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Gli occhi delle donne palestinesi

Una riflessione sulle donne palestinesi scritta da una volontaria del
Presidio di Nablus
5 aprile 2005
Fonte: Dal presidio di Nablus di assopace

Nablus, febbraio 2005

C’è una cosa che contraddistingue le donne palestinesi:lo sguardo.
Il loro sguardo è allegro e triste, combattente e rassegnato,
malinconico e sognatore.
Nel mio viaggio ho conosciuto tante donne e ascoltato molti pezzi di
vita. C’è la storia d’Ohaila, direttrice del centro antiviolenza Sawa
che si è dedicata completamente al lavoro dopo una vita vissuta fra
violenze domestiche. Ohaila e' una donna che ha perso tutto a causa
dell’occupazione, che ha subito sulla propria pelle tutta l’aggressività
di quegli uomini costretti al silenzio, alle intimidazioni, ai soprusi
che ogni giorno la potenza occupante infligge loro…
Parlare della questione delle donne in Palestina è estremamente
complesso: la situazione che vivono è eterogenea e il loro “pensiero su
se stesse” dipende per lo più da dove hanno vissuto e dalla loro età.
Infatti, donne come Samar e Amal (direttrici del centro delle donne di
Nablus), come Rawda (reduce da otto anni di carcere per aver creato un
movimento di protesta contro l’occupazione) o Fathima (che lavora
silenziosamente al ministero degli affari delle donne) sono donne forti.
Possiedono quella forza che contraddistingue tutte quelle donne che
nella prima intifada hanno combattuto a fianco degli uomini contro
l’occupazione.
È il popolo che ha vinto nella prima Intifada; uomini e donne. Ma per
queste donne conscie dei propri diritti e di quelli della nazione tutto
è cambiato.
La seconda Intifada ha portato un’ondata di tradizionalismo nei
confronti della figura femminile non indifferente.
Questo cambiamento è stato provocato da tanti fattori; innanzi tutto a
causa degli ingenti aiuti internazionali che hanno portato ad una
“istituzionalizzazione” di tali figure femminili e quindi ad loro un
allontanamento dalle “donne di ogni giorno”.
Un altro punto fondamentale che ha causato questo cambiamento è
l’accrescere della violenza che è scoppiato nella seconda intifada.
Improvvisamente la donna, per tradizione, per religione o per “dovere”,
ha assunto il ruolo di protettrice del nucleo famigliare. Non solo, il
popolo palestinese sa bene che le guerre si vincono anche con la
questione demografica; così il corpo e il ruolo della donna in tempo di
guerra diventa l’arma contro l’oppressione di un intero popolo. Mi rendo
conto che nessun palestinese può definirsi un essere umano libero, ma la
situazione di queste donne in tale conflitto è radicalmente più
oppressiva e liberticida. Le donne, oltre a subire le violenze
dell’occupazione, sono oppresse dalla tradizione che la società impone
loro per la sopravvivenza della stessa. Secondo le statistiche pervenute
da Womenn’s study center le donne che hanno subito danni a causa
dell’occupazione sono il 99% : di cui il 48% ha subito la distruzione
della propria casa, il 10,1% ha perso membri della propria famiglia, il
28,1% ha un membro della propria famiglia in carcere e il 13,3% ha
subito danni fisici irreversibili. Pur essendo le donne che subiscono
maggiori sofferenze nei conflitti, c’è da dire che legare la lotta di
emancipazione femminile a quella di liberazione nazionale è estremamente
complesso. Se nella prima intifda le donne hanno avuto un ruolo così
preponderante, nella seconda intifada è diventato rilevante il ruolo da
esercitare all’interno di una società già troppo martoriata.
Ogni atto che in occidente può sembrare banale a qualsiasi donna in
Palestina diventa un gesto estremo di richiesta di liberta’.
Nella mia breve esperienza ho avuto l’opportunità di collaborare con la
Palestinian Working Women Society for Development (PWWSD www.pwwsd.org)
di Nablus. Una delle attività di questo centro si basa sul
coinvolgimento delle donne dei villagi limitrofi per istaurare
discussioni di genere. L’approccio alla discussione di genere è
totalmente diverso da quello delle donne occidentali: si parla di sogni
mai realizzati, di speranze mai avverate ma, soprattutto, si parla di
violenza. Queste donne non hanno un concetto di violenza di genere.
Il rapimento e lo stupro di donne della parte avversa ha accompagnato
ogni conflitto, dall’antica Grecia passando dalla Bosnia (dove lo stupro
etnico si è fatto sentire in tutta la sua forza) fino ad oggi. Il
conflitto Israelo-Palestinese è diverso dagli altri, allo stupro etnico
si sostituiscono forme di violenza molto più subdole.
Le donne incarcerate vengono per lo più torturate, spogliate (questo
rappresenta un affronto nella cultura musulmana), stuprate con oggetti o
bastoni, ma mai toccate.
Anche questo ha contribuito a creare un clima di terrore e di prigionia.
Le giovani donne hanno paura e per cominciare una battaglia politica ci
si deve assumere molti, troppi rischi.
Per non parlare poi delle angherie che subiscono ogni giorno ai
check-point: attese interminabili che le obbligano a soggiornare al di
fuori della famiglia per nottate intere. La cultura musulmana è
estremamente protettiva nei confronti del corpo della donna; i fatti che
avvengono ai check-point hanno determinato una maggiore
“protezione-segregazione” della donna all’interno della famiglia.
Poi ci sono tutte quelle donne che hanno dovuto partorire ai check-point
e che hanno visto il loro neonato morire fra le braccia perché i soldati
proibivano loro di passare. Bambini senza opportunità di vita, bambini
che muoiono perché nemmeno tramite dichiarazioni scritte dai medici
possono oltrepassare il check-point per andare in ospedale; intere
famiglie distrutte.
Gli uomini, frustrati e chiusi in prigione, riversano la loro virilità
negata all’interno della famiglia. Gli stupri e le violenze domestiche
sono triplicate dalla prima alla seconda intifada e l’uso di
psicofarmaci copre oggi l’80% della popolazione femminile. Gli studi
hanno dimostrato che le donne soffrono di depressione e di altre
psicopatologie più degli uomini. I danni psicologici delle madri
palestinesi sono il risultato di una lunga serie di traumi perpetuati
nel tempo, nello specifico riconducibile per lo più alla perdita di
bambini a causa dell’occupazione militare.
A peggiorare ulteriormente questa situazione è l’impossibilità di
scappare e di avere contatti con altre città della Palestina dove spesso
vivono parenti. Questo determina una totale mancanza di prospettive per
il futuro e una prigionia che da fisica diventa immancabilmente mentale.

Durante i miei incontri con le donne dei villaggi e con le giovani
universitarie ho potuto notare come queste non riuscivano ad intendere
lo stupro o la violenza fisica all’interno delle mura domestiche come un
atto di violenza, bensì cercavano espedienti per scusare o comprendere
l’atto subito. Il lavoro più difficile è stato quello di far capire loro
che sono esseri umani e che nessuno, tranne loro stesse, può decidere
quale ruolo avere all’interno del loro micro-cosmo. Ho notato che, a
differenza delle donne dai quarant’anni in su che, avendo vissuto la
prima intifada, hanno molta coscienza della situazione di genere in cui
vivono, le giovani hanno vissuto un’ondata involutiva molto forte. Non
si tratta di chi porta o no il velo, che rimane il simbolo di una
cultura, ma di come queste giovani donne riflettono su se stesse.
Ho conosciuto donne con 3-4 figli e il velo che lavorano
instancabilmente per cercare di cambiare la situazione femminile, tanto
quanto ho visto donne senza velo, vestite in modo estremamente
occidentale, convinte di essere inferiori agli uomini e che il loro
ruolo è semplicemente quello di fare figli.
Dopo questa esperienza non posso fare a meno di pensare si alle nostre
differenze culturali, ma anche alle nostre uguaglianze. Non conosco
parte del mondo ove il corpo e il ruolo della donna non venga
strumentalizzato a favore del potere. Soprattutto, ritengo un atto
subdolo che, pur di creare una guerra fra due culture, occidente-mondo
arabo, la riflessione mass mediale si basi semplicemente sul ruolo della
donna all’interno della società come metro e strumento di paragone
riguardo al concetto di civiltà. Il velo, nel mondo arabo, non è sempre
simbolo di oppressione, ma di una cultura che, in Palestina, lotta ogni
giorno contro l’oppressione, uomini e donne.
In realtà, ho incontrato donne come me. Ho conosciuto donne con molta
più coscienza politica di me, donne che hanno gli occhi della libertà e
che non si sono mai stancate di combattere. E anche le giovani
universitarie…beh, anche loro hanno gli occhi della libertà, solo sono
più spenti; non vedono molte prospettive per il futuro, ma le vogliono
e, a modo loro, le cercano.

Note:

Presidio di pace a Nablus - http://assopace.blog.tiscali.it/
Associazione per la Pace - www.assopace.org
Photo - http://photos.yahoo.com/folder2005

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