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Dalla Shoah al dialogo interculturale: "Il Popolo dell'Esilio" di Moni Ovadia. A Scuola il monito antirazzista compreso nell’educazione alla cittadinanza interculturale

Difesa Ambiente - Euro Edizioni, per il dialogo tra culture

Difesa Ambiente, realizzata da EuroEdizioni, propone testi che indagano la questione mediorientale e il conflitto tra Israele e Palestina a partire dalle cause storiche che lo hanno ingenerato. "Il Popolo dell'Esilio" di Moni Ovadia è un canto che esprime una vocazione libertaria, l'istintiva diffidenza nei confronti del potere cristallizzato, dell'autorità prepotente, contro ogni antisemitismo e islamofobia, indagando la verità, oltre asfittici schematismi ideologici, banali slogan propagandistici e cortocircuiti della memoria.
1 marzo 2012 - Laura Tussi

  Difesa Ambiente

IL POPOLO DELL’ESILIO

Opera di Moni Ovadia

Recensione di Laura Tussi

Editori Riuniti, Aprile 2011.

In pagine di alta e rara intensità, Moni Ovadia esprime la propria posizione sulla questione mediorientale, con la voce ironica e commossa di un ebreo che desidera intensamente la pace fra i due popoli, rompendo il proprio canto con quesiti difficili e oscuri presagi della discordia che separa terre e uomini. Un canto che esprime una vocazione libertaria,1'istintiva diffidenza nei confronti del potere cristallizzato, dell'autorità prepotente, contro ogni antisemitismo, indagando la verità, oltre asfittici schematismi ideologici, banali slogan propagandistici e cortocircuiti della memoria. Moni Ovadia, attraverso l'opera “Il popolo dell'esilio”, manifesta una profonda vocazione per la condizione dell’esule, dello straniero, nel regno della giustizia sociale, dove i ruoli non pretendono alcun significato e le gerarchie sono abolite, nel viaggio in cammino verso l'Uomo, sulla Terra che è Santa perché la si abita da stranieri fra gli stranieri, in un alto concetto di economia di giustizia, contro ogni deriva nazionalista. Una condanna all'Europa intrisa ancora di odio per l'altro e che non diventerà mai un'unica nazione degna, finché non accoglierà le alterità e le minoranze, condannando e contrastando le ideologie xenofobe, tramite l'espulsione dalle istituzioni di capi politici che sfruttano il pregiudizio e fomentano l'odio razziale. Moni Ovadia si schiera contro la virulenza e la rigidità sionista, delirio del confine e rivendicazione di un'identità sclerotizzata e ottusa, in nome di una “sicurezza”, sul cui altare si immolano ideali di giustizia, di pace e umanità, tramite la mistica della forza del potere. Dall'opera affiora invece pressante l'esigenza di Pace per far  riemergere la memoria dello sterminio nazista dall'ossessione, dalla paranoia, per trasformarsi in un alto momento mnestico creativo di un nuovo umanesimo universalista, nella condizione dell'esilio in cui l'essere umano rivela lo splendore che lo conduce alla pace, all'uguaglianza, all'alleanza con gli altri esseri viventi, con l'ambiente e l'ecosistema, in sospensioni sabbatiche di spazio e tempo, in un’auspicabile diasporizzazione universale, contro la peste del nazionalismo che ingenera guerra e stermini. Occorre abitare la terra da stranieri fra gli stranieri, praticando la giustizia sociale e affermando un paradigma di relazione e accoglienza con il popolo antagonista, in un ideale sublime di erranza, nella prospettiva di una diaspora universale, precondizione necessaria per costruire la pace, dove prevalga l'idea dell'esilio come patria che riconosce le potenzialità della fragilità dell'umano, in profonde strutture dell'emozione e del sentimento comuni, in una riconoscibilità identitaria indefinita e in continua ridefinizione, di tradizioni, narrazioni, lingue, letterature, popoli senza confini, bandiere, eserciti, burocrazie, senza retorica patriottarda, in un infinito e osmotico collettivo di diaspore universali. Dunque la questione ebraica rappresenta proprio il quesito dell'alterità.

Il nazifascismo odiava l'ebreo della diaspora, sradicato, fragile, ubiquo, capace di tenere in sè le contraddizioni, l’ossimoro di molteplici identità, senza rinunciare a nessuna di esse; l'ebreo maestro del pensiero critico, padrone della dialettica del dubbio, portatore dell'idea rivoluzionaria di una redenzione universale, fondata sulla precaria, onirica, evanescente bellezza dell'Uomo fragile, inventore dell'elezione dal basso, di redenzione dalla condizione di schiavo, di straniero, oltre le logiche spietate di teocrazie nazionaliste votate all’annientamento delle diversità. La Torah è un messaggio universalista. La Torah, oltre la formazione marxista e libertaria, ispira il pensiero dell'Autore nelle lotte per la giustizia sociale, per le rivendicazioni palestinesi, per tutti gli oppressi, per le donne, gli omosessuali e per i diritti del creato, degli animali che lo abitano, dove il tempo diviene lo spazio dell'esistenza nell'abolizione della logica del confine, nella vera visione universalistica ebraica. Lo Shabbat è extraterritoriale ed extratemporale, per pensare alla donna e all'uomo come soggetti di pensiero spirituale, etico, di giustizia e amore, nella relazione con se stessi, con l'altro, con la società, per alimentare i circuiti virtuosi dell'esistenza, nella centralità della vita, della dignità, dell'uguaglianza, oltre lo sfruttamento capitalistico, la mercificazione consumistica, in una buildung straordinaria, dove la società può indagare le questioni del proprio esistere, le aspirazioni e le derive, le grandezze e le miserie, le patologie e il sublime dell'Uomo fragile, oltre i falsi idoli del potere, oltre le vocazioni idolatriche. Il passato e il presente si intrecciano nei ricordi per affermare che la terra non è stata donata per alimentare la guerra e il nazionalismo, ma per dimostrare che l'unico modo per costruire la pace è essere “popolo che sa vivere sulla terra da straniero fra gli stranieri”.

 

Deportazione e memoria collettiva

IL PARADIGMA DELL’ANNIENTAMENTO.

A Scuola il monito antirazzista compreso nell’educazione alla cittadinanza interculturale

La recrudescenza del conflitto tra palestinesi e israeliani rischia di alimentare l'antisemitismo e di amalgamarsi con l’antisionismo, incentivando diverse forme di razzismo nel quadro delle società a carattere multiculturale, in seguito alle nuove immigrazioni.

Un confronto interculturale aperto e pluralistico, che aiuti a superare e contrastare i pregiudizi, gli stereotipi e l'intolleranza risulta realizzabile contrastando l'antisemitismo e con esso ogni forma di islamofobia e di razzismo, realizzando, soprattutto nella scuola, un dibattito interdisciplinare basato sul confronto tra diverse culture ed etnie, individuando il paradigma comune della diversità sociale e della differenza individuale, tramite la costruzione di empatia, di responsabilità personale e di prossimità nei confronti dell'altro.

Dunque si presenta la necessità di ripensare l'educazione e la didattica inerenti la Shoah in chiave di paradigma che solleciti ad una riflessione circa il senso e il significato della vita e che conduca ad una solidarietà onnicomprensiva e globale con tutte le vittime del passato e del presente.

La dichiarazione del forum internazionale sulla Shoah, sottoscritta a Stoccolma nel 2000 da governi, esperti e organizzazioni non governative, afferma che l'ampiezza dell'Olocausto deve essere per sempre impressa nella memoria collettiva, di fronte ad un'umanità ancora attualmente segnata dal genocidio, dalla pulizia etnica, dal razzismo, dall'antisemitismo e dalla xenofobia.

La responsabilità dell'educazione alla memoria diviene un impegno morale e politico per il futuro di tutti i popoli perché riveste un forte valore formativo.

Risulta necessario riflettere sul rapporto del ruolo e del significato della memoria storica dell'Olocausto in ambito educativo e formativo e la storia degli eventi accaduti durante la seconda guerra mondiale ed, in particolare, rispetto allo sterminio di ebrei, zingari, omosessuali, asociali e prigionieri politici nei campi del regime nazifascista e nazionalsocialista.

Determinati eventi, come la diffusione di atteggiamenti di carattere revisionista e negazionista e il risorgere tra i giovani di fenomeni di antisemitismo e razzismo, hanno contribuito a far riemergere il problema del rapporto tra la storia del ‘900 e le nuove generazioni, in quanto, con l'allontanamento storico e temporale dalla fine della guerra, il divario tra le generazioni sembra accentuarsi.

La memoria storica degli eventi, considerati paradigmatici dalla generazione precedente, sbiadisce e invece incombe il rischio che convinzioni, scelte e i sentimenti siano circondati da un alone di retorica.

Il compito formativo non concerne soltanto il puro insegnamento della storia, ma la trasmissione della memoria e la cultura del ricordo e della raccolta della narrazione di testimonianze, come elementi caratterizzati dall'interazione tra fattori di personalità, storia individuale e familiare e mutamenti sociali e politici.

L'educazione riguardante la trasmissione della memoria storica e il paradigma dell'annientamento è ricollegata alle questioni della memoria storica territoriale.

In Italia, l'educazione riguardante la deportazione politica e lo sterminio, durante la seconda guerra mondiale, è imprescindibilmente intrecciata al problema della memoria storica nel dopoguerra, quando il ricordo della Shoah veniva elaborato insieme alla liberazione dal fascismo.

Nel ‘68, la nuova coscienza politica delle generazioni giovani riscopre la Shoah come il simbolo specifico della barbarie nazista, in una rivolta onnicomprensiva contro ogni forma di discriminazione e razzismo, assumendo un profilo specifico dal punto di vista pedagogico e didattico.

La trasmissione della memoria del paradigma dell'annientamento, come elemento pedagogico necessario a rendere consapevoli le giovani generazioni per contrastare ogni forma di razzismo, di islamofobia e di antisemitismo, rappresenta un cardine dell'educazione alla cittadinanza, dal momento che la cultura del ricordo promuove responsabilità e impegno morale e prosociale.

Il razzismo, i pregiudizi, gli stereotipi si combattono sostenendo la capacità di pensiero complesso e decentrato, la possibilità di mettersi nei panni dell'altro, evitando l'irrigidimento delle posizioni, dove ogni strategia didattica e pedagogica deve porre attenzione al discorso razzista, non solo ai contenuti implicitamente discriminatori, ma alle modalità in cui vengono espressi, evitando di preparare luoghi comuni e pregiudizi e che si vorrebbero, al contrario, contrastare.

Molti giovani di fronte al fenomeno concentrazionario, a tutte le motivazioni e tipologie di deportazione, da quella politica a quella etnica, esprimono giudizi inconsciamente ammirati per la forza, la lucidità del progetto dell'annientamento e la potenza tecnica dei persecutori.

Dietro una condanna incerta, si intravede l'attrazione verso il modello dei vincitori e non delle vittime, mentre il compito educativo e pedagogico risiede nel far risaltare le violenze ingiuste, le discriminazioni sociali, la scelta del far morire degli innocenti, evitando il rischio dell'ammirazione verso i vincitori e la resa al fascino della potenza e della violenza.

Sussiste una forma di resistenza diffusa che si manifesta nel distacco da ogni forma di impegno, dove i giovani confusi, alla ricerca di identità personale, vivono, come anticonformismo, il rifiuto della storia, della politica, delle celebrazioni degli insegnamenti della scuola.

I giovani disimpegnati sentono l'esigenza di esprimere la propria autonomia di giudizio in particolare nel contrastare insegnamenti che temono politicizzati.

Pertanto la scuola si trova davanti alla necessità di trasmettere significati autentici e non stereotipati. Durante l'insegnamento di questi temi, si riscontra una contraddizione tra gli argomenti trattati e i comportamenti di pregiudizio o disprezzo degli alunni nei confronti dei più deboli, degli immigrati e di coloro che sono considerati diversi.

L'educazione, la pedagogia e il monito antirazzisti sono compresi in un complessivo programma di educazione alla cittadinanza interculturale che affronta i problemi dell'identità delle relazioni e della convivenza solidale all'interno del quale i progetti di insegnamento della Shoah rivestono una parte importante ed imprescindibile.

 Bibliografia:

Il dovere di ricordare. Riflessioni sulla Shoah

DVD ideato e narrato da Moni Ovadia e curato da Elisa Savi, con la partecipazione di Antonio Albanese, Nicoletta Braschi, Lorenzo Cherubini, Luciano Ligabue, Luciana Littizzetto, Shel Shapiro, Palumbo Editore 2009.

Santerini M., Antisemitismo senza memoria. Insegnare la Shoah nelle società multiculturali, Carocci, Roma 2005

 Tussi Laura, Memorie e Olocausto. Il valore creativo del ricordo per una “pedagogia della resistenza” nella differenza di genere, Aracne, Roma 2009

 Tussi Laura, Il Disagio Insegnante nella Scuola Italiana Contemporanea. Un’analisi critico-pedagogica dei vissuti professionali e formativi del docente, Aracne, Roma 2009

Allegati

  • Una condanna all'Europa intrisa ancora di odio per l'altro e che non diventerà mai un'unica nazione degna, finché non accoglierà le alterità e le minoranze, condannando e contrastando le ideologie xenofobe, tramite l'espulsione dalle istituzioni di capi politici che sfruttano il pregiudizio e fomentano l'odio razziale. Moni Ovadia si schiera contro la virulenza e la rigidità sionista, delirio del confine e rivendicazione di un'identità sclerotizzata e ottusa, in nome di una “sicurezza”, sul cui altare si immolano ideali di giustizia, di pace e umanità, tramite la mistica della forza del potere.
  • La recrudescenza del conflitto tra palestinesi e israeliani rischia di alimentare l'antisemitismo e di amalgamarsi con l’antisionismo, incentivando diverse forme di razzismo nel quadro delle società a carattere multiculturale, in seguito alle nuove immigrazioni. Un confronto interculturale aperto e pluralistico, che aiuti a superare e contrastare i pregiudizi, gli stereotipi e l'intolleranza risulta realizzabile contrastando l'antisemitismo e con esso ogni forma di islamofobia e di razzismo, realizzando, soprattutto nella scuola, un dibattito interdisciplinare basato sul confronto tra diverse culture ed etnie, individuando il paradigma comune della diversità sociale e della differenza individuale, tramite la costruzione di empatia, di responsabilità personale e di prossimità nei confronti dell'altro.
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