Paese attraverso gli Occhi, il Sorriso, le Mani e i Piedi di chi ci vive, non solo per le bellezze naturali proposte dai documentari. in attesa della mamma

Note:

http://www.reggioterzomondo.org/

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