Palestina

Palestina

RSS logo

Aiuta PeaceLink

Sostieni la telematica per la pace:

  • Donazione online con PayPal
  • C.C.P. 13403746 intestato ad Associazione PeaceLink, C.P. 2009 - 74100 Taranto (TA)
  • Conto Corrente Bancario n. 115458 c/o Banca Popolare Etica, intestato ad Associazione PeaceLink (IBAN: IT05 B050 1802 4000 0000 0115 458)

In rilievo

Motore di ricerca in
RSS logo

Le arance di Tel Aviv

Quindici mesi di administrative detention: per Israele, Adly Yaish è un terrorista. Imprenditore, una vita nel volontariato, è oggi sindaco di Nablus. Con Hamas - nella sola città in cui gli ebrei hanno cittadinanza palestinese
18 marzo 2010 - Francesca Borri

adly yaish  "E la risposta, naturalmente, è stata il carcere. Quindici mesi, così, senza mai neppure un'accusa. E come me, altri sette consiglieri: su quindici - significa paralizzare un'amministrazione: a volte non è necessaria la ferocia del Piombo Fuso, per impedirci di dimostrare che siamo perfettamente capaci di autogoverno e indipendenza - libertà: che non abbiamo niente meno di voi. Perché in fondo, l'idea di un certo Occidente è che Israele, qui, sia l'unica democrazia del Medio Oriente: ma Nablus è la più antica municipalità della Palestina: si elegge un sindaco dai tempi del Mandato britannico. Al contrario: è con Israele nel 1967, che è cambiato tutto. Perché l'obiettivo, l'illusione all'inizio era la normalizzazione: convincerci ad adeguarci all'occupazione e alla subordinazione in cambio di benefici materiali, fino a diluire l'identità palestinese nell'identità araba. Attraverso il vecchio divide et impera: e cioè una rete di fidati notabili che non avevano il compito in realtà di curare i nostri interessi, governare, ma interporsi intermediari con Israele, mendicare favori. Così, si è votato regolarmente nel 1972, in un momento di estrema debolezza dell'Olp dopo il Settembre Nero: per travestire di legittimità popolare un'occupazione che non era che appropriazione delle nostre risorse, acqua terra, manodopera. Ma già alle elezioni successive, nel 1976, la guerra dello Yom Kippur aveva minato la leggenda dell'invincibilità di Israele, e poi il discorso di Arafat alle Nazioni Unite, con il riconoscimento dell'Olp: e soprattutto, l'evoluzione interna: perché anche se solo il lungo periodo ha rivelato il de-sviluppo descritto da Sara Roy, la colonizzazione e erosione della nostra economia, cominciavano all'epoca le confische di terre per gli insediamenti - oggi il 70 percento del distretto di Nablus è a noi inaccessibile. Mentre i giovani che lavoravano in Israele, intanto, a salari minimi ma comunque più alti di quelli palestinesi, e tutto il giorno a contatto con una società più avanzata, chiedevano spazio e potere. Per cui le municipalità finirono in larga parte all'Olp. E da allora, con la pace tra Israele e Egitto che aveva tra l'altro chiarito la natura e i limiti della solidarietà araba, e la profondità della nostra solitudine, il livello locale è stato il principale livello di attivismo sia politico che sociale - e fino a Oslo, l'unico livello possibile. Israele reagì destituendo i sindaci, uno a uno. E lasciandoci in definitiva senza governo - immagini, una città come Nablus: 350mila abitanti, senza governo: per trent'anni. Eppure proprio da qui il radicamento della democrazia: perché associazioni e sindacati sono stati la nostra sopravvivenza, prima che resistenza. L'arabo ha una parola bellissima, intraducibile - sumud, la fermezza, la determinazione. Un'occupazione non è qualcosa di eroico, in bianco e nero: è prevalentemente quarant'anni di grigio, violazioni spesso in minuscolo ma quotidiane, ripetute è asfissia, la strategia di corroderti la vita fino a costringerti esausto a trasferirti altrove. E allora, la resistenza più vera non è combattere, schiantarsi contro un nucleare ma rimanere qui: semplicemente, non andare via: e cioè organizzarci da soli. Abbiamo coltivato la democrazia mentre l'unica democrazia del Medio Oriente la aboliva: e però alla fine, quando dopo l'Intifada e Oslo abbiamo riconquistato pluralistiche e regolari elezioni, la risposta di Israele è stata il carcere, e la vostra l'embargo. Certo, diversamente dagli americani avete poi aggirato l'ostacolo Hamas: usando i conti dell'Autorità Palestinese invece che della municipalità, o pagando direttamente le ditte a cui appaltiamo i lavori... Ma significa abdicare a un ruolo politico e confinarsi all'aiuto umanitario. E invece non abbiamo bisogno di elemosina, qui, ma di giustizia e libertà. Nelle sue università, a quelli come noi raccomandano di non regalare pesci, ma insegnare a pescare: ma sappiamo pescare da sempre: dovete solo restituirci l'amo. Non riconoscere Hamas significa non accettarci come popolo, negare il nostro diritto all'autodeterminazione, alla scelta. Anche alla scelta sbagliata".

il centro di nablus  "Sono un ingegnere, laureato in Gran Bretagna, un imprenditore, e la mia vita si riassume in Khalil Gibran: è bene dare quando viene chiesto, ma ancora meglio capire, e dare quando niente viene chiesto. Perché sono musulmano praticante, e uno dei pilastri dell'Islam è il condividere con gli altri la ricchezza avuta da Dio: non come concessione di generosità, ma come un obbligo che deriva dal nostro essere non individui ma persone, parte di una società - come responsabilità. Di Hamas, come tanti, ho sempre ammirato il rigore morale, e la trasparenza e efficienza dimostrate in anni di impegno sociale, il pragmatismo - Hamas non ha mai proposto una teocrazia: se non altro perché nell'Islam sunnita il clero non esiste. Ma mi sono candidato con una lista civica, 'Nablus For All': votata dal 68 percento dei cristiani e dal 75 percento degli ebrei, con preferenze complessive per il 74 percento: perché Oh Humankind, dice il Corano, women and men, we created you in different tribes and nations to learn from each other: la diversità è valore. E perché questa città è molte città insieme - come tutta la Palestina, molteplice: come tutto il mondo. Nablus è la sola città in cui gli ebrei non vivono trincerati in insediamenti, ma al contrario, con cittadinanza palestinese e diritto di voto. I samaritani discendono da quei pochi ebrei che scamparono la deportazione quando il regno settentrionale di Israele, la Samaria, appunto, fu travolto dagli assiri. E vivono con noi senza il minimo problema. D'altra parte, pensi la parabola del buon samaritano: all'epoca, samaritano era sinonimo di eretico, perché gli ebrei rimasti qui si erano mescolati ai pagani: per cui il messaggio è che è vero credente chi compie azioni giuste, chi ama il prossimo - indipendentemente dal tempio che sceglie. Voglio marcare questo: non viviamo in pace, nel senso - in assenza di guerra e violenza: viviamo in armonia. Qualcuno prega il venerdì, qualcuno il sabato, altri la domenica: tutto qui: e non è abbastanza per assassinarci. Scriva: non gli uni accanto agli altri: gli uni insieme agli altri - come chiedeva Martin Buber, uno dei fondatori di Israele. Per questo 'Nablus For All': perché questa città è di tutti, indipendentemente dalle differenze. Siamo quindici consiglieri e ogni nostra decisione è collettiva. Potrei spiegarla con il Corano, 'take counsel with them in the conduct of the affairs', dirle che Dio ha imposto persino a Maometto di ascoltare i suoi compagni: perché nell'Islam è il consenso, raggiunto mediante consultazione, a legittimare una decisione, a legittimare l'autorità e il potere - ma potrei spiegarla anche con la democrazia deliberativa di Habermas, o in greco antico. Oppure con la Torah: perché ogni uomo è immagine di Dio, perché siamo tutti uguali e così le nostre opinioni, perché ognuno non possiede che un frammento di verità - e solo insieme, allora, è possibile approssimarsi alla decisione ottimale. Voglio una città di tutti perché la pace non è rendere la violenza impossibile, ma la fiducia possibile - l'opposto dei muri. Fede, in ebraico, è emunah, fiducia - e in yiddish, b'tochen, la parola che esprime l'identità stessa di un israeliano. Molti oggi la pronunciano distorta, bitachon - sicurezza. Ma la sicurezza deriva dall'inclusione, dalla partecipazione - dalle relazioni".

vista di nablus  "Edward Said disse subito che era la nostra Versailles: ma pochi avevano intuito la vera natura del cosiddetto processo di pace: Oslo ha semplicemente ristrutturato l'occupazione, con un'Autorità Palestinese a cui subappaltare la sicurezza. E una comunità internazionale a cui subappaltare la nostra sopravvivenza. Perché raccogliamo qualcosa come fornitori di servizi pubblici, qualcosa dalle tasse: ma per il resto, galleggiamo a stento di donazioni. E questo chiarisce perché la fine dell'occupazione deve essere la condizione, non l'esito del negoziato: perché a occupazione in corso non è possibile avere intanto uno stato capace di consolidarsi, e lo affermo da imprenditore - nessuno investirà mai i propri capitali con il rischio di un missile improvviso perché il fratello del cugino del vicino è un terrorista: e ancora prima, senza alcuna tutela giudiziaria e la minima certezza. Perché è tutto arbitrario qui: e anche se è difficile da comprendere, e i giornalisti preferiscono raccontare la guerra, la vera forza israeliana non è la violenza - persino a Nablus, in cui dopo mezzanotte, per strada, è probabile essere arrestati per niente, o direttamente uccisi: ma quello che strangola è l'imprevedibilità. Fino a sei mesi fa, e per gli ultimi dieci anni, siamo stati sotto assedio. Letteralmente: si entrava attraverso un checkpoint, ed esclusivamente a piedi, con le regole su permessi e autorizzazioni che cambiavano ogni minuto - naturalmente a nostra insaputa. Dall'inizio della Seconda Intifada, la maggioranza degli uomini, qui, non ha mai superato quel checkpoint. Per dieci anni. Dieci. Ma è stato un assedio di velluto, senza fosforo bianco: e non è finito in televisione. Eppure eravamo la capitale dell'economia, e ora siamo la capitale della povertà. Il mercato della frutta e verdura, un giro di affari annuo di oltre un milione di euro, è collassato a cinquantamila. Inutile filosofare la transizione che genera benessere, il benessere che genera pace: l'occupazione genera solo povertà - oppure la distorsione combinata di un settore pubblico pervasivo e massicci aiuti internazionali. Ed è un modo, intenzionale, per minare la nostra coesione e democrazia. Perché lei che è italiana ricorda bene come l'impiego pubblico sia la prima fonte di costruzione del consenso per un regime autoritario: mentre una nuova burocrazia di operatori umanitari scardina la rete delle associazioni locali. La municipalità non è solo il primo fornitore di servizi, qui: è il primo datore di lavoro. Ma per il resto, ha poteri limitati. Già l'Autorità Palestinese, a livello centrale, condivide i suoi poteri con Israele, perché al vertice di ogni ministero, di ogni apparato decisionale, si ha un comitato congiunto, con gli israeliani con potere di veto - e questo, nei settori di cui Israele non ha mantenuto il pieno controllo: pensi solo le frontiere, o lo spazio aereo: governare una città senza una mappa, un catasto. Ma tornando al livello locale: l'acqua per esempio. I pozzi sono insufficienti, ma l'autorizzazione a scavarne nuovi dipende da Israele. O l'elettricità: è vietato produrla, e siamo costretti a comprarla da Israele: ma i confini, qui, sono un groviglio, qualsiasi tracciato attraversa l'area C - attraversa Israele: dipende da Israele. L'unica cosa che abbiamo potuto realizzare autonomi è un centro commerciale. Abbiamo chiesto un mutuo, che paghiamo con gli affitti dei negozi, e intanto abbiamo offerto lavoro a centinaia di disoccupati: mentre il seminterrato è parcheggio e stazione dei mezzi pubblici, per liberare la città da auto e inquinamento. Credeva che l'icona di un'amministrazione di Hamas sarebbe stata una moschea, vero? Eppure probabilmente è proprio per questo che ci etichettate terroristi: perché ci dedichiamo allo smaltimento dei rifiuti invece che alla critica del declino occidentale. Su quindici, siamo otto ingegneri - e tre donne: una sindacalista, un'avvocato, un medico. Nessun predicatore eversivo e nessuna casalinga oppressa. E è esattamente questo a renderci pericolosi: la normalità. La banalità di Hamas. Perché aveva ragione Kavafis: come fareste senza i barbari alle vostre porte?".

"Buoni servizi per buoni cittadini: la mia ambizione è tutta qui. Il mio compito è garantire agli abitanti di Nablus quello a cui hanno diritto con efficienza e trasparenza, attraverso per esempio il nuovo sportello del cittadino, e più in generale la riorganizzazione della pubblica amministrazione, con un dipartimento studi che per la prima volta cura una banca dati a sostegno del processo decisionale, per l'analisi e formulazione revisione, ottimizzazione delle strategie di governo: ma quello che chiedo, in cambio, è spirito civico. Senso di appartenenza, comunità. Perché è questa la resistenza più vera, e alla fine, l'unica possibile. L'occupazione, d'accordo: ma molte, troppe responsabilità sono nostre, qui. Guardi lo scontro tra Hamas e Fatah. L'occupazione è l'innesco di tutto, ma io non cerco alibi: voglio tentare il mio meglio: anche perché è quello che ho imparato dagli israeliani - solo la concretezza è sovversiva. Raja Shehadeh, che con al Haq ha difeso dal carcere mezza Nablus, in un suo libro dice: non voglio diventare come il vecchio marinaio di Coleridge, che ferma tutti per raccontare malinconico la sua storia e pensa che così, con poesia e bellezza, semplicemente, un giorno l'occupazione sparirà, e tutto tornerà come prima. No, la nostra parola è sumud: perché non è solo fermezza, determinazione ma anche la fedeltà, la lealtà a se stessi e i propri valori e ha qualcosa, dentro, del movimento - perché è la coerenza, anche, e non l'immobilità, allora, ma al contrario, il dubbio, l'interrogarsi costante a fronte di quanto cambia, e ci chiede di cambiare per rimanere noi stessi - rimanere qui. Lavoriamo moltissimo per i bambini, per creare spazi, respiro - immaginazione. E abbiamo un bellissimo giardino, adesso, su in collina. Non voglio che i bambini, qui, crescano dietro un Muro: che a quattro anni raccontino la meraviglia delle arance di Jaffa. Non voglio che crescano guardando un Muro, ma come tutti gli altri bambini del mondo: guardando l'orizzonte, oltre quella collina - Tel Aviv, il loro vicino".

 

PeaceLink C.P. 2009 - 74100 Taranto (Italy) - CCP 13403746 - Sito realizzato con PhPeace 2.5.6 - Informativa sulla Privacy - Informativa sui cookies - Posta elettronica certificata (PEC)