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Kant e la guerra

Solo il disarmo è razionale. La pace armata è guerra

«Gli eserciti ed armamenti permanenti devono essere soppressi, perché sono già, con la loro sola esistenza, minaccia agli altri popoli, perciò violazione della pace, causa di insicurezza e quindi di corsa agli armamenti» (Kant)
Enrico Peyretti (Centro Studi Sereno Regis, Torino)

Il 22 gennaio 2021, quasi un anno fa, entrava in vigore, nel diritto internazionale, il divieto (votato dall’Assemblea dell’Onu il 7 luglio 2017) di costruire, usare e anche solo detenere armi nucleari. L'Italia non ha ancora ratificato il patto, e detiene sul nostro territorio molte atomiche Usa. Colgo l'occasione per riproporre qui alcune parti di di un lavoro scolastico, di vari anni fa, per aiutare i miei alunni a leggere l'opera di Kant Per la pace perpetua (progetto filosofico), del 1795. Immanuel Kant

Kant si ispira all' idea che i sovrani debbono comportarsi secondo la suprema massima morale per cui «la persona umana non deve essere mai considerata come un mezzo». La pace è rinuncia degli stati al diritto di guerra, alla sovranità intesa come insubordinazione alla legge universale umana. Intendere lo stato come potenza e la sicurezza come superiorità produce un sistema di guerra e di assenza strutturale di pace.

«Gli eserciti ed armamenti permanenti devono essere soppressi, perché sono già, con la loro sola esistenza, minaccia agli altri popoli, perciò violazione della pace, causa di insicurezza e quindi di corsa agli armamenti» (Kant, Articolo preliminare, ivi). E dice ancora: le spese militari permanenti e crescenti rendono la pace armata causa di guerre come sbocco di mercato all'industria militare (Kant è citato anche da Bertha von Suttner, Die Waffen nieder, 1892, cap. XXIXtraduzione italiana Abbasso le armi! 1897 e 1996). Terribilmente attuale questa critica di Kant, dopo più di 220 anni! Le spese militari sono enormemente cresciute negli ultimi anni, proprio nel tempo della pandemia! Questo è tradimento delle vere necessità dei popoli, ed è follia dei governanti.

«Assoldare uomini per uccidere o per farli uccidere» è «usare uomini come macchine o strumenti dello Stato, il che non può conciliarsi col diritto dell'uomo sulla propria persona» e col principio categorico della morale: la persona umana mai un mezzo, sempre un fine.

Accumulare e investire ricchezza in potenza militare, continua Kant, è «minaccia di guerra e renderebbe necessarie (per l'avversario) aggressioni preventive». Costituire una forza finanziaria per agevolarsi la guerra, o il dominio su altri popoli, è un grave ostacolo alla pace: infatti, chi ha la forza diventa offensivo, per una tendenza insita nella natura umana. La pace armata è guerra, in realtà, predisposta e innescata.

La forza, più che strumento di difesa, è strumento di offesa. Kant dice anche, più oltre: «Il possesso della forza (Gewalt) corrompe inevitabilmente il libero giudizio della ragione».

Nei termini attuali, il principio posto da Kant richiede di non lasciare estendere la forza finanziaria fuori dal controllo da parte della legge, come avviene nelle multinazionali che agiscono in condizioni di anarchia feudale producendo qualunque loro utilità, comprese armi terribili. Tale controllo, sul piano planetario, va istituito mediante convenzioni e istituzioni sovranazionali e mediante un forte sviluppo dell'opinione pubblica mondiale libera e critica.

«Nessuno Stato deve intromettersi con la forza nella costituzione e nel governo di un altro Stato». L'intervento in difesa di diritti umani violati sistematicamente sarebbe giustificato solo se non fosse la guerra di uno o più stati, ma un intervento di polizia della comunità internazionale, contenitivo e non distruttivo, deliberato legalmente.

Le violazioni del principio di non ingerenza e la pretesa di giustificarle come garanzia di pace sono invece - dice Kant - offese dei diritti dei popoli e causa di insicurezza per tutti i popoli; sono perciò fatti di guerra.

Durante la guerra stessa devono essere rispettate regole di autolimitazione, di umanità, di lealtà, che consentano di uscire dallo stato di guerra. «Una qualche fiducia nella disposizione d'animo del nemico deve sussistere anche nella guerra, perché altrimenti la pace diventa impossibile e la guerra si trasforma in guerra di sterminio». Kant esprime così la necessità morale di seminare la pace addirittura dentro una guerra in corso. La storia della pace registra azioni di pace compiute da soldati: fraternizzazioni sul fronte, disertori anche nell'esercito nazista, obiettori di coscienza, boicottaggi, difesa della popolazione occupata. Così fece in Lunigiana Josef Schiffer (1914-2011), che era Feuerwerker ad Aulla, e aiutò molto e protesse la popolazione civile italiana: io (che allora ero bambino ma ne sentii parlare con ammirazione) l'ho conosciuto cinquant'anni dopo, nel 1995, accolto con festoso affetto dai vecchi che lo ricordavano con la sua azione di pace nel pieno della guerra. Schiffer fu «più uomo che soldato». Soprattutto Gandhi ha sviluppato questa esigenza con la sua esperienza pratica e riflessione teorica sui conflitti condotti senza uso di violenza.

Continuo a seguire Kant, che propone principi di ragione e di umanità per liberarci dalla guerra. «Una guerra di sterminio, in cui ha luogo la distruzione delle due parti ad un tempo e con esse di ogni diritto, non farebbe posto alla pace perpetua, se non nel grande cimitero dell'umanità. Una simile guerra pertanto, e con essa l'uso dei mezzi che vi conducono, dev'essere assolutamente vietata». Kant, con anticipo di 150 anni, parla della guerra atomica. Oggi nove potenze atomiche possiedono più di 13.000 bombe, enormemente più stragiste di quella di Hiroshima. Grazie a movimenti per il disarmo, dal basso, raggiunta la ratifica di almeno cinquanta stati, è diventato effettivo, come sappiamo, il divieto anche del semplice detenere armi atomiche. Gli stati nucleari non aderiscono a questo patto: essi disobbediscono all’intera umanità.

«La guerra non termina con la fine dei combattimenti, ma, restando sempre nuova possibilità, invade e stravolge il tempo e le finalità della pace». Abbiamo visto conferma di queste parole di Kant nella guerra fredda, con minaccia di sterminio, seguita alla pace atomica – falsa pace! - del 1945. La pace armata è guerra pronta. Solo il disarmo è razionale, morale, sicuro. «Un giorno l’umanità si vergognerà di avere inventato le armi» (Ernesto Balducci). Noi ci vergogniamo oggi. La guerra non è solo la violenza personale di Caino: è violenza omicida organizzata, istituita, comandata, giustificata; è un mezzo per dominare, offendere. La sua semplice possibilità ci offende come persone umane. Difendersi è un diritto-dovere, ma la guerra non difende davvero, perché affida la ragione alla forza, non al diritto. È possibile la difesa popolare nonviolenta, se la si prepara conoscendone le reali esperienze storiche. La pace dopo una guerra non è pace: è la volontà del vincitore imposta al vinto, è lo scopo stesso violento della guerra. Le paci che si studiano a scuola sono guerre chiamate pace.

Per Kant era ancora un eccesso evitabile ciò che per noi, nell'era atomica, è il rischio di ogni guerra, incombente. La distruttività delle armi è arrivata al massimo, è totale. La guerra, dunque, deve soltanto essere abolita perché irrazionale e inumana: non solo una guerra atomica, ma la guerra in sé, perché i suoi effetti estremi sono sempre possibili.

Conflitto non è sinonimo di guerra. Le differenti realtà della vita e della storia umana sono anche ricchezze, possibilità di cammino e di evoluzione, ma i possibili conflitti tra di esse devono essere gestiti in modo garantito e non distruttivo. La differenza è ricchezza umana, non è incompatibile, se la nostra umanità matura dalla identità chiusa alla universalità.

Continua Kant: «Lo stato di pace deve essere istituito, perché la mancanza di ostilità non significa ancora sicurezza». Se la sicurezza non è garantita da un vicino ad un altro per legge, ognuno può trattare come nemico chi non dà tale garanzia. Dunque la sicurezza viene dall'altro, non dalla mia forza superiore alla sua, non dalla mia minaccia. La mia sicurezza, dunque, consiste nella tua sicurezza, e viceversa. La sicurezza reciproca dei popoli è data dall’impegno di tutti, da una istituzione cosmopolitica efficace. La civiltà deve aggiungere al diritto pubblico (dei cittadini di uno Stato) e al diritto internazionale (degli Stati tra loro), il diritto cosmopolitico, planetario, nel quale uomini e Stati si considerano "cittadini di uno Stato universale".

In Italia l’associazione Costituenteterra è impegnata a promuovere questa cultura (info@costituenteterra.com  oppure   info@costituenteterra.it ). Lo stato universale non deve avere forma imperiale (la pace di dominio non è pace positiva), ma forma federale, unione delle differenze. L’umanità oggi unificata - anche dalla pandemia - in una sorte comune, ha bisogno di una politica unitaria, mondiale. Politica, polis, è l’essere molti differenti insieme, con doveri e diritti stabiliti e difesi da regole concordate, che tendano a realizzare l’umanità in noi tutti, con attenzione primaria ai deboli. Perché l’umanità diventi umana.

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