Dizionario del peacekeeper: poco umanitario, molta sicurezza
Davvero un intervento militare in Libano è destinato al fallimento, come dicono esperti e commentatori? Proviamo a ragionarci sopra.
Missioni di pace. Prima di tutto, l'uso corretto dei termini. Dopo essere stato inflazionato dal governo di centro-destra, l'uso di «missione di pace» è stato ormai adottato anche dai politici del centro-sinistra. Il fatto che l'ex-ministro Martino la utilizzasse a proposito dell'Iraq dovrebbe far riflettere sull'opportunità di proseguire con questa abitudine, che serve soltanto a rendere digeribili all'opinione pubblica certe scelte, mentre da un punto di vista tecnico non corrisponde a nulla. Dal punto di vista militare esistono soltanto peacekeeping (pk) e peace enforcement. Se per «missione di pace» ci si riferisce al fine ultimo di un intervento militare, sarà bene ricordare che anche Hitler sognava la pax germanica.
Quando ci si riferisce agli interventi Onu, si deve parlare di «peacekeeping», che si basa sulla ricerca del consenso di tutte le parti coinvolte e l'assoluta neutralità delle truppe: sono le parti in conflitto a richiedere un intervento d'interposizione. Il «peace-enforcement» - quando la comunità internazionale decide di imporre la fine di una guerra con la forza - è stato applicato dall'Onu solo due volte: in Corea e durante la prima guerra del Golfo.
Fallimenti? Molti parlano dei fallimenti delle operazioni dell'Onu, ma si tratta di giudizi ingenerosi. La storia del pk è in realtà costellata di successi, a partire dall'intervento a Suez nel 1956, contro un'inedita alleanza Francia-Gran Bretagna-Israele, per finire con la missione in Burundi del 2004, che riesce a mantenere una difficilissima pace in uno dei paesi più fragili dell'Africa. Ai peacekeepers sono stati attribuiti due premi Nobel per la pace. Su 60 missioni, dal 1948 ad oggi, i fallimenti sono stati meno di una decina, e tutti dovuti alle scelte politiche dei membri permanenti del Consiglio di sicurezza. In Somalia nel 1993 furono gli americani a violare le regole, trasformando la missione in un'azione aggressiva che li portò a diventare parte in conflitto. In Ruanda, nel 1994, Francia e Usa bloccarono l'azione delle truppe del generale Dellaire, che avrebbe potuto impedire il genocidio. In Jugoslavia, il veto russo impedì ai caschi blu di proteggere la vita dei civili. Al contrario, tutte le volte che è stato possibile osservare con coerenza i principi fondamentali della disciplina, il pk ha svolto bene il suo compito. Se poi al silenzio delle armi non ha fatto seguito un accordo di pace duraturo, si è trattato di fallimenti della diplomazia e, quindi, della politica.
I veri problemi. Innanzitutto, il progetto originario della Carta di S. Francisco prevedeva che l'Onu disponesse di truppe proprie. Invece, ogni volta che c'è da organizzare un intervento, il Segretario generale deve elemosinare uomini e mezzi dagli stati, con tante e tali limitazioni da trasformare l'impresa in un puzzle. C'è poi il problema che i suoi poteri sono troppo limitati e lasciano spazio ai membri permanenti del considlio di sicurezza per usare il potere di veto: ogni volta che si tratta di prendere una decisione importante il pover'uomo si ritrova costretto a estenuanti mediazioni e spesso gli ordini arrivano troppo tardi. Ma nel 2000, la riforma Brahimi ha rivisto e snellito le procedure, rendendole molto più efficienti. Sarebbe bene applicarla fino in fondo.
In Libano. Ancora una volta, è stato il gioco politico tra i membri permanenti a condizionare la formulazione dell'intervento. Per quanto a tratti vaga, e priva di riferimenti giuridici precisi, la risoluzione 1701 fornisce però indicazioni abbastanza chiare sui compiti della missione: sicurezza, disarmo, interposizione, controllo del territorio. Non ultimo, quello di «proteggere i civili di fronte alla minaccia imminente di una violenza» che, volendo, la autorizza a tutto. Si tratterà di vedere come queste indicazioni verranno tradotte in regole d'ingaggio, ovvero in ordini concreti alla truppa. In ogni caso, sarà bene che i militari non s'impegnino in azioni «umanitarie», che debbono essere svolte dai civili, e si concentrino sulla sicurezza.
Lamentele militari. I nostri generali non hanno perso l'occasione per mettersi le mani nei capelli e gridare all'imminente disastro. Il vero problema è che i militari tendono a dimenticare che il peacekeeping non è la guerra. E' vero, le procedure sono macchinose ma a volte questo permette di evitare disastri. Servono calma e diplomazia, intelligence e sensibilità culturale, consapevolezza politica e capacità di mediazione. Queste cose gli italiani le sanno meglio degli altri, ma negli ultimi anni si è interrotto un processo che stava riformando le nostre forze armate in questa direzione. Sarà forse ora di riprenderlo.
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