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Giornata della vita

Non è giusto che si dia più importanza alla "vita che nasce", di quella che si dà alla "vita che c'è"

Un culto per l'essere umano che ha la responsabilità della vita
5 febbraio 2006 - Raffaele Nogaro (Vescovo di Caserta)

Mons. Raffaele Nogaro in un incontro con Giovanni Paolo II Desidero affidare la "giornata per la vita" del 2006, alla memoria di Ibrahim Rugova. Presidente del Kosovo, nazione in lotta per l'indipendenza, egli non portò mai insegne militari, professandosi uomo di pace, fino al perdono delle offese. Per me, incontrarlo di persona è stata una grazia e un accredito di fiducia nella bontà dell'uomo.

Guai, a spegnere il sorriso di Dio nel grembo della donna. La concezione della vita è sempre immacolata, perché è la fermentazione di Dio in ogni madre della terra. E il bimbo che fiorisce canta tutta la bellezza dell'amore. Di quell'amore che Dio (1Gv. 4,8) e, insieme,il carattere della vita umana. Infrangere l'energia dell'amore significa scartare la vita.

Quando, però, l'uomo diventa adulto, diventa una coscienza di vita e si presenta come un "prodigio" (Ps. 139,14), quel "mistero eterno dell'essere" (Leopardi), che porta nella storia il volto di Dio. Violarlo, è il grande male; non amarlo, è il grande peccato. Non è giusto che si dia più importanza alla "vita che nasce", di quella che si dà alla "vita che c'è. La venerazione che si ha per il nascituro, deve diventare culto per l'essere umano che ha la responsabilità della vita.

I cinque milioni di bambini che muoiono ogni anno a causa della fame sono "la strage degli innocenti" più spietata e ignominiosa di quella biblica. Gli innumerevoli bambini di strada, che non avranno mai casa e assistenza, spesso manipolati dagli interessi più vergognosi degli adulti, le tante donne costrette alla prostituzione, capovolgono il senso dell'umanità. E i "poveri" di ogni genere e di ogni povero, sistematicamente rifiutati dalla vita. Coloro che devono continuamente chiedere il favore di vivere. Coloro che sono meno uomini, persone di scarto, perché non hanno potere contrattuale.

In questa identità si possono considerare "i lavoratori" in fase di licenziamento, che diventano spettrali nella loro umiliazione. Poveri sono i "nomadi", vere larve di umanità, nel rifiuto che la società, detta civile, permanentemente loro rivolge. Poveri sono gli "immigrati". Arrivano da noi, quando non muoiono per strada, con mille sacrifici e con tanta speranza e non trovano casa, lavoro. Sono soli e hanno difficoltà immense per il ricongiungimento familiare.

Spaventosamente poveri sono i "carcerati". In prevalenza immigrati, che portano reati minori e forse solo apparenti. Ma stanno lì, in prigione, perché non possono mai pagare un avvocato che li difenda. La legge, non uguale per tutti, li ha processati quasi di nascosto, come tossicodipendenti,prostitute, spacciatori di droga, e ora li tiene a marcire in strutture insufficienti e insalubri. Perché non si fa questa "amnistia"? E' un dovere. Non c'è civiltà nel popolo, se non ci sono gesti di comprensione (direi, di amore), verso quelli che soffrono.

I "malati", i difettosi di vita, hanno bisogno di ogni genere di provvidenza.
Il senso di sopportazione, che gira attorno a loro, li mette talora in quelle lunghe liste d'attesa, che invece di far guarire, danno più in fretta la morte.
A raggio più ampio, ci sono i popoli crocifissi", quelli che non possono pagare il debito estero e non hanno possibilità di sviluppo interno.

Impossibile, ma reale è la guerra. Sempre criminale è la corsa agli armamenti, ma c'è. La guerra e la produzione delle armi sono il male assoluto. Rappresentano l'ingegno e il programma della distruzione degli esseri umani e della vita. Nessuna guerra è "giusta": la giustizia non ha nulla a che fare con l'iniquità. Anzi ogni guerra è "alienum a ratione", è assurda, ripeteva Giovanni XXIII. Al posto del conflitto ci possono stare il dialogo, gli accordi, il negoziato, ogni forma di relazione, che sappia superare la violenza.

Non si dimentichi che la storia è segnata dal conflitto teologale tra il Dio della vita, che ama la vita, e gli Idoli della vita (potere - successo - ricchezza), che esigono sempre più vittime per sopravvivere. Quando la "vittima" diventa una ragione della storia, si fa strada quella cultura della morte, che permette ogni menzogna ed ogni mistificazione. Allora, vengono chiamate "operazioni umanitarie" le guerre preventive (la violenza ad ogni costo), perché hanno la funzione di esportare democrazia e libertà. Vengono dette "missioni di pace", i più disperati generi di invasione armata, perché "la missione necessaria oggi è quella del soldato che va a morire per gli altri".

La menzogna è sconvolgente quando riesce a cambiare anche le categorie del vivere sociale: perché denunciare il terrorismo come male fine a se, quando normalmente esso è reazione ad uno stato di violenza? E' sempre mostruoso, ma spesso è un male procurato. Quasi a coronamento, approvare una legge sulla legittima difesa e sull'uso personale delle armi significa dare ragione alla vendetta privata. Si corrompe la civiltà, si corrompe al cultura, ma soprattutto si uccide l'anima, quando viene approvata la violenza.

La vita è come la "stella del mattino" che sempre sorge per far luce. E' una sorgività continua, che vince ogni resistenza e si rende immortale. Deve essere sempre amata e difesa, per costituirsi quale salvezza dell'uomo e della sua storia. La vita dell'uomo è la compagna di Dio. E' bella ed eterna come Lui.

Note:


Monsignor Raffaele Nogaro è nato a Gradisca di Sedegliano, nell’arcidiocesi di Udine, il 31 dicembre 1933.
Compiuti gli studi, è stato ordinato presbitero il 29 giugno 1958.
Eletto alla sede vescovile di Sessa Aurunca il 25 ottobre 1982, è stato ordinato vescovo il 9 gennaio 1983.
Trasferito a Caserta il 20 ottobre 1990, da allora ha svolto con grande zelo il suo mandato nel capoluogo di Terra di Lavoro.
Monsignor Nogaro è inoltre membro della Commissione Episcopale per le Migrazioni.

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