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Gideon Levy e Abraham B.Yehoshua si scrivono.

L'interessante scambio di lettere aperte degli scorsi giorni tra G.Levy e A.B.Yehoshua, pubblicato sul quotidiano Haaretz. Un confronto onesto, che rappresenta da una parte (Yehoshua) il pensiero dominante nella società israeliana, dall'altra (Levy) la posizione di una minoranza.
23 gennaio 2009 - Redazione Peacelink

A.B.Yehoshua: Lettera aperta a Gideon Levy

 Caro Gideon,

ricorderai che negli ultimi anni ti ho occasionalmente chiamato per lodare i tuoi articoli e i tuoi scritti sui torti commessi dall'esercito e dai coloni nei confronti dei palestinesi nei territori amministrati. Sia fisicamente, sia attraverso espropri di terre, abusi, perversioni della giustizia ecc…  Ti ho comunicato quanto sia difficile leggerti, perché ciò che scrivi pesa sulla nostra coscienza, ma anche quanto sia importante il lavoro che stai portando avanti e il suono della tua voce. Ero anche preoccupato per la tua integrità fisica, sapendo a quali rischi ti esponevi visitando luoghi così ostili.

Non ti ho chiesto come mai non hai visitato anche gli ospedali israeliani per raccontare le storie dolorose dei cittadini di Israele che erano stati colpiti negli attacchi terroristici. Ho accettato la tua posizione, ovvero che già molti altri giornalisti lo facevano e che avevi assunto la missione cruciale di raccontare la storia delle afflizioni degli altri, i nostri nemici di oggi e i vicini di domani. Con coerenza, è grazie a questo rispetto che trovo necessario rispondere ai tuoi recenti articoli sulla guerra in cui siamo impegnati oggi, cosicchè tu possa conservare la legittimità morale della tua distinta voce. Alcuni giorni fa, quando la famiglia Hatuel – una madre con i suoi quattro figli, pace alla loro anima – è stata uccisa sulla strada per una delle colonie a Gush Katif, ho pensato che queste terribili morti avessero addolorato anche te come è successo a tutti noi, ma che come molti di noi ti fossi detto nel tuo cuore: perché questi israeliani devono mettere in pericolo le vite dei proprio figli in maniera così provocatoria, disperata, pericolosa e immorale a Gush Katif? Con quale diritto 8000 ebrei espropriano una vasta area nella Striscia di Gaza densamente sovrappopolata per costruire floride abitazioni davanti agli occhi di centinaia di migliaia di rifugiati che vivono in condizioni di abissale disperazione? Anche tu eri infuriato, come lo ero io, con i loro genitori e tutti coloro che li hanno mandati lì. E anche se credo che come tutti noi anche tu abbia provato pena per i bambini che sono stati uccisi, non hai marchiato i leader di Hamas come "criminali di guerra" come avevi fatto con i leader israeliani, né hai richiesto l'istituzione di un tribunale internazionale per sottoporli a giudizio.

Quando ti ho chiesto a seguito del disimpegno da Gaza, Gideon, di spiegarmi come mai stanno lanciando missili contro di noi, mi hai risposto che loro vogliono che apriamo i posti di blocco. Ti ho chiesto se credi veramente che, se loro sparano i missili, i posti di blocco saranno aperti, o il contrario.  E se credi veramente che sia giusto e legittimo aprire i posti di blocco in Israele a coloro i quali dichiarano apertamente e sinceramente che vogliono distruggere il nostro paese. Da te non ho ottenuto una risposta. E anche se i posti di blocchi sono stati in effetti aperti molte volte, e chiusi in seguito agli attacchi missilistici, purtroppo non ti ho visto neanche allora ergerti con fermezza su una posizione morale che dica: popolo di Gaza, ora che avete respinto l'occupazione israeliana dalla vostra terra, e con legittimità, dovete cessare il fuoco.

Mi attraversa a volte il pensiero dolente che non sia per i bambini di Gaza o di Israele che ti stai struggendo, ma solo per la tua personale coscienza. Perché se tu fossi veramente preoccupato per la morte dei nostri e dei loro bambini, capiresti l'attuale guerra – non allo scopo di estirpare Hamas da Gaza, ma per indurre i suoi seguaci a capire, sciaguratamente nel solo modo che al momento sembrano in grado di comprendere, che devono interrompere i lanci in modo unilaterale, interrompere le forniture di missili ordinati per una guerra amara e disperata al fine di distruggere Israele, ciò soprattutto per il bene dei loro figli nel futuro, cosicchè non debbano morire più in altre avventure prive di senso.

Dopotutto, oggi, per la prima volta nella storia palestinese, dopo i domini ottomano, inglese, egiziano, giordano e israeliano, parte dei palestinesi ha ottenuto una prima e spero non ultima porzione di terra sulla quale devono mantenere un governo pienamente autonomo. E se cominceranno a costruire, sviluppare e perseguire iniziative sociali, anche in accordo con la legge religiosa islamica, saranno capaci di provare al modo intero, e specialmente a noi, che nel momento in cui noi termineremo l'occupazione loro saranno in grado di vivere in pace con i loro vicini, liberi di comportarsi come vogliono, ma anche responsabili per le loro azioni.

C'è qualcosa di assurdo nel confronto che fai sul numero delle vittime. Quando chiedi come sia possibile che loro abbiano ucciso tre dei nostri bambini e noi causiamo l'uccisione di centocinquanta persone, da cui si dovrebbe dedurre che se avessero ucciso un centinaio di nostri bambini (ad esempio con il lancio di razzi Qassam che hanno colpito scuole e asili in Israele, che erano fortunatamente vuoti), noi saremmo stati giustificati nell'uccidere un numero uguale dei loro.

In altre parole, non sono le uccisioni in sé che ti preoccupano, ma il loro numero. A giudicare dalle apparenze, uno potrebbe risponderti cinicamente dicendo che quando ci saranno duecento milioni di ebrei in medioriente allora sarà concepibile confrontare moralmente il numero delle vittime da ciascuna parte. Ma questo è, ovviamente, un'argomentazione priva di fondamento. Dopotutto, tu, Gideon, che vivi tra la gente, sai molto bene che noi non siamo impegnati ad uccidere i bambini palestinesi per vendicare l'uccisione dei nostri figli. Tutto quello che stiamo cercando di fare è di riuscire a far sì che i loro leader fermino questa aggressione malvagia e insensata, ed è solo a causa della tragica e deliberata promiscuità tra i combattenti di Hamas e la popolazione civile che anche dei bambini sono stati disgraziatamente uccisi. Il fatto è che sin dal nostro disimpegno, Hamas ha colpito solo i civili. Anche in questa guerra, con mio sconcerto, vedo che non mirano ai nuclei dell'esercito concentrati ai confini ma molto spesso alla popolazione civile.

Ti prego, conserva l'autorità morale e la partecipazione che hai posseduto, e la singolarità della tua voce. Ne avremo ancora bisogno nel futuro, che promette ulteriori cimenti nella strada verso la pace. Nel frattempo sarebbe la cosa migliore per tutti noi – noi e i palestinesi e il resto del mondo – di seguire il semplice imperativo morale della filosofia kantiana: "Agisci in modo che tu possa volere che la massima delle tue azioni divenga universale".

Sempre in amicizia.

 

 

Gideon Levy: Una risposta aperta a A.B.Yehoshua

Caro Bulli,

grazie per la tua lettera franca e per le gentili parole. Scrivi che ti sei mosso da una "posizione di rispetto", e anch'io rispetto profondamente i tuoi meravigliosi lavori letterari. Ma, disgraziatamente, provo molto meno rispetto per la tua attuale posizione politica. E' come se i grandi, compreso tu, abbiano dovuto soccombere ad una terribile conflagrazione che ha consumato ogni traccia di ossatura morale.

Anche tu, autore stimato, sei caduto preda della sciagurata onda che ci ha invaso, intorpidito, accecato e ci ha lavato il cervello. Oggi ti trovi a giustificare la guerra più brutale che Israele abbia mai combattuto, e nel farlo sei compiacente con l'imbroglio che l'"occupazione di Gaza è finita" e giustifichi le uccisioni di massa evocando l'alibi che Hamas "mescola deliberatamente i suoi combattenti alla popolazione civile". Stai giudicando un popolo indifeso a cui è negato un governo ed un esercito – includendo un movimento fondamentalista che utilizza mezzi inadatti per combattere per una giusta causa, cioè la fine dell'occupazione – allo stesso modo in cui giudichi una potenza regionale, che si considera umanitaria e democratica ma che si è dimostrata essere un conquistatore crudele e brutale. Come israeliano, non posso ammonire i loro leader mentre le nostre mani sono coperte di sangue, né voglio giudicare Israele e i palestinesi come hai fatto tu.

I residenti a Gaza non hanno mai avuto il possesso della "loro stessa porzione di terra", come tu hai affermato. Abbiamo lasciato Gaza per soddisfare i nostri interessi e bisogni, e poi li abbiamo imprigionati. Abbiamo escluso il territorio dal resto del mondo e occupato la Cisgiordania, e non abbiamo permesso loro di costruire un aeroporto o un porto navale. Controlliamo il loro registro civile e la loro moneta – e disporre di un proprio esercito è fuori questione – e tu sostieni che l'occupazione è finita? Abbiamo annientato i loro mezzi di sostentamento, li abbiamo assediati per due anni, e tu affermi che loro "hanno respinto l'occupazione israeliana"? L'occupazione di Gaza ha semplicemente assunto una nuova forma: un recinto al posto delle colonie. I carcerieri fanno la guardia dall'esterno invece che all'interno.

E no, io non so "molto bene", come hai scritto, che non intendiamo uccidere i bambini. Quando vengono impiegati carri armati, artiglieria e aerei in un'area così densamente popolata è impossibile evitare di uccidere dei bambini. Capisco che la propaganda israeliana ha lavato la tua coscienza, ma non la mia né quella della maggior parte del pianeta. I risultati, non le intenzioni, sono quelle che contano – e i risultati sono stati orrendi. "Se tu fossi realmente preoccupato per la morte dei nostri e dei loro bambini" hai scritto, "capiresti l'attuale guerra". Persino nel peggiore dei tuoi passi letterari, e ce ne sono stati pochi, non avresti potuto tirare fuori un'argomentazione morale più disonesta: che all'uccisione criminale di bambini non corrisponda una vera preoccupazione per il loro destino. "Eccoci ancora una volta, a scrivere di bambini", ti devi essere detto questo weekend quando io ho scritto ancora sui bambini uccisi. Si, bisogna scriverne. Bisogna gridarlo. Va fatto per il bene di entrambi.

A tuo parere la guerra è "il solo modo per indurre Hamas a capire". Anche volendo ignorare il tono accondiscendente della tua osservazione, mi sarei aspettato di più da uno scrittore. Mi sarei aspettato che uno scrittore conosciuto fosse familiare con la storia delle insurrezioni nazionali: non possono essere schiacciate con la forza. Nonostante tutta la forza distruttiva che abbiamo messo in atto in questa guerra, non capisco ancora come possano venirne influenzati i palestinesi; i Qassam vengono ancora lanciati su Israele. Loro e il mondo hanno chiaramente tratto un'altra lezione nelle ultime settimane: che Israele è un paese violento, pericoloso e privo di scrupoli. Desideri vivere in un paese che possiede una simile reputazione? Una nazione che annuncia orgogliosamente di essere "pazza", come alcuni ministri israeliani hanno detto con riferimento alle operazioni militari a Gaza? Io no.

Hai scritto che ti sei sempre preoccupato per me a causa dei miei viaggi in "luoghi così ostili". Quei luoghi sono meno ostili di quanto pensi, se ci vai armato di nulla tranne che del desiderio di ascoltare. Non ci sono andato per "raccontare la storia delle afflizioni degli altri", ma per rendere conto delle nostre stesse azioni. Questo è sempre stato l'autentico punto di partenza israeliano del mio lavoro.

Infine, mi chiedi di conservare la mia "autorità morale". Non è la mia immagine che desidero proteggere ma quella della nazione, che è ugualmente cara ad entrambi noi.

In amicizia, nonostante tutto.

 

Note:

Traduzione di Davide Galati per "le coordinate gal(l)attiche"

I testi originali:
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1055977.html
http://www.haaretz.com/hasen/spages/1056269.html

Gideon Levy è uno dei più conosciuti e coraggiosi giornalisti israeliani. Corrispondente del quotidiano Ha'aretz, è vincitore di numerosi premi per i diritti umani.

A. B. Yehoshua è uno tra i maggiori scrittori israeliani contemporanei. Insegna letteratura ebraica e letteratura comparata all'università di Haifa. Le sue opere sono state tradotte in 22 lingue.

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