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Come Israele è riuscito a portare Gaza sull'orlo della catastrofe umanitaria

Avi Shlaim, docente di Relazioni Internazionali ad Oxford, ha prestato servizio nell'esercito israeliano e non ha mai messo in questione la legittimità dello stato, ma la spietata aggressione a Gaza lo ha portato ad alcune conclusioni devastanti.
11 gennaio 2009 - Avi Shlaim

L'unica cosa che possiamo fare per dare un senso all'insensata guerra israeliana a Gaza, è cercare di inquadrarla in un contesto storico. La fondazione dello Stato di Israele, avvenuta nel maggio del 1948, comprendeva una monumentale ingiustizia per i Palestinesi e le autorità britanniche non mancarono di giudicare aspramente la partigianeria dimostrata dagli Americani nei confronti dello stato appena nato.

Il 2 giugno 1948, Sir John Troutbeck scrisse al Segretario di Stato, Ernest Bevin, che l'America si era resa responsabile della creazione di uno stato bandito guidato da "un gruppo dirigente decisamente senza scrupoli". Ho sempre pensato che questo giudizio fosse fin troppo severo, ma l'aggressione odiosa alla gente di Gaza, e la complicità dell'amministrazione Bush in questa aggressione, hanno gettato di nuovo sul tappeto quella questione rimasta sempre aperta.

Ho prestato lealmente servizio nell'esercito israeliano, verso la metà degli anni 60, e non ho mai messo in questione la legittimità dello Stato di Israele, così come definito dai confini stabiliti fino al 1967. Quello che rifiuto di accettare, in modo assoluto, è il progetto coloniale sionista che oltrepassa il limite della Green Line. L'occupazione israeliana della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, avvenuta sulla scia della guerra del giugno 1967, aveva ben poco a che fare con la sicurezza e molto a che fare con l'espansionismo territoriale. Lo scopo era quello di consolidare il Grande Israele, tramite il controllo (politico, economico e militare) permanente sui territori palestinesi. Il risultato è stato quello di una delle più brutali e prolungate occupazioni militari dei tempi moderni.

Quattro decenni di controllo israeliano hanno provocato danni incalcolabili all'economia della Striscia di Gaza, le cui prospettive non sono mai state particolarmente rosee, con 1.400.000 profughi stipati in una minuscola striscia di terra, senza infrastrutture e risorse naturali. Quello di Gaza, comunque, non è un semplice caso di sottosviluppo economico, ma un caso particolarmente crudele e deliberato di deviazione-dello-sviluppo. Se vogliamo usare la terminologia biblica, Israele ha permesso che il popolo di Gaza vivesse pure, ma che fossero "tagliatori di legna e portatori d'acqua per tutta la comunità", una risorsa di manodopera a basso costo, un mercato di schiavi per l'economia israeliana. Lo sviluppo dell'industria locale è stato energicamente ostacolato, in modo da rendere impossibile per i Palestinesi poter metter fine alla loro subordinazione ad Israele e stabilire le fondamenta economiche essenziali per un'autentica politica di indipendenza.

Quello di Gaza è il classico caso di sfruttamento coloniale in era post-coloniale. Gli insediamenti ebraici nei territori occupati sono immorali, illegali e rappresentano un ostacolo insormontabile per la pace. Sono, allo stesso tempo, strumento di sfruttamento e simbolo dell'odiata occupazione. Nel 2005 i coloni ebrei erano solo 8.000, i residenti locali 1.400.000. Eppure i coloni controllavano il 25% del territorio, 40 % dei terreni coltivabili e la stragrande maggioranza delle scarse risorse idriche. La popolazione locale viveva gomito a gomito con questi intrusi stranieri nella povertà più degradante, in miseria inimmaginabile. L'80% vive ancora con meno di 2 dollari al mese. Le condizioni di vita nella Striscia continuano a rappresentare un affronto per i valori civili, un potente acceleratore della resistenza e un terreno fertile per l'estremismo politico.

Nell'agosto del 2005, il governo del Likud guidato da Ariel Sharon decise la ritirata israeliana, unilaterale, da Gaza. Gli 8.000 coloni lasciarono i territori, distruggendo le case e le fattorie che abbandonavano. Hamas, il movimento islamico di resistenza, aveva condotto una campagna molto efficace per la fuoriuscita degli Israeliani da Gaza. Il ritiro fu una vera e propria umiliazione per le forze della Difesa. Sharon, ufficialmente, presentò il ritiro da Gaza come un contributo alla pace basato su una soluzione che prevedeva due stati. L'anno seguente, però, altri 12.000 coloni si insediarono in Cisgiordania, riducendo ulteriormente lo spazio di una prospettiva per uno stato palestinese indipendente. L'occupazione indebita della terra e la costruzione della pace sono due concetti semplicemente incompatibili. Israele aveva avuto la possibilità di fare una scelta, ed ha scelto la terra invece della pace.

La vera motivazione di quella mossa era in realtà quella di ridisegnare unilateralmente i confini del Grande Israele, incorporando nello Stato i maggiori insediamenti della Cisgiordania. Il ritiro da Gaza, quindi, non era stato un preludio ad un trattato di pace con l'Autorità Palestinese, ma un preludio ad un'ulteriore espansione sionista in Cisgiordania. Una decisione unilaterale, effettuata in base a quello che veniva ritenuto, a mio avviso erroneamente, l'interesse nazionale dello Stato di Israele. Il ritiro da Gaza, collegato in profondità ad un basilare rifiuto dell'identità nazionale palestinese, era solo un'espressione del tentativo di negare al popolo palestinese un'esistenza politicamente indipendente sulla propria terra.

 

I coloni israeliani vennero ritirati, ma i soldati israeliani continuarono a controllare tutti gli accessi via mare, terra e aria al territorio di Gaza, che si vide improvvisamente trasformato in una prigione all'aria aperta. Da quel momento in poi, le forze d'aviazione israeliane hanno potuto effettuare bombardamenti, volare infrangendo la barriera del suono a bassa quota, provocando boati assordanti e terrorizzando gli sventurati abitanti di quella prigione, praticamente senza alcun limite e restrizione.

A Israele piace dipingersi come un'isola di democrazia in un mare di autoritarismo. Eppure Israele, in tutta la sua storia, non ha mai fatto niente per promuovere la democrazia nei territori arabi ed ha, al contrario, fatto molto per ostacolarla. Israele ha una lunga storia di collaborazioni segrete con i regimi reazionari arabi, collaborazioni che avevano lo scopo di reprimere il nazionalismo palestinese. Nonostante tutti gli ostacoli il popolo palestinese è riuscito a costruire l'unico, vero, sistema democratico nel mondo arabo, con la possibile eccezione del Libano. Nel gennaio 2006, in seguito ad elezioni, libere e corrette per il Consiglio Legislativo dell'Autorità Palestinese, Hamas ha preso la guida del governo. Israele si è comunque rifiutato di riconoscere il governo democraticamente eletto, affermando che Hamas non era nient'altro che un'organizzazione terroristica.

L'America e la UE si sono vergognosamente allineati ad Israele, hanno fatto ostracismo e demonizzato il governo Hamas, cercando di metterlo in crisi con il blocco delle entrate fiscali e degli aiuti stranieri. Si è creato, così, uno scenario surreale, con una parte significativa della comunità internazionale che imponeva sanzioni non contro le forze occupanti, ma contro coloro che erano occupati, non contro gli oppressori, ma contro gli oppressi.

Come è accaduto così di frequente nella tragica storia della Palestina, le vittime sono state ritenute colpevoli delle loro sfortune. La macchina di propaganda israeliana ha continuato ad insistere sul concetto che i Palestinesi sono dei terroristi, che sono loro a rifiutare la coesistenza con lo stato ebraico, che il loro nazionalismo non è nient'altro che antisemitismo, che Hamas è solo una banda di fanatici religiosi e che l'Islam sarebbe incompatibile con la democrazia. Ma la semplice verità è che i Palestinesi sono persone normali, con normali aspirazioni. Non sono nè migliori nè peggiori di altri popoli. Quello a cui aspirano, più di ogni altra cosa, è un pezzo di terra che possano chiamare loro e sul quale vivere in libertà e dignità.

Come altri movimenti radicali, Hamas, dopo l'ascesa al potere, ha cercato di dare un'impronta moderata al proprio programma politico. Dal 'rejectionism' ideologico del proprio statuto, ha cominciato a spostarsi verso un accordo pragmatico su una soluzione che preveda due stati. Nel marzo 2007, Hamas e Fatah dettero vita ad un governo di unità nazionale, pronto a negoziare un cessate il fuoco a lungo termine con Israele, che, però, rifiutò di scendere a patti con un governo che comprendesse anche Hamas.

Israele ha preferito mettere in atto il vecchio trucco del 'dividi e conquista', giocando sulla rivalità tra le diverse fazioni palestinesi. Verso la fine degli anni '80, Israele aveva sostenuto l'allora nascente Hamas, con lo scopo di indebolire Fatah, il movimento nazionalista secolare guidato da Yasser Arafat. Successivamente, invece, Israele ha cominciato ad incoraggiare i leader corrotti e fin troppo malleabili di Fatah per distruggere i loro rivali politici e religiosi e riconquistare il potere, con la complicità degli aggressivi neocon americani, che hanno partecipato a quel torbido complotto per innescare una guerra civile palestinese. Questi interventi esterni hanno giocato un ruolo essenziale nel crollo del governo di unità nazionale e nel portare Hamas al potere nel giugno 2007, per prevenire un colpo di stato di Fatah.

La guerra scatenata da Israele nel territorio di Gaza il 27 dicembre scorso ha rappresentato il culmine di una serie di scontri e controversie con il governo di Hamas. In un senso più ampio, però, si tratta in realtà di una guerra tra Israele e il popolo palestinese, poichè è stato il popolo ad eleggere quel partito. Lo scopo dichiarato della guerra è quello di indebolire Hamas ed intensificare la pressione sino a che i suoi leader non decideranno un nuovo cessate il fuoco secondo i termini stabiliti da Israele. Lo scopo non dichiarato è quello di fare in modo che i Palestinesi di Gaza vengano visti dal mondo unicamente come un problema umanitario, distraendo così l'attenzione dalla loro lotta per l'indipendenza e per la costruzione di un loro stato.

I tempi della guerra sono stati decisi da convenienze puramente politiche. Il 10 febbraio sono previste nuove elezioni e, nel percorso verso quei seggi, tutti i principali contendenti stanno cercando l'opportunità di dimostrare la propria forza. Gli alti ufficiali dell'esercito israeliano avevano morso il freno a lungo e non vedevano l'ora di assestare il colpo finale ad Hamas per rimuovere la macchia lasciata sulla loro reputazione dal fallimento della guerra in Libano contro Hezbollah, nel luglio 2006. I dirigenti israeliani, con il loro cinismo, potevano contare anche sull'apatia e l'impotenza dei regimi arabi filo-occidentali e sull'appoggio incondizionato del presidente Bush, ormai al tramonto della sua permanenza alla Casa Bianca. Bush si è sentito prontamente in dovere di scaricare tutte le responsabilità della crisi su Hamas, ponendo il veto alle proposte del Consiglio di Sicurezza dell'ONU per un immediato cessate il fuoco e dando così carta bianca ad Israele per organizzare un'invasione di terra a Gaza.

Come sempre, il potente Israele afferma di essere vittima dell'aggressione palestinese, ma l'evidente asimmetria di potere tra le due forze in campo lascia poco spazio al dubbio su chi sia la vera vittima. Questo è sicuramente un conflitto tra Davide e Golia, solo che le parti sono state invertite rispetto alla rappresentazione biblica: un Davide, palestinese, piccolo e indifeso si trova ad affrontare un gigante Golia, israeliano, armato fino ai denti, spietato e prepotente. Il fare ricorso alla forza militare più brutale è accompagnato, come sempre, dall'insistente retorica vittimista e da una certa dose di autocommiserazione, ammantata di presunzione. E' quella che in Ebraico viene chiamata sindrome di 'bokhim ve-yorim', 'piangere e sparare'.

A dir la verità, Hamas non è che sia del tutto esente da colpe in questo conflitto. Dopo essersi visto negare il frutto della propria vittoria elettorale e messo a confronto con un avversario senza scrupoli, ha fatto ricorso all'arma dei deboli: il terrore. Militanti di Hamas e della Jihad islamica hanno continuato a lanciare razzi Qassam sugli insediamenti israeliani, vicino al confine con Gaza, fino a che l'Egitto è riuscito a negoziare, lo scorso giugno, un cessate il fuoco di sei mesi. I danni provocati da questi razzi rudimentali sono stati minimi, ma l'impatto psicologico è stato devastante ed è inevitabile che abbia prodotto nella gente un maggiore bisogno di sicurezza, una maggiore richiesta di protezione al proprio governo. In queste circostanze, Israele aveva diritto all'autodifesa, ma la risposta alle punzecchiature dei razzi è stata assolutamente sproporzionata. I numeri parlano da soli. Nei tre anni successivi al ritiro da Gaza 11 israeliani sono stati uccisi dai razzi. Dall'altro lato, solo nel periodo 2005-07, l'esercito regolare israeliano ha ucciso 1.290 Palestinesi a Gaza, di cui 222 erano bambini.

Qualunque cosa dicano i numeri, uccidere dei civili è sempre sbagliato e questa regola rimane valida sia per Israele che per Hamas, ma l'intero percorso di Israele è caratterizzato da una brutalità senza limiti e senza tregua nei confronti degli abitanti di Gaza. Israele ha inoltre mantenuto il blocco anche dopo l'entrata in vigore del cessate il fuoco il che, agli occhi dei leader di Hamas, equivaleva ad una violazione dell'accordo. Durante la tregua Israele,in evidente violazione dell'accordo del 2005, impediva l'uscita di qualsiasi tipo di merce dal territorio di Gaza, provocando un notevole calo dell'occupazione. Ufficialmente, il 49,1% della popolazione è disoccupata. Allo stesso tempo, Israele ha ridotto drasticamente la circolazione dei camion che trasportavano a Gaza cibo, carburante, bombole di gas per cucinare, pezzi di ricambio per impianti idrici e sanitari, oltre che forniture mediche. E' difficile riuscire a capire come il ridurre alla fame e al freddo i civili di Gaza, potesse garantire una maggiore protezione a coloro che vivevano nella parte israeliana del confine. Ma se anche così fosse stato, sarebbe stato comunque immorale, una forma di punizione collettiva, severamente proibita dalle leggi internazionali sui diritti umani.

La brutalità dei soldati israeliani è stata uguagliata solo dalla mendacità dei portavoce del governo. Otto mesi prima di scatenare l'attuale guerra a Gaza, Israele aveva fondato il National Information Directorate. I concetti base dei messaggi trasmessi da questo organismo ai mezzi di informazione erano che era stato Hamas a rompere gli accordi per il cessate il fuoco, che l'obiettivo di Israele era la difesa del proprio popolo e che l'esercito israeliano stava operando con cautela per non fare del male ai civili innocenti. Gli 'spin doctors' israeliani sono risultati indubbiamente molto convincenti, ma, in sostanza, questa propaganda era solo un'accozzaglia di bugie.

Esiste un solco profondo tra la realtà dei fatti e la retorica dei portavoce. Non è stato Hamas a rompere il cessate il fuoco, ma l'esercito israeliano, con un raid nel territorio di Gaza in cui furono uccisi sei uomini di Hamas, il 4 novembre scorso. L'obiettivo di Israele non è unicamente la difesa della propria gente, ma l'eventuale rovesciamento del governo di Hamas, tramite la ribellione dei cittadini palestinesi contro i propri governanti. E, ben lontano dall'operare con cautela per risparmiare i civili, Israele è responsabile di bombardamenti indiscriminati e di un blocco che dura ormai da tre anni e che ha portato gli abitanti di Gaza, al momento un milione e mezzo, sul'orlo di una catastrofe umanitaria.

Se l'espressione biblica 'occhio per occhio' appare già piuttosto feroce, la folle offensiva israeliana contro Gaza sembra piuttosto seguire la logica del 'un occhio per un ciglio'. Dopo otto giorni di bombardamenti, con un tributo di più di 400 vittime palestinesi e 4 israeliane, un consiglio di ministri fanatici ha ordinato un'invasione di terra, le cui conseguenze saranno incalcolabili, a Gaza.

Qualunque sia l'entità delle forze militari impiegate, Israele non potrà mai avere garantita l'immunità dai lanci dei razzi dell'ala militare di Hamas. Nonostante il carico di morte e distruzione a loro inflitto da Israele, hanno proseguito la resistenza e continuato a sparare i loro razzi. Quello è un movimento che glorifica l'autoimmolazione e il martirio e la soluzione al conflitto tra le due comunità non può essere in alcun modo militare. Quello che non va nel concetto israeliano di diritto alla sicurezza è che si rifiuta di riconoscere all'altra comunità lo stesso diritto.

L'unico modo in cui Israele può sperare di garantire maggiore sicurezza è discutendo con Hamas, e non con i proiettili. Hamas si è ripetutamente dichiarato disponibile a negoziare un cessate il fuoco a lungo termine, anche di 20, 30 e perfino 50 anni, con uno stato ebraico che rimanga entro quelli che erano i confini stabiliti, prima del 1967. Israele ha rifiutato queste offerte per lo stesso motivo per cui ha deliberatamente ignorato il piano di pace della Lega Araba nel 2002, che rimane tutt'ora in discussione: il piano prevede concessioni e compromessi.

Questo breve resoconto dei trascorsi di Israele negli ultimi quattro decenni rende difficile il non giungere alla conclusione che sia diventato uno stato canaglia con un 'gruppo dirigente decisamente senza scrupoli'. Uno stato canaglia di solito viola il diritto internazionale, è in possesso di armi di distruzione di massa e pratica il terrorismo - l'uso della violenza contro i civili per fini politici. Israele rientra in tutte e tre le casistiche, gli si adattano come un guanto. Il vero scopo di Israele non è la coesistenza pacifica con i vicini Palestinesi, ma il dominio militare, e continua pervicacemente ad insistere nei propri errori, aggiungendone di nuovi e più disastrosi. I politici, come chiunque altro del resto, sono ovviamente liberi di ripetere le bugie e gli errori del passato.
Ma farlo non è obbligatorio.

 

Note:

Avi Shlaim è docente di Relazioni Internazionali presso l'Università di Oxford e autore, tra gli altri, di 'Il muro di ferro: Israele e il mondo arabo' (Casa ed. Il Ponte, 2003), 'La guerra per la Palestina. Riscrivere la storia del 1948' (Casa ed. Il Ponte, 2004).

Tradotto da Patrizia Messinese per www.peacelink.it
Il testo e' liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la
fonte (Associazione PeaceLink) e l'autore .

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