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UNIMONDO Editoriale:

PeaceLink e Unimondo - Didattica e competenze sociali

10 aprile 2016 - Laura Tussi

Al Centro di Nonviolenza di Milano con Olivier Turquet e Fabrizio Cracolici

Nella didattica, in primo piano, sussiste la questione della conoscenza che si trasmette in ambito scolastico, prendendo inevitabilmente in esame relazioni tra i contenuti di conoscenza proposti e i processi cognitivi dell’allievo implicati nell’apprendimento di specifici contenuti che possono provenire anche dalla propria interiorità, con la narrazione di sé nel racconto autobiografico.

Lo sviluppo delle competenze interrelazionali 

Di recente la Psicologia Evolutiva ha dedicato notevole attenzione allo sviluppo delle competenze sociali infantili. Durante gli anni ’40 del 1900, Piaget indaga le strutture formali della mente, ossia gli stadi di sviluppo che determinano le modalità con cui il soggetto procede in ogni campo del conoscere, che sono indipendenti dal contenuto in cui operano. Piaget privilegia la descrizione strutturalistica della mente, lasciando da parte i processi cognitivi. Secondo il modello teorico piagetiano si considera l’attività cognitiva come indipendente dal campo di applicazione, ossia dal contenuto su cui operano le modalità. Durante gli anni’60 del 1900, la Scienza Cognitiva indaga la problematica del rapporto tra processi e contenuti. Partendo dallo studio della percezione, della memoria, del linguaggio, dell’apprendimento, la Psicologia Cognitiva riporta al centro della discussione lo studio delle attività mentali, dalle cui regole vengono determinati i comportamenti. Queste ipotesi portano ad individuare un’analogia tra i meccanismi mentali di elaborazione dei dati sensoriali e le strutture artificiali proprie della cibernetica. Herbart, filosofo e pedagogista, fu precursore della scienza psicologica elaborando un sistema filosofico in cui cercò di superare la contraddizione insita nel carattere fenomenico dell’esperienza come descritta da Kant, sostenendo l’esistenza di entità semplici ed immutabili le cui molteplici relazioni sono alla base della formazione degli oggetti così come vengono percepiti dall’uomo. Compito della filosofia è quello di elaborare i dati forniti dall’esperienza al fine di estrapolare tali entità e produrre dei concetti, che soli costituiscono la vera conoscenza. Su tale sistema Herbart basò la sua pedagogia, il cui scopo principale è quello di trasmettere all’allievo un bagaglio culturale quanto più ampio possibile che ne sviluppi pienamente tutti i molteplici interessi, in modo da creare in lui una solida moralità, che consiste per Herbart, nella capacità di giudicare e di comportarsi secondo i cinque principi della libertà interiore, della perfezione, della benevolenza, del diritto e dell’equità.

L’esperienza scolastica

Per l’adolescente l’ambito scolastico è certamente la più significativa delle esperienze. La scuola diventa il luogo nel quale il giovane entra in pieno contatto con il mondo adulto e la sua cultura, che misura le competenze. La scuola non deve comunque ridursi esclusivamente ad uno strumento di misura, ma deve soprattutto accompagnare l’adolescente nella crescita, che si riflette nel rispecchiamento rispetto agli adulti, anche come insegnanti e docenti. Risultano necessarie delle buone prassi di apprendimento e di comportamento indispensabili al fine di indirizzare dinamiche etiche e propositi cognitivi razionali, suscitando spinte emotive di apprendimento e di assimilazione, non solo volte alle attività didattiche, ma per un comportamento sociale coerente e corretto nell’interagire civile che, appunto, si rispecchia e si identifica con il ruolo docente. Il problema sussiste nel dilagare sempre più esteso del disagio, nelle pratiche sociali più usuali e comuni e nei rapporti interpersonali, tra pari, ossia tra coetanei, sia giovani che adulti. Oltre che gli adolescenti, il disagio coglie anche gli insegnanti più sensibili che avvertono la difficoltà nell’affrontare una complessità diramata, enfatizzata, millantata quale il mondo della scuola, che propugna valori che costituiscono l’esatta controparte rispetto al cosiddetto pensiero unico e vincente della società attuale. Per questi motivi risulta difficoltoso il dialogo intergenerazionale tra studenti ed insegnanti. Così appunto la didattica può costituire un’attiva risorsa contro il disagio giovanile, uno strumento d’ausilio nei confronti del sapere disciplinare e multidisciplinare e che quindi non risulti fine a se stesso.

La relazione con il gruppo classe

Un problema che si pone la didattica è se il gruppo di lavoro si forma spontaneamente o in consiglio di classe i vari docenti devono intervenire affinchè nella classe un  gruppo di ragazzi riescano a trovare le mediazioni per dare vita a innovative relazioni. E’ necessario realisticamente con opportune procedure sostenere il lavoro affettivo, relazionale e simbolico per facilitare la formazione del gruppo di lavoro. Se si riuscisse a utilizzare la mente del gruppo e i suoi valori come una risorsa per il perseguimento di obiettivi didattici, ci sarebbe tanto vantaggio, ma se ciò non avviene il gruppo classe diviene sabotatore dei riti, dei miti e delle procedure del lavoro didattico. E’ opportuno che il gruppo classe abbia un sentimento di identità valorosa e che i confini del gruppo siano segnati con precisione in una rete di relazioni funzionali della classe vissuta come un’esperienza che regala un’insieme di valori al sé e al ruolo e al sentimento di appartenenza. Sono necessari meccanismi di emulazione, di imitazione, di identificazione che i docenti devono trovare le modalità di innescare, creando interrelazioni non conflittuali, ma produttive e creative, favorevoli e accoglienti anche rispetto agli obiettivi didattici, all’origine della nascita della mente e della storia affettiva del gruppo. I ragazzi hanno motivi specifici per dare vita a un’entità di gruppo che si costituisca come ammortizzatore tra il singolo studente e l’istituzione. Il gruppo classe deve riuscire a dar vita al processo di socializzazione in un ecosistema relazionale che garantisca il benessere a scuola provocando la tranquillità di appartenenza all’istituzione, perché la classe fa da coro alle esperienze e all’epopea della vita di studente, garantendo benessere a scuola e che il processo di socializzazione si costituisca come un sistema, un processo affettivo, un nutrimento affettivo. La costituzione di un gruppo coeso di ragazzi prevede anche dei rischi perché il ruolo del gruppo e quello di definire ruoli e mansioni, ma il gruppo è anche una risorsa, una mediazione culturale che consente di ritualizzare i rapporti tra maschile e femminile e amministrare la giustizia dei pari che condividono la medesima esperienza. Dunque il gruppo classe si trasforma in un'occasione di lavoro in cui si sostiene e si utilizza la fame adolescenziale di socializzazione orizzontale.  

 Laura Tussi da PeaceLink.it

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