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Questo sondaggio è stata accolto dal silenzio assordante di tutti i media mainstream

Zio Sam: la più grande minaccia per la pace

Secondo un sondaggio globale condotto in 68 paesi dalla Worldwide Independent Network of Market Research (WINMR) e Gallup International alla fine del 2013, che ha coinvolto 66.000 persone, gli abitanti del pianeta Terra vedono gli Stati Uniti come la minaccia più significativa per la pace
18 marzo 2014 - Paul Street
Fonte: ZCommunications - 24 febbraio 2014

Secondo un sondaggio globale condotto in 68 paesi dalla Worldwide Independent Network of Market Research (WINMR) e Gallup International alla fine del 2013, che ha coinvolto 66.000 persone, gli abitanti del pianeta Terra vedono gli Stati Uniti come la minaccia più significativa per la pace. Gli Stati Uniti sono stati votati come minaccia top con un ampio margine, ricevendo il 24 per cento dei voti. Il Pakistan è arrivato secondo con l'8 per cento, seguito dalla Cina (6 per cento). Afghanistan, Iran, Israele e Corea del Nord si contendono il 4° posto con il 4 per cento. Tra i paesi alleati degli Stati Uniti, Grecia e Turchia (45 per cento ciascuno), Pakistan (44 per cento) e Messico (circa 37 per cento) ritengono gli Stati Uniti la più grande minaccia alla pace.

Questo sondaggio è stata accolto dal silenzio assordante di tutti i media mainstream degli Stati Uniti. Esso non ha ricevuto una sola menzione nel New York Times, Washington Post, Wall Street Journal, Chicago Tribune, Los Angeles Times. Non è stato considerato degno di reportage nei telegiornali della sera alla NBC, CBS, ABC, o PBS. Ha ricevuto nei mass media americani brevi ed indifferenti commenti.

Tipico di questo atteggiamento minimizzante è stato un titolo dell'International Business Times che ha messo in dubbio la validità e la razionalità del sondaggio. Il titolo, "Secondo il sondaggio Gallup la principale minaccia per la pace nel mondo è... l'America?", implicando chiaramente che il parere del mondo fosse quantomeno assurdo (IBT, 2 Gennaio 2014).

Gli editori di destra del New York Post hanno risposto letteralmente con disgusto a coloro cui semplicemente "non piaciono gli Stati Uniti", anche dopo il rinnovo del mandato presidenziale a Barack Obama. Notando un sondaggio Gallup del 2006 in cui i cittadini del mondo consideravano "Washington una minaccia peggiore di Teheran" (una convinzione evidentemente ridicola per il Post), la redazione ha commentato che "Nel 2008, il presidente Obama avrebbe sottolineato come le politiche di Bush avessero danneggiato la reputazione dell'America nel mondo, suggerendo che l'atteggiamento del mondo musulmano sarebbe cambiato con la sua semplice elezione. Non è stato così, secondo quanto questi numeri di Gallup suggeriscono. Forse faremmo meglio ad accettare il vero messaggio di tutte queste indagini globali: Ci sono molte persone nel mondo che non amano gli Stati Uniti e ci considerano come una minaccia, non importa chi sia il presidente"[1].

Per ogni osservatore serio e onesto della politica estera degli Stati Uniti e della scena internazionale di oggi e di decenni addietro, il ruolo degli Stati Uniti (anche sotto Obama) come persistente minaccia per la pace agli occhi del mondo dovrebbe essere tutt'altro che sorprendente. Gli Stati Uniti, dopo tutto, rappresentano quasi la metà della spesa militare mondiale. Mantengono oltre 1000 installazioni militari in più di 100 nazioni "sovrane" sparse in ogni continente.

L'amministrazione Obama dispiega forze speciali in almeno 75 paesi (erano 60 alla fine dell'amministrazione di George W. Bush) e conduce regolari attacchi letali, mediante droni, contro obiettivi ufficialmente designati come terroristi (e un numero molto maggiore di civili innocenti) in Medio Oriente, Asia sud-occidentale e Africa. Mantiene un massiccio programma di sorveglianza globale dedicata all'eliminazione della privacy sulla Terra, un programma che ha spiato anche i telefoni cellulari dei capi di Stato europei, tra cui la tedesca Angela Merkel. Come Der Spiegel, il giornale leader in Germania, ha osservato nel 1997: "Mai prima nella storia un paese ha dominato la terra così totalmente come gli Stati Uniti fanno oggi... L'America è ora lo Schwarzenegger della politica internazionale: mostra i muscoli, è invadente, intimidatorio... Gli americani, in assenza di limiti posti da niente e nessuno, si comportano come se detenessero una sorta di assegno in bianco".

Un "Ingorgo aereo" su una "Carneficina a senso unico" (Iraq, 1991)

Forse i redattori del Der Spiegel pensavano alla condotta degli Stati Uniti in Iraq quando scrivevano quelle righe. Forse hanno riflettuto sulla "autostrada della morte", quando le Forze Usa hanno massacrato decine di migliaia di soldati iracheni in ritirata dal Kuwait il 26 e 27 febbraio 1991. Il giornalista libanese-americano Joyce Chediac ha testimoniato che "Gli aerei degli Stati Uniti hanno intrappolato i lunghi convogli e poi colpito per ore. 'È stato come sparare a dei pesci in un barile', ha detto un pilota statunitense. Sulle 60 miglia di autostrada costiera, le unità militari irachene giacciono in raccapriccianti pose, scheletri bruciacchiati di veicoli e uomini, neri e terribili sotto il sole... per 60 chilometri ogni veicolo è stato mitragliato o bombardato, ogni parabrezza è in frantumi, ogni serbatoio è bruciato, ogni camion è ridotto in frammenti. Non ci sono notizie di sopravvissuti...' Neanche in Vietnam ho visto un simile spettacolo. 'È patetico', ha detto il maggiore Bob Nugent, un ufficiale dei servizi segreti dell'esercito ...I piloti americani hanno preso tutte le bombe che avevano a portata di mano, da bombe a grappolo a bombe da 500 libbre ...Le forze statunitensi hanno continuato a sganciare bombe sui convogli finché tutti gli esseri umani sono stati uccisi. I jet sciamavano sul strada in numero così alto da creare un ingorgo di traffico aereo, e i controllori dei voli di combattimento temevano collisioni a mezz'aria... Le vittime non offrivano resistenza... era semplicemente un massacro unilaterale di decine di migliaia di persone che non avevano la capacità di reagire o difendersi"[2].

Meno di un anno dopo questa carneficina impensabile, George H.W. Bush proclamava "Il mondo prima diviso in due armate contrapposte riconosce ora una sola potenza, gli Stati Uniti d' America. E di questo il mondo non ha paura. Il mondo si fida di noi, e il mondo fa bene. Ci riconosce giustizia e riservatezza. Ci riconosce essere dalla parte della decenza. Ci dà il potere di fare ciò che è giusto"[3].

La crudeltà non è mai troppa

Il macello di massa condotto dalle forze della "decenza" nel 1991 era coerente con lunga storia di selvaggia violenza imperiale degli Stati Uniti'. Quella storia inizia dallo sterminio sanguinoso degli abitanti originari della nazione (il lungo olocausto dei nativi americani del 1607-1890) e si estende attraverso la macellazione razzista di decine di migliaia di filippini tra il 1899 e il 1902 (quando i soldati americani impegnati nella strage scrivevano a casa ad amici e parenti su come avevano promesso di combattere "fino a quando i negri non fossero stati uccisi come gli indiani pellirosse"), l'inutile e criminale bombardamento atomico del Giappone, e la "crocifissione del sud-est asiatico" (termine usato da Noam Chomsky per indicare la politica americana che aveva liquidato più di 4 milioni di indocinesi - regolarmente etichettati come "musi gialli" ed altri appellativi razzisti da parte delle truppe - tra il 1962 e il 1975).

Forse i redattori del Der Spiegel avranno anche riflettuto sulle sanzioni economiche e sul segretario di Stato americano Madeleine Albright. Cinque anni dopo "l'autostrada della morte", ha detto Albright a Leslie Stahl della CBS News che la morte di mezzo milione di bambini iracheni a causa delle sanzioni economiche imposte dagli Stati Uniti è stato un "prezzo... che valeva la pena di pagare" per l'avanzamento degli obiettivi intrinsecamente nobili degli Stati Uniti. "Gli Stati Uniti", ha spiegato il Segretario Albright tre anni dopo, "sono miti. Cercano di fare ovunque del loro meglio".

Anche questa non era una novità. Come ha osservato Chomsky nel 1992, riflettendo sugli sforzi degli Stati Uniti per massimizzare la sofferenza in Vietnam bloccando l'assistenza economica e umanitaria alla nazione che aveva devastato: "La crudeltà non è mai troppa per i sadici di Washington. Le classi colte lo sanno bene, infatti guardano da un'altra parte"[4].

Figli e Figlie

Il sadismo imperiale è proseguita nel millennio in corso. Lo "Schwarzenegger" del mondo è andato su tutte le furie dall'11 settembre 2001, uccidendo, mutilando, provocando milioni di profughi in tutto il mondo musulmano nella sua guerra globale al terrorismo (Global War on/of Terror, GWOT).

In un discorso di politica estera dato alla vigilia dell'annuncio della sua candidatura alla presidenza degli Stati Uniti nell'autunno del 2006, l'allora senatore Barack Obama ha avuto l'audacia di dire quanto segue a sostegno della sua affermazione che i cittadini americani avessero supportato la "vittoria" in Iraq: "Il popolo americano è stato straordinariamente risoluto. Esso ha visto i suoi figli uccisi o feriti nelle strade di Fallujah"[5].

È stata una scelta agghiacciante di località. La crudeltà dello Zio Sam nel 21° secolo ha raggiunto il picco, forse, a Fallujah, in Iraq, nel 2004. La sfortunata città è stata il sito di colossali atrocità di guerra statunitensi, crimini tra cui l'assassinio indiscriminato di migliaia di civili, gli attacchi anche contro ambulanze e ospedali, e lo spianamento al suolo di un'intera città da parte dei militari degli Stati Uniti tra Aprile e Novembre 2004.

"Gli Stati Uniti hanno lanciato due assalti feroci sulla città, in Aprile e Novembre del 2004 [...] con una potenza di fuoco devastante scatenata da una distanza che ha reso minime le perdite americane. Nel mese di aprile [...] i comandanti militari avevano dichiarato di aver individuato con precisione [...] forze ribelli, ma gli ospedali locali hanno riferito che molte o la maggior parte delle vittime erano civili, spesso donne, bambini e anziani [...] rivelando una precisa intenzione di uccidere civili indiscriminatamente [...] nel Novembre [...] l'attacco aereo americano distrusse l'unico ospedale nel territorio insorto per garantire che questa volta nessuno fosse in grado di documentare la strage di civili. Le forze Usa hanno poi attraverso la città, praticamente distruggendola. Alla fine, Fallujah sembrava la città di Grozny in Cecenia dopo che le truppe russe di Putin l'avevano rasa al suolo"[6].

L'uso di ordigni radioattivi (a uranio impoverito) a Fallujah da parte dell'esercito statunitense ha anche contribuito a creare una successiva epidemia di mortalità infantile, difetti di nascita, leucemia, cancro. Ma, naturalmente, Fallujah è stato solo un episodio di un'invasione criminale più ampia che ha portato alla morte prematura di almeno un milione di civili iracheni e ha ridotto l'Iraq a "una zona disastrata di dimensioni catastrofiche di cui è difficile trovare riscontri nella storia recente"[7]. Secondo quanto scritto dal rispettato giornalista Nir Rosen nel dicembre 2007, "l'Iraq è stato ucciso [...] l'occupazione americana è stata più disastrosa di quella dei mongoli che saccheggiarono Baghdad nel XIII secolo"[8].

"Sbattiamoli a Guantanamo"

Lawrence Wilkerson è un ex ufficiale ed è stato capo dello staff del Segretario di Stato di George W. Bush, Colin Powell. Parlando con il giornalista investigativo Jeremy Scahill, ha descritto una tipica operazione delle forze speciali durante l'occupazione dell'Iraq: "Si ottiene un po' di informazioni [...] e si dichiara 'Oh, questa è veramente una buona informazione. Ed ecco l'Operazione Blue Thunder. 'Si uccidono 27, 30, 40 persone, indiscriminatamente, e se ne catturano sette o otto. Poi si scopre che l'informazione era inesatta e che sono state uccise un sacco di persone innocenti e si è arrestato un gruppo di persone innocenti, sbattute a Guantanamo. Tanto nessuno ne saprà nulla [...] tu dici, 'cataloghiamolo come esperimento' e si va alla prossima operazione"[9].

Chi pensa che la ferocia imperiale degli Stati Uniti fosse giunta a una sorta di battuta d'arresto misericordiosa con l'ascesa di Barack Obama alla Casa Bianca sta vivendo in un sogno. Qualcuno potrebbe pensare che Obama sia stato incaricato di mettere fine alle missioni in Iraq e in Afghanistan, ma in realtà egli ne ha drasticamente ampliato la portata e l'intensità con l'uso dei droni e la presenza di truppe delle forze speciali di tutto il mondo. Obama, come il giornalista coraggioso Allan Nairn ha notato con anticipo, ha mantenuto impostata su "uccidi" la gigantesca macchina imperiale[10].

Il tono è stato impostato fin dall'inizio, con la firma di Obama su due grandi attacchi dei droni in Pakistan per il suo quarto giorno di amministrazione. Nel primo colpo sono rimaste uccise "tra sette e quindici persone, quasi tutti civili". Nel secondo è stata "colpita la 'casa sbagliata' e sono stati uccisi da 5 a 8 civili", tra cui due bambini. Meno di un anno e mezzo dopo, un'altra "operazione con i droni firmata da Obama" colpisce un funerale e uccide "decine di civili - tra i 18 ei 55. "A Ottobre 2009, riferisce Scahill, "Obama aveva già autorizzato un numero di attacchi di droni superiore a quelli autorizzati da Bush in otto anni di amministrazione".

Una fonte militare ha riferito a Scahill il funzionamento standard delle Forze Speciali nell'era di Obama: "Se stanno cercando una persona in un posto e in quel posto ce ne sono altre trentaquattro, allora trentacinque persone stanno per morire".

Un episodio emblematico della guerra degli Stati Uniti al terrore si è verificato nella prima settimana di Maggio del 2009, quando i raid aerei statunitensi hanno ucciso più di 140 civili a Bola Boluk, un villaggio della zona occidentale della provincia Afghana di Farah. Novantatre degli abitanti del villaggio morti dilaniati dagli esplosivi americani erano bambini. Solo 22 erano maschi di 18 anni o più. Come il New York Times ha riferito: "In una telefonata trasmessa in viva voce su un altoparlante Mercoledì per [...] il parlamento afgano, il governatore della Provincia di Farah, Rohul Amin, ha dichiarato che ben 130 civili erano stati uccisi, secondo un parlamentare, Mohammad Naim Farahi [...] Il governatore ha detto che gli abitanti del villaggio hanno portato due rimorchi pieni di pezzi di corpi umani davanti al suo ufficio per dimostrare l'eccidio avvenuto [...] tutti piangevano [...] guardando quella scena scioccante. 'Mr. Farahi ha detto di aver parlato con un suo conoscente personale che aveva contato 113 corpi mentre venivano sepolti, tra cui molte [...] donne e bambini"[11].

La risposta iniziale del Pentagono di Obama a questo orribile incidente, uno dei tanti massacri di civili compiuto dalle forze aeree americane in Afghanistan e in Pakistan dall'autunno 2001, è sempre stata di addebitare i morti alle "bombe dei talebani". Il Segretario di Stato Hillary Clinton ha espresso "rammarico" per la perdita di vite innocenti, ma l'amministrazione ha sempre rifiutato di riconoscere le responsabilità degli Stati Uniti. Al contrario, Obama aveva pochi giorni prima offerto le scuse per aver spaventato i newyorkesi con uno sconsiderato volo a bassa quota dell'aereo presidenziale su Manhattan[12].

La disparità è stata notevole: spaventare i newyorkesi ha portato a scuse presidenziali piene e lo scaricamento di un membro dello staff della Casa Bianca, ma l'uccisione più di 100 civili afghani non ha richiesto alcuna scusa. Nessuno è stato licenziato. E il Pentagono si è permesso di avanzare assurde ipotesi sulla causa della morte di popolazione civile afghana - storie che sono state prese sul serio dai media. Gli Stati Uniti hanno successivamente condotto una "indagine" di dubbia qualità sulla strage Bola Boluk che ha ridotto il numero delle vittime civili ed ha accusato i talebani di usare i civili come scudi umani.

"Premio per la Pace? È un assassino". Così parlò un giovane afghano di etnia pashtun a un giornalista di Al Jazeera English il 10 Dicembre 2009, il giorno in cui è stato dato il Nobel per la Pace a Obama". L'uomo parlava dal villaggio di Armal, dove una grande folla si era radunata intorno i corpi di dodici persone, abitanti una casa isolata, tutti uccisi da forze speciali statunitensi durante un raid a tarda notte".

Principale minaccia alla sostenibilità ambientale

Gli Stati Uniti sono la minaccia principale non solo per la pace sulla Terra, ma anche la principale minaccia alla privacy personale (come è stato reso più chiaro che mai dalle rivelazioni di Edward Snowden[13]), alla democrazia (fondi americani finanziano regimi repressivi di tutto il mondo) e per la Terra stessa considerata come il nostro spazio vitale globale.

Per quanto riguarda il cambiamento climatico, che rappresenta una minaccia per la conservazione della specie umana, Washington si diletta ora nel biasimare la Cina. La Cina, dicono gli Stati Uniti, è il principale responsabile del cambiamento climatico, dal momento che le sue emissioni di carbonio sono più che raddoppiate dal 2001 e ora sputa più carbonio nell'atmosfera di qualsiasi altra nazione.

Si tratta di una cortina di fumo progettata per mascherare la responsabilità primaria degli Stati Uniti nell'ecocidio petro-capitalista, un'errore che farà
impallidire tutti i crimini precedenti, se gli sarà permesso di eseguire pienamente i suoi propositi di sterminio. Gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il più grande emettitore di carbonio a livello mondiale su base pro capite. Un cittadino statunitense genera una media di 20 tonnellate di carbonio all'anno, quasi 4 volte quanto un cittadino cinese medio. Nessuna nazione ha vomitato più carbonio nell'atmosfera terrestre, nell'era industriale, degli Stati Uniti, e questa è una realtà storica che né la Cina né l'India potranno superare negli anni avvenire.

Nessuna nazione ha investito più pesantemente e potentemente nella promozione politica, ideologica e militare del sistema di profitto economico basato sulla crescita e l'inquinamento. Gli Stati Uniti sono il quartier generale delle lobby politico-aziendali che conducono la propaganda contro le scoperte della moderna scienza climatica, NASA inclusa.

Nessun governo nazionale ha fatto di più per affossare gli sforzi internazionali, sempre più disperati, per ridurre le emissioni globali di carbonio - un record che rimane imbattuto anche durante la "verde" presidenza di Obama.

La classe investitrice statunitense primeggia nel mondo quando si tratta di investimenti a livello mondiale nel settore dei combustibili fossili. Se la maggior parte delle nuove centrali a carbone nel mondo sono in costruzione in Cina e in India, gran parte dei finanziamenti provengono da Wall Street. Dal 2006, per esempio, JP Morgan Chase ha investito 17 miliardi di dollari nella costruzione di nuovi impianti a carbone all'estero. Citbank ha aggiunto 14 miliardi di dollari durante lo stesso periodo[14]. Come Sadie Robinson ha scritto in England's Socialist Worker, "Osservare le emissioni della Cina oscura il ruolo che l'Occidente gioca nella loro creazione. La crescita delle emissioni di carbonio della Cina sono in gran parte causate della rapida espansione delle centrali elettriche a carbone. Questo è direttamente legato al fatto che molte aziende occidentali hanno operato un'efficace outsourcing delle loro emissioni in Cina. Esse si sono affrettate ad aprire impianti di produzione in Cina per approfittare dei bassi costi di esercizio [...] e questi impianti sono in larga parte alimentati a carbone [...] L'Occidente ha anche svolto un ruolo nel promuovere le emissioni della Cina, utilizzandola come sede di produzione di beni a buon mercato"[15]. Un recente articolo di Rolling Stone si intitola "Come gli Stati Uniti esportano il riscaldamento globale". Secondo Tim Dickinson, uno degli autori di Rolling Stone, "anche se la nostra nazione lavora per un futuro energetico più sostenibile, le compagnie petrolifere e del carbone americane fanno a gara per posizionare il paese come leader planetario dell'energia "sporca" - fornendo ai Paesi in via di sviluppo combustibili a tasso agevolato, altamente inquinanti e dannosi per il clima. Proprio come le aziende del tabacco hanno fatto negli anni 90, quando nuove tasse, regolamenti e la crescente consapevolezza dei consumatori fecero calare la domanda interna - Big Carbon sta trasformando in nuovi mercati redditizi le economie asiatiche in forte espansione dove le regole sono meno rigorose. Peggio ancora, la Casa Bianca ha tranquillamente sostenuto questo commercio di energie non rinnovabili"[16].

Tutto questo è coerente con una constatazione in un sondaggio di Pew Global Attitude del 2007. In 34 dei 37 Paesi in cui all'intervistato è stato chiesto quale fosse "il paese che ha danneggiato di più l'ambiente mondiale", la maggioranza assoluta o relativa ha indicato gli Stati Uniti. Questo sentimento non è meno diffuso nell'Età di Obama rispetto agli anni di Bush-Cheney. L'amministrazione Obama ha effettivamente lavorato allo scopo di minare gli sforzi volti alla riduzione globale coordinatadi dei gas serra. "L'amministrazione Obama vuole essere vista come leader nella difesa del clima, ma non è disposta a lasciare nel sottosuolo alcuna riserva di combustibile fossile", dice Lorne Stockman, direttore di ricerca per Oil Change International. "Vuoi carbone, gas, prodotti raffinati, greggio? Te lo esportiamo".

L'ecocidio non è un misfatto di poco conto agli occhi del mondo. I problemi ambientali sono stati identificati nel sondaggio Pew 2007 come "il più grande pericolo del mondo" più della proliferazione nucleare, dell'AIDS e di altre malattie infettive, dell'odio etnico, religioso e delle disparità di reddito) da parte del pubblico di un gran numero di nazioni tra cui Canada, Svezia, Spagna, Ucraina, Cina e India, 2007 Pew Global Attitudine Survey, http://www.pewglobal.org/2007/06/27/global-unease-with-major-world-powers/).

"L'ipocrita che si dichiara senza peccato"

Sondaggi come il 2013 WINMR-Gallup poll, il 2006 Gallup poll e il 2007 Pew Global Attitudes Survey potrebbero contribuitr alla nascita di un nuovo movimento pacifista negli Stati Uniti? La maggior parte dei comuni cittadini americani non amano che gli Stati Uniti siano visti come un minaccioso teppista globale, una minaccia per la sicurezza globale, la libertà, la sopravvivenza. L'americano medio non è un sostenitore della guerra, del dominio imperiale, del totalitarismo e dell'ecocidio.

Ma affinchè il pensiero globale diffuso possa influenzare l'opinione pubblica negli Stati Uniti, due ostacoli devono essere superati.
Il primo è il rifiuto da parte dei gestori e proprietari dei mass media dominanti statunitensi di riportare fedelmente il pensiero delle persone che vivono al di là dei confini degli Stati Uniti, un riflesso dell'indifferenza di lunga data, da parte della politica statunitense, con cui vengono considerate le opinioni di coloro sui quali essi hanno esercitato il potere. (Non che quei politici si preoccupino molto anche dell'opinione pubblica interna, vedi “No Functioning Democracy”[17].
Il secondo ostacolo è rappresentato dalla barriera che la dottrina narcisistica nazionale di un'America intrinsecamente generosa e nobile pone alla disponibilità di molti cittadini statunitensi ad accettare l'idea degli Stati Uniti come minaccia per la pace, tanto meno come minaccia principale.

Considerate le riflessioni dell'ex corrispondente dall'estero del New York Times Stephen Kinzer sull'annessione agli Stati Uniti delle Hawaii e delle Filippine, il sequestro di Puerto Rico, e il rovesciamento governi legittimamente eletti di Nicaragua e Honduras durante la fine del 19esimo e l'inizio del 20esimo secolo: "Perché gli americani sostengono politiche che provocano sofferenza a popolazioni straniere? Ci sono due ragioni, così interconnesse tra loro da ridursi a una. La ragione fondamentale è che il controllo americano di luoghi lontani è visto come vitale per la prosperità materiale degli Stati Uniti. Questa spiegazione è connessa allaltra: la convinzione profonda della maggior parte degli americani che il loro paese sia il benefattore nel mondo. Così, per estensione, anche le missioni distruttive in cui gli Stati Uniti si imbarcano per imporre la loro autorità sono tollerabili.

"Generazioni di leader politici ed economici americani hanno riconosciuto il potere della nobile idea dell'eccezionalismo americano[18]. Quando intervengono all'estero per motivi egoistici o ignobili, insistono sempre sul fatto che, alla fine, le loro azioni saranno di beneficio non solo agli Stati Uniti, ma anche ai cittadini del paese in cui intervengono e, per estensione, alla causa della pace e della giustizia nel mondo"[19].

Questo problema dell'eccezionalismo americano, la convinzione quasi religiosa che gli obiettivi e il comportamento degli Stati Uniti sono intrinsecamente benevoli, benintenzionati, di buon auspicio per il mondo - resta profondamente radicata a distanza di un secolo. Si tratta della ragione principale per cui le persone identificano gli Stati Uniti come la principale minaccia per la pace sulla Terra. Nulla è più pericoloso di una sola superpotenza militare che si crede moralmente irreprensibile, come quando presidenti e candidati alla presidenza dicono cose come: "Siamo i primi nel mondo nel combattere i pericoliimmediati e nel promuovere il bene ultimo [...] L'America è l'ultima, migliore speranza della terra [...] Grande scopo dell'America nel mondo è quello di promuovere la diffusione della libertà. il Momento americano non è passato [...] faremo cogliere quel momento, e iniziare il mondo nuovo"[20].

"La nostra sicurezza emana dalla giustezza della nostra causa, dalla forza del nostro esempio, dalle qualità dell'umiltà e del ritegno"[21].

Leggendo tali dichiarazioni (condivise da moltissimi politici americani), mi viene in mente lo psicoterapeuta M. Scott Peck che osserva: "Il male in questo mondo è commesso dai ... benpensanti che si considerano senza peccato perché non sono disposti a subire il disagio di un significativo auto-esame [...] [il loro] peccato fondamentale è l'orgoglio, perché tutti i peccati sono riparabili, tranne il peccato di credersi senza peccato [...] Sono il popolo della menzogna". Quanto è opportuno per gli Stati Uniti mantenere lo status di nazione più pericolosa agli occhi del mondo, dopo il passaggio dal più apertamente e maldestramente imperialista Bush al più furtivamente imperiale, presumibilmente pacifista Obama?

Il mondo, chiaramente, non è più ingannato dal ruolo di "Schwarzenegger della politica internazionale" che Obama vuole attribuire agli USA. E riconosce correttamente nell'ultimo presidente post-Bush eletto in nome della "speranza" e del "cambiamento" (parole d'ordine della campagna di Bill Clinton del 1992) un gattopardesco mutamento del solito vecchio impero.

Costi e benefici interni dell'Impero

Dove potrebbero trovarsi, all'interno degli Stati Uniti di oggi, i semi della resistenza all'Impero e alla sua maligna dottrina dell'eccezionalismo americano? Gli attivisti e gli intellettuali pacifisti americani dovrebbero guardare in particolare alla natura di classe dell'imperialismo statunitense, e domandarsi chi, all'interno della struttura di potere, si avvantaggia di più e paga di più per l'imperialismo. Stephen Kinzer ha dimenticato di aggiungere che "il benessere materiale degli Stati Uniti" è generalmente un eufemismo per "i profitti della classe dirigente economica degli Stati Uniti".

Come ha osservato Chomsky nel 1969, "Ci sono, certo, costi che non avvantaggiano nessuno: 50000 cadaveri di soldati americani o il deterioramento della forza dell'economia degli Stati Uniti rispetto ai suoi rivali industriali. I costi dell'impero per la società imperiale nel suo complesso possono essere considerevoli. Tali costi, tuttavia, sono costi sociali, dato che, per esempio, i profitti da investimenti all'estero, garantiti dai successi militari, sono sempre fortemente concentrati in alcuni segmenti particolari della società. I costi dell'impero sono distribuiti generalmente su tutta la società, mentre i profitti tornano a pochi selezionati"[23].

L'affermazione di Chomsky non è meno vera oggi, quando la povertà è diffusa negli Stati Uniti mentre i principali investitori militari godono di una ricchezza inimmaginabile in una "Nuova età aurea", in cui i 400 americani più ricchi posseggono più ricchezza di tutta la metà inferiore della popolazione degli Stati Uniti - 150 milioni di cittadini - e l'1 per cento possiede tanta ricchezza quanto il 90 per cento più povero.

Alla fine, però, nessuno, nemmeno i ricchi, possono sfuggire alle orribili conseguenze del mantenimento di un sistema sociale che l'impero statunitense ha giurato di proteggere: il capitalismo internazionale. Per citare i cartelli che gli ambientalisti ostentano davanti alle sedi dei vertici climatici globali
dove i rappresentanti di Obama impediscono riduzioni vincolanti delle emissioni globali di gas serra: «Non c'è economia su un pianeta morto" e "non c'è un Pianeta B".

Note: [1] New York Post, 5 Gennaio 2014
[2] Ramsey Clark et al., crimini di guerra: Un Rapporto sui crimini di guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq alla Commissione d'inchiesta per il Tribunale penale internazionale, testimonianza di Joyce Chediac
[3] Blum, Rogue State
[4] Noam Chomsky, What Uncle Sam really wants, Odonian Press, 1992
[5] Barack Obama, "Una via giusta in Iraq", Consiglio di Chicago sugli Affari Globali, 20 novembre, 2006
[6] Michael Mann, Incoherent Empire, 2005
[7] Tom Engelhardt, Tom Dispatch.com, 17 gennaio 2008
[8] Current History, Medio Oriente, Dicembre 2007
[9] J. Scahill, Dirty Wars: The World is a Battlefield
[10] Democracy Now!, 6 Gennaio 2010
[11] NYT, 6 Maggio 2009
[12] New York Daily News, 28 Aprile 2009, Los Angeles Times, 9 Maggio 2009
[13] Edward Snowden, Wikipedia [IT]
[14] Phillip Gaspar, International Socialist Review, Gennaio 2013
[15] Socialist Worker UK, 24 Novembre 2009
[16] Rolling Stone, 3 Febbraio 2014
[17] Z Magazine, Settembre 2013, Paul Street
[18] Eccezionalismo americano (Wikipedia IT)
[19] Kinzer, Overthrow: America’s Century of Regime Change From Hawaii to Iraq, New York, 2006
[20] Candidato alla Casa Bianca Barack Obama, 23 Aprile 2007
[21] Presidente degli Stati Uniti Barack Obama, discorso inaugurale, 20 gennaio 2009
[22] M. Scott Peck, Popolo della menzogna: la speranza di guarigione della malvagità umana, New York, 1983
[23] Chomsky, For Reasons of State, Pantheon, 1972


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Paul Street è l'autore di molti libri, tra cui The Empire’s New Clothes: Barack Obama in the Real World of Power (2010) e They Rule: The 1 percent v. Democracy (Paradigm, 2014).
Tradotto da Vincenzo Rauzino per PeaceLink . Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte (PeaceLink) e l'autore della traduzione.
N.d.T.: Titolo originale: "Uncle Sam: Top Menace to Peace on/and Earth"

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