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E il Generale disse: "Via dall'Iraq"

Osservatorio England In un'intervista al Daily Mail, Sir Richard Dannatt, comandante in capo delle forze armate, lancia un duro attacco alla politica estera del suo paese
13 ottobre 2006
Lazzaro Pietragnoli

"Le truppe inglesi dovrebbero lasciare l'Iraq il prima possibile, perché la loro presenza aggrava i problemi di sicurezza e potrebbe avere ripercussioni disastrose sia per gli inglesi che per gli iracheni".
Sono considerazioni ripetute fino alla nausea dagli esponenti del movimento pacifista inglese, ma che assumono un significato ancora più forte se a pronunciarle è un generale, addirittura il capo delle forze armate di Sua Maestà.
In un'intervista rilasciata al Daily Mail, il generale Sir Richard Dannatt, comandante in capo delle forze armate britanniche, ha lanciato un pesantissimo attacco alla politica estera del suo paese, dichiarando che "la campagna che abbiamo condotto nel 2003 è stata vittoriosa, ma ben presto il consenso tra gli iracheni si è trasformato in tolleranza e ora è ormai largamente diventato insofferenza".
In quello che da molti è stato letto come un attacco diretto al Primo Ministro, o addirittura definito il primo passo verso una ammutinamento, il generale ha voluto anche sottolineare che "le difficoltà che la Gran Bretagna sta registrando nel rapporto con il mondo musulmano, non sono certo causate dalla nostra presenza in Iraq, ma indubbiamente essa rende queste rapporto ancora più aspro". Un chiaro riferimento alla posizione di Blair, che ha sempre negato che la decisione di inviare truppe in Iraq avesse avuto conseguenze negative per la Gran Bretagna, sia sul piano interno, nella crescita dell'estremismo tra i giovani di origine islamica, sia su quello internazionale, nelle sue relazioni con altri paesi dello scacchiere mediorientale in particolare.
L'intervista a Sir Dannatt, pubblicata sul giornale di venerdì, ma resa nota fina dalla sera del giorno prima, ha ovviamente scatenato una serie di reazioni a catena. Anche se ufficialmente negato da Downng Street, il governo ha chiesto al comandante dell'esercito di ritrattare le sue dichiarazioni, con l'unico risultato che egli, nel corso della giornata di venerdì, ha ribadito punto su punto le sue perplessità e le sue preoccupazioni.
In particolare Sir Dannatt, pur ricordando la sua stima ed obbedienza nel Primo Ministro, ha ribadito le proprie convinzioni su tre questioni in cui difficilmente Blair potrebbe dirsi d'accordo: il fatto che la politica estera inglese ha contribuito all'aumento della tensione tra la Gran Bretagna e le popolazioni di religione musulmana, in patria e all'estero; il convincimento che l'iniziale obiettivo di "esportare la democrazia nella regione era "ingenuo" e che operazioni di questa portata "dovrebbero avere obiettivi più ragionevoli" e infine la necessità di un ritiro "in un periodo di tempo ragionevole".
Soprattutto quest'ultimo punto, che essendo materia di natura militare, rientra tra le sue più dirette competenze, ha subito infuocato il dibattito politico.
Egli ha, infatti, dichiarato che è necessario definire uno schema per il ritiro delle truppe entro e non oltre due anni; una posizione che si scontra con le affermazioni del Primo Ministro, che ha sempre dichiarato di non volere fissare una data precisa, in attesa che si creino le condizioni di sicurezza interne e che le autorità irachene siano in grado di prendere il controllo del paese.
Ma oltre che con il suo Primo Ministro, questa affermazione del Capo del esercito britannico, è in netto contrasto con le richieste dell'esercito americano, che nei giorni scorsi ha chiesto alla Gran Bretagna di confermare lo stesso contingente di truppe almeno fino al 2010, nonostante molte province sotto il controllo inglese siano state nel frattempo ‘riconsegnate' al legittimo governo iracheno.
Il capo dell'esercito, che ha dichiarato di "non parlare da politico, ma da soldato", ha così voluto rendere esplicito che le truppe inglesi non sono disposte a rimanere in Iraq fare fronte alle carenze dell'esercito americano, o, ancor peggio, per supplire ad un eventuale ritiro di contingenti americani.
Sir Dannatt, che è stato nominato capo delle forze armate nell'agosto scorso, non è nuovo a prese di posizione dure nei confronti del governo: in settembre, dopo una visita alle truppe di stazza in Afghanistan, aveva pubblicamente dichiarato che per i militari la situazione laggiù era insostenibile, che il governo non garantiva i necessari armamenti e le munizioni per poter svolgere il ruolo di polizia internazionale.
Un sasso nello stagno che aveva prontamente portato il governo a introdurre nuove norme er sostenere al meglio le missioni militari all'estero (tra cui una forma di esenzione fiscale per il periodo in cui i soldati sono effettivamente impegnati al di fuori dei confini nazionali).
Anche questa volta Sir Dannatt ha parlato con cognizione di causa, rendendo esplicite le preoccupazioni dei ‘suoi' soldati e mettendo il governo in grave difficoltà.
Blair infatti non si aspettava una presa di posizione così forte e così decisa da parte del massimo vertice militare: alle manifestazioni di massa, alle proteste politiche, alle ribellioni dei suoi parlamentari, ormai, ci aveva fatto l'abitudine, ma l'accusa di un generale (per altro amato e stimato dai soldati e dai vertici militari), non solo pesa come un macigno scelte di politica militare, ma getta anche un'ombra sulla sua futura scelta di lasciare Downing Street.

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