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Preghiere "non benedicenti"

Preghiere di vendetta. Preghiere militari.
21 agosto 2007 - Enrico Peyretti
Fonte: Pubblicato in Servitium, Quaderni di ricerca spirituale, n. 172, luglio-agosto 2007, fascicolo dal titolo "Benedire", pp. 115-126 (s.egidio@servitium.it)

Preghiere “non-benedicenti”

Noi preghiamo Dio per impetrare il suo bene, per noi e per altri. Ma ci sono anche preghiere per il male, o preghiere “contro” invece di “per”.
Viene in mente il malocchio, credenza popolare presente in tutte le culture. Vedo che si trovano 194.000 voci in Google! «Per malocchio s’intende la capacità di procurare, volontariamente o involontariamente, danni di varia entità a cose o persone attraverso una sorta di "energia negativa", energia che viene gettata (il termine jettatura deriva dal napoletano jettare, ovvero: gettare) attraverso lo sguardo, da cui la parola malocchio» (Crescenzo Pinto).
Ma qui ci occupiamo non di magie superstiziose, bensì di un malocchio richiesto a Dio, nella preghiera: «O Dio, buono coi buoni (come sono io) e cattivo coi cattivi, guarda con l’occhio della tua severa e infallibile giustizia quel tale tuo figlio cattivo, mio nemico, e manda la tua disgrazia, Ti prego, e non la tua grazia, su di lui». E, continuando ad immaginare questa preghiera nera, potremmo ancora registrare: «Fagli tu, o Dio, il male che io non riesco a fargli, o che ho paura di fargli».
Il lettore che ha familiarità con la Bibbia riconosce subito, in questa anti-preghiera, la contraddizione assoluta con almeno due parole evangeliche: l’immagine di Dio, scandalosa per i “religiosi” e gli uomini d’ordine, che Gesù dà nel Discorso della Montagna, un Dio che è buono anche coi malvagi (Matteo, 5,45) e ci chiede di fare come lui, di rendere bene per male, sovvertendo l’ordine chiaro e “giusto”: male al male, bene al bene ; l’altra parola è quella parabola detta «per alcuni, che erano persuasi in se stessi di essere giusti» (Luca 18,9-14).

Preghiere di vendetta
Ma quel lettore si ricorda anche che preghiere simili si trovano nella Bibbia stessa. I salmi imprecatori hanno creato (proprio sempre?) un problema per la preghiera del cristiano. Ci sono persone e comunità che li escludono dalla propria preghiera, altre persone e comunità che li usano cercandone un senso cristianamente accettabile.
Lo stesso problema si presenta per altre pagine violente della Bibbia. Oggi sempre meno riusciamo a comprendere il Dio rivelato da Gesù come un padrone che si attribuisca il diritto e la volontà (che proibisce a noi) di punire anche violentemente e eternamente le nostre colpe. Oggi che la violenza umana arriva al culmine della capacità di distruggere la creazione e l’umanità, comprendiamo che Dio è diverso da noi anche in quanto è libero dalla violenza. Tra i biblisti e teologi che hanno affrontato il problema della violenza nella Bibbia, amo segnalare il lavoro del compianto Giuseppe Barbaglio.
Ha scritto Barbaglio: «L’immagine di Dio sta tra noi e lui: ecco perché è così importante che noi coltiviamo un’immagine non violenta di Dio, un’immagine che ci permetta di avvicinarci a lui e di diventare a nostra volta meno violenti. A sua volta, la nostra vita meno violenta ci aiuta ad approfondire l’immagine del Dio non violento: c’è un reciproco influsso tra l’immagine che ci facciamo di Dio e l’immagine che abbiamo di noi stessi e che guida la nostra esistenza e la nostra azione. L’immagine di un Dio non violento ci aiuta a camminare verso la nonviolenza: è questo il contributo che la teologia del Dio biblico offre a una cultura della pace» (Amore e violenza. Il Dio bifronte, p. 72).
E ha detto anche:
«Il nostro compito è toglierla [l’immagine di Dio] dalle mani dei lettori violenti e metterla in quelle di lettori nonviolenti: l'obiettivo è il riscatto della Bibbia» (nel forum «Il cammino di liberazione delle fedi del Mediterraneo», Bari, dicembre 2005).
Ma qui vogliamo parlare non delle teologie, ma delle preghiere violente, di maledizione. Riguardo a quei salmi in cui l’orante invoca da Dio il male sui propri nemici, i biblisti ci spiegano che ciò può anche significare una sincera e aperta confessione a Dio di tutto il proprio cuore, anche nelle sue ombre non buone; può essere un affidare a Dio i propri sentimenti, la propria indignazione e dolore, perché faccia lui ciò che egli sa giusto. Chiedere a Dio di fare vendetta è anche un rinunciare a fare noi vendetta. Invocare la vendetta di Dio sui nostri persecutori, è sapere che sarà più giusta della nostra.
Mi pare, questa, una lettura già evangelica. In sé, però, questi testi indicano quella immagine ambigua di Dio, buono e anche violento, che Barbaglio (come altri) ha esaminato nello sviluppo della rivelazione biblica.
Più importante, per noi oggi, è vedere se ancora qualche volta preghiamo “contro”, invece di “per” qualcuno. Vedere cioè se coinvolgiamo la nostra preghiera, il nostro colloquio con Dio, nei nostri conflitti, non per cercare davanti a lui verità, giustizia, soluzione pacifica e generosa, ma per tentare di fare nostro strumento la forza di Dio a servizio della nostra causa e interesse. Sì, questo lo abbiamo fatto in tempi recenti della storia cristiana, e lo facciamo ancora oggi.
Non penso subito alla giustificazione religiosa delle proprie guerre di dominio e di vendetta, all’arruolamento di Dio sotto le proprie armi, fatto in anni recentissimi tanto da terroristi islamisti, quanto dal cristianista presidente statunitense Bush. Penso piuttosto a qualche riferimento classico, e poi vengo a realtà presenti.

Erasmo
Anzitutto Erasmo. Ernesto Balducci ha difeso questo grande cristiano dalla critica di poco coraggio rivoltagli da Hans Küng, scrivendo:
«Sono convinto, diversamente da Küng, che Erasmo, tra Roma e Lutero, aveva visto giusto: la questione dirimente, che avrebbe portato con sé anche la riforma della chiesa, era quella della pace. Non è forse oggi la vera questione ecumenica?».
Dunque, Erasmo da Rotterdam, scrivendo sulla guerra e la pace, in particolare sulle guerre tra cristiani e sulle giustificazioni cristiane della guerra, denuncia «chi porta al cielo con le lodi e chiama santo un comportamento peggio che diabolico»; chi dal pulpito, promettendo la remissione dei peccati «eccita sovrani già per conto proprio in preda alle furie infernali»; chi falsifica il mistico salmo 90 «a scopi profani, a favore degli uni o degli altri principi». Così, vanno a combattere anche «preti e frati, mescolando Cristo a un’impresa tanto diabolica. Da tutte le parti corrono a scontrarsi eserciti che recano tutti l’insegna della croce, che da sola ammonisce in quale modo dovrebbero vincere i cristiani. Sotto quel santo segno celeste, che rappresenta la perfetta e infallibile comunione dei cristiani, ci si precipita alla reciproca strage, e di un’impresa così empia si fa spettatore e autore Cristo. Dove, infatti, il regno del demonio, se non nella guerra? Perché ci trasciniamo Cristo, cui meglio della guerra sarebbe un qualsiasi postribolo» (dal paragafo 6 del Dulce bellum inexpertis, traduzione di Garin).
La croce su stemmi di sovrani e bandiere di eserciti e distintivi militari, è arrivata ai nostri giorni: non è un po’ peggio che sulla parete di un’aula scolastica o di un ufficio?
«Altri, volendo apparire di una ortodossia ardente, coprono di maledizioni terribili quelli che chiamano eretici, dimostrando così davvero chi è poco cristiano, e senza accorgersi di essere probabilmente proprio loro i più degni del nome di eretici» (dal paragrafo 15, contro la crociata).

Kahlenberg
Ho nella memoria un’immagine emblematica della preghiera di guerra: un quadro, nella chiesa di Kahlenberg, mostra il re polacco Giovanni III Sobieski inginocchiato nel ricevere la comunione, prima della battaglia e della vittoria che arrestò definitivamente l’avanzata dei Turchi, alle porte di Vienna. Il 13 settembre 1983, nel 300° anniversario, Giovanni Paolo II, visitando quel luogo, disse:
«I liberatori erano coscienti che il loro successo dipendeva dall’aiuto del cielo. Non volevano iniziare il combattimento senza aver prima implorato l’aiuto di Dio. E questa implorazione li seguiva in battaglia: “Gesù e Maria aiutateci!”. Sì, la fiducia nella potente intercessione di Maria rincuorò quei popoli minacciati in quei paesi di paura. Ciò li convinse ancor più ad attribuire la vittoria alla sua materna mediazione; per questo il 12 settembre di ogni anno è dedicato a lei, nella festa di Maria». «Questo anniversario e questo incontro di oggi suscitano in noi una profonda gratitudine per le grandi opere che Dio compie negli uomini e tramite essi. Pensava proprio così Giovanni III Sobieski quando annunciò al Papa la vittoria con le parole “Venimus, vidimus, Deus vicit”».
Subito dopo, il Papa sentiva il bisogno di una precisazione:
«Sulle pagine dell’Antico Testamento i Profeti, capi spirituali del popolo eletto, dicono che l’unico mezzo che porta alla vittoria e al riacquisto della libertà perduta è la conversione interiore, l’ordine morale, la fede e la fedeltà al patto di alleanza concluso con il Signore. E in tali categorie bisogna inquadrare la vittoria di Vienna. È stata prima di tutto la forza della fede che ha indotto il re e il suo esercito ad affrontare una minaccia morale, in difesa della libertà dell’Europa e della Chiesa e a compiere questa missione storica fino in fondo».
È noto che l’altra famosa vittoria “cristiana”, Lepanto (1571), è per alcuni cristiani una vittoria di Cristo. Per non dire di Costantino e della sua visione della croce segno di vittoria non sul male e la morte ma sul nemico.

Kant
Preghiere abituali per avere da Dio la vittoria sul nemico – e dunque la sconfitta inflitta da Dio ad altri suoi figli – ma anche altre preghiere (assai meno abituali) che implorano perdono proprio per la vittoria. Ascoltiamo una pagina famosa di un altro cristiano, Kant:
«Non sarebbe male che un popolo, a guerra finita e dopo aver concluso il trattato di pace, dopo la festa del ringraziamento decretasse un giorno di espiazione per chiedere perdono al Cielo, in nome dello Stato, per la grave colpa della quale il genere umano continua a macchiarsi, rifiutando di sottomettersi ad una costituzione legale che regoli i rapporti con gli altri popoli, e preferendo usare, fiero della sua indipendenza, il barbaro mezzo della guerra (per mezzo del quale tuttavia non si decide ciò che si cerca, vale a dire il diritto di ogni Stato). I festeggiamenti coi quali si rende grazie per una vittoria conseguita in guerra, gli inni cantati (alla maniera degli Ebrei) al Signore degli eserciti, non contrastano meno nettamente con l'idea morale del padre degli uomini; infatti, a parte la già abbastanza triste indifferenza a riguardo dei mezzi coi quali i popoli perseguono il proprio reciproco diritto, esprimono per di più la soddisfazione d'avere annientato un bel numero di uomini, o distrutto la loro felicità».
Così Kant, in una nota del suo grande scritto Per la pace perpetua. Progetto filosofico. La guerra è dunque per lui la «grave colpa», il «barbaro (e inutile) mezzo», e ringraziare Dio per la vittoria è offesa all'idea morale di Dio, indifferenza alla crudeltà dei mezzi bellici, soddisfazione per aver dato morte e dolore. Kant qui intende l’espressione “Dio degli eserciti” in senso letterale, militare, atribuito agli Ebrei, mentre oggi sappiamo che non ha soltanto né principalmente questo senso.

Voltaire
Merita, al proposito, ascoltare anche un altro autore, l'arciscomunicato Voltaire. Egli dice che in guerra le potenze belligeranti sono
«tutte d'accordo su un punto solo, fare il maggior male possibile. La cosa più strabiliante di questa impresa infernale è che ogni capo assassino fa benedire le sue bandiere e invoca solennemente Dio prima di andare a sterminare il prossimo. Se un capo ha avuto la fortuna di far sgozzare solo due o tremila uomini, non ne ringrazia Dio; ma quando ce ne sono almeno diecimila sterminati dal ferro e dal fuoco e, per colmo di grazia, è stata distrutta fino all'ultima pietra qualche città, allora si canta a quattro voci una canzone abbastanza lunga [il Te Deum laudamus; n.d.r.], composta in una lingua sconosciuta a tutti coloro che hanno combattuto. (...) La medesima canzone serve per i matrimoni e per le nascite, e al tempo stesso per la strage: questo è imperdonabile» .

Accade ancora
Scandalizzati dall’uso bellico della preghiera, dalla maledizione sacra, dobbiamo pensare anche, certamente, che nei secoli, nelle generazioni cristiane, e anche in altre religioni, miriadi di oscuri figli di Dio lo hanno sempre pregato per i loro nemici, hanno invocato la capacità di perdonare e di cercare la riconciliazione, hanno pregato per la salvezza di chi faceva loro del male. Questo è il sottofondo di benedizioni che Dio suscita, ascolta e ricompensa, che il mondo non vede. Ma siamo pure responsabili, in quanto ce ne rendiamo conto, delle preghiere pubbliche fatte strumento dei vari poteri, che chiedono a Dio di benedire le nostre ostilità, le nostre armi, la nostra violenza, il nostro male.
Questo accade ancora. Perciò l’associazione internazionale Pax Christi (ne sono stati presidenti in Italia i vescovi Luigi Bettazzi e Tonino Bello), da tempo ha messo in discussione l’istituzione dei cappellani militari. Non nega la loro funzione di assistenza religiosa, ma non vuole che siano inseriti nell’esercito, con tanto di gradi e stipendi. «La smilitarizzazione dei cappellani militari potrebbe essere un gesto significativo e concreto di conversione».
La nomina del vescovo Angelo Bagnasco a presidente della Cei ha riportato l’attenzione sulla figura dell’Ordinario militare, ministero esercitato da Bagnasco fino a tempi recenti. L’Ordinario militare, col grado di generale di corpo d’armata, è il vescovo dei cappellani militari, che appartengono ad una speciale diocesi personale. All'atto di assumere l'incarico, a norma di legge (n. 512 del 1 giugno 961) egli presta giuramento nelle mani del Presidente della Repubblica con la seguente formula:
«Davanti a Dio e suoi Santi Vangeli, io giuro e prometto, siccome si conviene a un Vescovo, fedeltà allo Stato italiano. Io giuro e prometto di rispettare e di far rispettare dal mio clero il Capo dello Stato italiano e il Governo stabilito secondo le leggi costituzionali dello Stato. Io giuro e prometto inoltre che non parteciperò ad alcun accordo, né assisterò ad alcun consiglio che possa recar danno allo Stato italiano e all'ordine pubblico, e che non permetterò al mio clero simili partecipazioni. Preoccupandomi del bene e dell'interesse dello Stato italiano, cercherò di evitare ogni danno che possa minacciarlo».
Non so bene, ma immagino che questa sia la formula che, in base al Concordato, tutti i vescovi pronunciano quando sono ricevuti, dopo la nomina, dal Presidente della Repubblica. Certo, è la promessa di un funzionario statale, non di un vescovo. Il riferimento ai vangeli non si capisce cosa c’entra. Si tratta dei doveri di ogni cittadino, fino alla eventuale necessità di una leale obiezione di coscienza. Colpisce che in questa formula non compaia né la parola né l’idea della pace e della nonviolenza, che l’accenno ai vangeli dovrebbe suggerire. Evidentemente, nel giuramento del vescovo dei militari, questo non è pensabile. Ma può un vescovo non pensarlo? Allora, il suo giuramento è sincero?
Allora capisco perché il numero citato della rivista di Pax Christi porta in copertina quelle parole dalla lettera di don Lorenzo Milani ai cappellani militari:
«Diteci esattamente cosa avete insegnato ai soldati. L’obbedienza a ogni costo? E se l’ordine era il bombardamento dei civili, un’azione di rappresaglia su un villaggio inerme, (…) l’uso delle armi atomiche, batteriologiche, chimiche, la tortura, l’esecuzione d’ostaggi?».

Problema di coscienza
Nessuno di noi è maestro di pace, nessuno ha la formula immediata per uscire dalla barbarie della soluzione omicida e stragista (cos’altro fanno le armi?) dei conflitti, per la quale sono attrezzati (pubblicamente e segretamente) tutti gli eserciti moderni, anche il nostro italiano. Nessuno è giudice della coscienza altrui. Ma tutti abbiamo questo tremendo problema di coscienza. Da cristiani, come lo sentiamo e lo gestiamo nel nostro colloquio con Dio? Di nuovo, vogliamo far uso di Dio nei nostri conflitti affidati alla violenza? Un prete, un vescovo, come pregano coi fedeli militari loro affidati? Non sta a noi giudicare. Ma possiamo esaminare le preghiere ufficiali dell’esercito, che non ci risulta essi abbiano corretto. E sono preghiere lontane da ciò che in queste pagine cerchiamo: parole di benedizione, parole che rendono una benedizione per gli altri chi le vive. Sono preghiere che sembrano scritte in un ufficio di psicologia di guerra e di propaganda militare (come quello che scriveva sui muri diroccati della prima guerra mondiale, con scala, vernice e pennello, fingendo che l’avesse scritto un eroico soldato «Meglio un giorno da leone che cento anni da pecora», invito alla ferocia bellica) e non da un cristiano.

Preghiere militari
Si trovano subito cliccando “preghiere militari” in Google. Compaiono 32 preghiere dei militari, 8 preghiere storiche e altre preghiere. I links rinviano a: prenotazione pasti, pantaloni militari, amicizia e amore, distintivi militari (anche con la svastica).
Alcune di quelle preghiere sono riportate nel già citato numero di Mosaico di pace. Per finire, ne riproduco alcune, che restino nelle annate di Servitium, nelle biblioteche di spiritualità, come salutare scossa di tristezza.

Preghiera del bersagliere
A Te, eterno Iddio, Signore della pace e della guerra, noi – Bersaglieri di Lamarmora – innalziamo la nostra preghiera. Tu, che ci hai fatto conoscere le asperità di tante battaglie, il gaudio di tante vittorie, la pena di tante rinunce, fa che il raggio di gloria illumini sempre la nostra fronte. Fa che la terra tremi sotto il nostro piede veloce e i nostri occhi mai vedano vinte le nostre armi, mai piegata la bandiera della Patria. Tu che ci hai dato un cuore di fiamma, guida i nostri passi sulla via dell’onore e, se un giorno dovessimo cadere, rendi forte l’animo delle nostre mamme e delle nostre spose. Benedici, o Signore, le piume che ci tramandano un secolo di assalti; benedici i nostri cuori che palpitano per la Patria santa; benedici Coloro che, dal Mincio al Don, sul campo restarono, benedici l’Italia e gli italiani. Tutti gli italiani. Ascolta, o Dio onnipotente, la viva voce di chi SOLO A TE si arrende.

Preghiera dell’alpino
Su le nude rocce, sui perenni ghiacciai, su ogni balza della Alpi ove la Provvidenza ci ha posto a baluardo fedele delle nostre contrade, noi, purificati dal dovere pericolosamente compiuto, eleviamo l'animo a Te, o Signore, che proteggi le nostre mamme, e nostre spose, i nostri figli e fratelli lontani, e ci aiuti ad essere degni delle glorie dei nostri avi. Dio onnipotente, che governi tutti gli elementi, salva noi, armati come siamo di fede e di amore. Salvaci dal gelo implacabile, dai vortici della tormenta, dall'impeto della valanga, fa che il nostro piede posi sicuro sulle creste vertiginose, su le diritte pareti, oltre i crepacci insidiosi, rendici forti a difesa della nostra Patria, e della nostra Bandiera. E Tu, Madre di Dio, candida più della neve, Tu che hai conosciuto e raccolto ogni sofferenza e ogni sacrificio di tutti gli Alpini caduti, Tu che conosci e raccogli ogni anelito e ogni speranza di tutti gli Alpini vivi e in armi, Tu benedici e proteggi i nostri Battaglioni e le nostre Compagnie. Così sia.

Preghiera del marinaio
A Te, o grande eterno Iddio, Signore del cielo e dell' abisso, cui obbediscono i venti e le onde, noi uomini di mare e di guerra, Ufficiali e Marinai d' Italia, da questa sacra nave armata dalla Patria leviamo i cuori! Salva ed esalta, nella Tua fede, o gran Dio, la nostra Nazione. Dà giusta gloria e potenza alla nostra Bandiera, comanda che le tempeste e i flutti servano a Lei; fa che per sempre la cingano in difesa petti di ferro, più forti del ferro che cinge questa nave: a Lei per sempre dona vittoria! Benedici, o Signore, le nostre case lontane, la care genti. Benedici nella cadente notte il riposo del popolo, benedici noi che, per esso, vegliamo in armi sul mare! Benedici !

Preghiera dell’artigliere
A Te Iddio degli eserciti, eterno Signore delle genti, noi artiglieri d'Italia, eleviamo i cuori. Sii lodato, o Signore, per la terra che ci donasti come Patria, dove il Tuo nome è venerato, dove la fede è fiamma che illumina la vita; sii lodato e ringraziato per il vanto che donasti alla nostra Bandiera, per la gloria che eterna i nostri Eroi, per la pace che concedi ai nostri morti nella Tua luce. Noi Ti preghiamo, o Signore, rendi il nostro cuore forte come la tempra dei nostri cannoni, il nostro braccio potente come l' uragano di fuoco che irrompe dai nostri pezzi. Fa che nell'ora della lotta aleggino a noi dintorno gli spiriti dei nostri Caduti, ed avvampi in noi la fiamma purissima che rende granitica la fragile materia e l'anima esalta nell'offerta e nel sacrificio. Proteggi, o Signore, la nostra Patria, le nostre famiglie lontane, le nostre terre, e noi tutti che in Te crediamo, benedici. Amen.

Riparazione
A titolo di riparazione, chiudo con una preghiera per la pace, di Fr. Jean-Luc Vesco OP, riferita ad una delle odierne capitali di guerra, l’Iraq:

Preghiera per la pace
In nome di Abramo, Padre di tutti i credenti, che una volta tu hai chiamato, Signore, dalla Mesopotamia, "la terra tra i due fiumi", per portare le tue benedizioni a tutte le nazioni, ti preghiamo che le armi siano silenziate là dove, per la prima volta, tu hai parlato agli umani. A noi che siamo rimasti figli di Babele, così divisi fra noi dall'odio e l'incomprensione, sognando incessantemente di lanciare delle iniziative terribili, desiderosi di farsi un nome, vieni Signore ad insegnarci l'unico linguaggio universale, quello della fraternità fra tutti gli uomini. Il tuo nome, Signore, è stato usato in questa guerra, credendo di potere, in tuo Nome, uccidere militari e civili, donne, bambini, ed anziani, bombardare le città, e far morire di fame una moltitudine di persone. Signore, metti fine a questa blasfemia interrompendo questo diluvio di fuoco. Mossul venera le tombe di tre eroi biblici: Set, Giona e Daniele. Set ebbe un figlio che fu il primo uomo ad invocare il tuo nome. Giona è segno della Risurrezione. Daniele ha visto il Figlio dell'Uomo venire sulle nuvole del cielo. Signore, siano i tre per noi forti intercessori presso di Te.

Enrico Peyretti

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