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La memoria come scelta etica

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9 giugno 2009 - Laura Tussi

memoria storica


Il termine memoria si usa e si abusa, risulta complesso in accezione quantitativa come facoltà che raccoglie e classifica tutto o memoria nel significato qualitativo: la memoria che alimenta l’essere vivente in noi.
Proust rivisse il suo passato nel ricordo, in quello che aveva personalmente già visto. In questo senso si considera la memoria proustiana basata essenzialmente sul rimemorare, il ricordare. Si può anche vivere quello che non si è personalmente vissuto. Sembra paradossale, ma è già nella Bibbia l’invito in questo senso. Nel Deuteronomio leggiamo “ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek”, era il re che attaccò il popolo ebraico all’uscita dall’Egitto e aggredì tutti i più deboli della retroguardia. La Bibbia dice, appunto, ricorda che ora a centinaia di migliaia di anni di distanza ricordiamo quello che ci ha fatto Amalek e che ha fatto anche a te. Questa memoria che diventa storia, si aggiunge all’Historia che già conosciamo come raccolta e costruzione di fatti, eventi, documenti è una Storia che in ebraico si traduce "generazioni". La memoria che si tramanda di padre in figlio, di generazione in generazione, ed è una Storia che diventa testimonianza, il filo rosso della vita e dell’opera di Primo Levi. Tutti sappiamo che Levi pose una lancinante e lacerante distinzione tra sommersi e salvati che soli possono parlare del vissuto. Possono parlare, testimoniare solo quelli salvati che sono tornati. Quelli che invece non hanno fatto ritorno… a loro è stata tolta la vita e la parola. Proprio per questo la testimonianza di chi torna è ancora fondamentale. Molti tra i sopravvissuti ancora non riescono a parlare, dopo mezzo secolo, a trovare la parola per testimoniare. E’ necessario tentare di dar voce agli eventi attraverso la vita, l’esperienza diretta del soggetto, riscattare la sofferenza dalle cifre enormi, dalla terribile anonimità e rendere alle persone, ai singoli individui, come soggetti degni d’identità, il loro nome e cognome, ridare alla persona torturata la sua forma umana: è l’irriducibilità dell’esperienza di ciascuno che ha vissuto la deportazione di cui occorre avere profonda coscienza. Tutti conosciamo le cifre spaventose delle deportazioni e dello sterminio di massa, ma dobbiamo sapere che oltre le cifre esistevano individui, persone deportate, destinate singolarmente, sistematicamente all’annientamento. E allora tutti coloro che sono rimasti, sopravvissuti, con la loro voce parlano contro chi ha concepito l’idea dell’olocausto, dello sterminio.
Con questa consapevolezza, anni fa, l’ANED ha iniziato una ricerca relativa alla deportazione femminile anche per la coscienza, la consapevolezza, l’evidenza che le donne tra le sopravvissute sono coloro che hanno parlato meno rispetto agli uomini. Si è cercato di chiamare le donne tanto della deportazione ebraica e razziale, in generale, che politica. Si è elevato un coro di voci sommerse che è stato difficilissimo, ma molto importante ascoltare.
Raccogliendo e ascoltando le testimonianze si vivono il passato, gli eventi, le vicende: la memoria. Questo è il passaggio del testimone, senza soluzioni di continuità, che si accompagna ad un altro percorso a sua volta senza soluzioni di continuità, perché processo etico di scelta tra il Bene e il Male…Dal Deuteronomio :”Io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione: scegli dunque la via!”. Questa scelta etica tra il Bene ed il Male, che attraversa sempre la nostra quotidianità, ai tempi del nazifascismo fu particolarmente urgente, imminente, impellente e tragica. Nazismo e fascismo sono stati fenomeni storici, politici, sociali, economici che vanno indagati nella loro specificità. Ma anche un piano etico va ricordato “Una mano abominevole è stata alzata contro l’umanità; un colpo diretto contro la colonna portante dei Dieci Comandamenti” che parlano di Dio e dell’uomo e invitano ad amare Dio, amando l’uomo. Solo in questo modo, con l’amore per il prossimo, la linfa dei Dieci Comandamenti, si ama Dio. Contro l’amore per il prossimo, contro il volto dell’altro, come direbbe Levinas, si è avventato il nazismo, il delirio di pretendere di sapere chi era degno di vivere o meno e di volerlo eliminare: per questo fu necessario scegliere allora.
Il periodo di revisionismo, è spesso un negazionismo strisciante. La scelta allora era radicale, coinvolgeva l’individuo che la compiva e spesso le famiglie che lo circondavano e tra le testimonianze molte sono le voci di donne deportate perché sorelle, compagne, mogli, figlie di chi scelse e si schierò, e combattè contro il nazifascismo. Il ricordo dei sopravvissuti è spesso scandito da queste tappe: la cattura, il trasporto, l’arrivo nei campi, e sottocampi, dove si veniva tatuati e numerati, momento che ricorre spesso nelle testimonianze perché ciascuno si sentiva deprivato del proprio nome, unico, irripetibile, irriducibile… in un flebile ricordo tatuato sulla mano sinistra. La solitudine di chi tornò fu spesso estrema e lancinante…

Laura Tussi

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