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16 maggio 2004 - Redazione giovanipace.org
Fonte: Giovani della Pace del Sermig - 10 maggio 2004

Fortunatamente in Sierra Leone la lotta non è stata ne a base tribale ne a base religiosa, ma più che altro economico - sociale, quindi si è potuta risolvere un po' meglio. Quando la guerra ha coinvolto tutto il Paese, fino ad arrivare al saccheggio della capitale, dopo immani atrocità, la gente era veramente stanca. Inoltre le immagini televisive che avevano girato il mondo avevano finalmente scosso e portato la comunità internazionale ad esercitare forti pressioni.
Ma poi la risoluzione è avvenuta quasi dall'interno, in particolare c'è stato l'intervento del consiglio interreligioso, che ha avuto un compito ben specifico e focalizzato:

iniziare il dialogo per la pace e riuscire a convincere tutti che l'unico modo di fermare la carneficina era quello di sedersi, guardarsi in faccia e discutere.
Nel Paese c'era un terreno favorevole, perché tra le religioni c'era già un rispetto reciproco. Il Consiglio aveva già promosso iniziative, soprattutto per far cessare la guerra e arrivare ad un pace sostenibile, basata possibilmente sulla giustizia e sui diritti umani.
La nostra non era una coalizione di capi religiosi volti a promuovere le nostre religioni, ma direi, quasi ad attingere ai valori religiosi propri di ciascuna comunità e attraverso questi portare alla pace e alla convivenza comune.
Per promuovere il processo di pace ci siamo dati alcune linee guida.
Innanzitutto la neutralità nel conflitto, non avere perciò già qualificato come buona o cattiva una o l'altra fazione. Anche se è difficile rimanere neutrali di fronte ad una persona che sai essere un criminale, ma vivere questo atteggiamento ci ha dato autorevolezza e abbiamo così potuto porre le basi per azioni di contatto basati sulla confidenza reciproca. La prima azione nel '97: il capo dei ribelli era in prigione ed il suo successore aveva promesso "nessuna tregua fino alla liberazione del capo!". Il Presidente ci ha concesso di incontrare senza scorta in carcere il capo ribelle. Abbiamo parlato ed ha accettato di parlare via radio con i suoi combattenti nella giungla per comunicare che era iniziata una fase di dialogo.
La seconda il rimanere in mezzo alla gente, non andarsene, non tentare di "salvare la pelle". La popolazione è stata incoraggiata da questa decisione, perché non si è sentita abbandonata, ci ha visti condividere la loro condizione. D'altronde, non solo bisogna volere la pace, bisogna essere disposti a mettere in gioco la propria vita per essa.
La terza incontrare tutti. Abbiamo così visto le componenti politiche, culturali e sociali del Paese, dai parlamentari agli studenti, dalle quali abbiamo avuto come un mandato, quasi una legittimazione, per portare avanti un cammino di pace. E poi i ribelli. Dopo avere fatto degli accordi via radio, pur non conoscendo la loro affidabilità, siamo andati a trovarli nella foresta.
Inoltre siamo andati in delegazione a fare opera di convincimento ai Governi della Guinea e della Liberia per chiedere che cessassero di passare le armi ai ribelli. Personalmente sono andato anche a Washington a parlare con alcuni senatori e deputati americani, e poi a New York dal segretario delle Nazioni Unite Kofi Annan. D'altronde oggi non esistono guerre "isolate".

Questo darsi da fare del Consiglio Interreligioso ha dato frutti positivi: tutti si sono convinti che bisognava fare la pace. Con le due delegazioni, una nominata dal governo e l'altra dai ribelli, ci siamo infine recati nella capitale del Togo, a Lome, per l'incontro di pace.
Come capi religiosi vi abbiamo preso parte non come mediatori, ruolo che assolutamente non volevamo assumerci, perché la pace deve avere l'accordo tra i due contendenti, ma come "facilitatori", ovvero, se ad un certo punto il dialogo si fermava, intervenivamo per convincere a non abbandonare l'opportunità di accordo. Il 7 luglio del '99 è stato firmato un primo trattato, inizio di un cammino che ha portato alla pace di oggi.
Come ha affermato il card. Roger Etchegaray: "Per dire addio alla guerra non basta dire buongiorno alla pace", ma bisogna continuare a lavorare, perché le cause o i padrini della guerra non intervengano di nuovo. Come la guerra non avviene per generazione spontanea, ma c'è chi ne è padre o madre, così è per la pace: bisogna volerla, se si esprimono solo delle buone intenzioni e non ci si dà da fare, non avviene. Se ci sono situazioni di pace e perché c'è gente che è convinta che bisogna esporsi per la pace.
Mi viene in mente un proverbio africano: "Quando uno stormo di colombi si alza in volo, è perché uno di loro si è alzato per primo" e io quando vedo un operatore di pace penso subito che sia il colombo che si alza per primo, e poi che dietro a lui un altro stormo di gente si alzerà, e così il nostro cielo, invece di essere solcato dai rumori infernali degli aerei o degli strumenti di guerra, avrà il fruscio delle ali di pace.

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