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L’altra voce di Sderot

Sderot è una cittadina situata a 1 km dal confine con la Striscia di Gaza, che deve la sua triste fama al lancio di missili Qassam da parte dei miliziani palestinesi, che dura da circa 8 anni. I suoi abitanti vivono sotto la minaccia dei razzi, sono costretti a nascondersi nei bunker. E' quasi logico pensare che tutti loro sostengano la guerra contro Gaza. Abbiamo però scoperto che un gruppo chiamato “Un’altra voce a Sderot” rifiuta la guerra e condanna l’assedio della Striscia.
4 febbraio 2009 - S.B., E.B (nostri inviati)
Fonte: progetto Go'El Apg23

Quella che segue è un'intervista a una dei fondatori del gruppo, Nomika Zion, una madre che ha deciso di far sentire la sua voce contro la guerra. 22 anni fa Nomika si è trasferita a Sderot, dove ha creato un Kibbutz Urbano, chiamato Migvan, che significa "diversità". Definisce Sderot come una città "multitribale e multiculturale", in quanto "differenti persone, colori e voci" formano la popolazione di circa 20.000 abitanti: migranti marocchini e nordafricani, polacchi, rumeni, georgiani, etiopi ma anche coloni ultranazionalisti di estrema destra - chiamati Orangisti - che vivevano a Gaza fino al disimpegno unilaterale del 2005. La componente religiosa israeliana di estrema destra è "molto estremista e potente" sostiene Nomika. I movimenti religiosi di Gush Emunim e Habbath chiedono ai propri membri più giovani, per ragioni politiche, di trasferirsi nelle periferie della città in sviluppo invece che nei Territori Palestinesi. La Zion pensa che sia meglio così, dato che "è molto importante non mandarli più in Cisgiordania. L'occupazione è orribile, orribile". Un altro gruppo di Sderot è quello composto dai collaboratori palestinesi stipendiati dallo Shabba'k, il servizio segreto interno israeliano: "a Gaza hanno lasciato famiglia e parenti e non potranno mai tornarei perché sono considerati traditori. Per loro questa situazione è insopportabile". Nomika parlando dell'anima di Sderot sottolinea che ciò che tutti questi gruppi hanno in comune sono "probabilmente i Qassam e l'amore per la città". Ma "oggi Sderot è cambiata radicalmente, negli ultimi 2 o 3 anni migliaia di persone si sono trasferite altrove a causa della situazione critica. È una città molto complicata."

Com'è nato il gruppo "Un'altra voce a Sderot"?

3 anni fa un mio amico del Kibbutz, Eric, ha deciso di organizzare alcuni incontri a Beit Jala, a cui partecipavano persone di Sderot, Gaza e della Cisgiordania. Si incontravano una volta al mese per parlare delle loro vite, ma un anno fa la situazione è precipitata e quindi ha deciso di aprire un blog con un amico di Gaza (www.gaza-sderot.blogspot.com) . "Uomo di pace" e "uomo di speranza" postavano un messaggio al giorno in cui descrivevano la loro vita quotidiana, uno sotto l'assedio, l'altro sotto i razzi Qassam. Hanno deciso di rimanere anonimi per motivi di sicurezza, poi Eric ha deciso di svelarsi per dare maggiore credibilità al blog.

Nel gennaio 2008 venivano lanciati sulla nostra città tra i 20 e i 60 missili al giorno e nel frattempo l'esercito israeliano bombardava Gaza e continuava l'assedio. Sentivamo che il blog non era abbastanza e così abbiamo deciso di incontrarci a Sderot. Alla riunione hanno partecipato circa 20 persone, provenienti da diversi gruppi - marocchini, attivisti politici, giovani, coloni e abitanti della zona - e abbiamo parlato dell'escalation di violenza, cercando di trovare una voce contraria che accomunasse tutto il gruppo.  Pensavamo tutti che gli abitanti di Gaza non fossero il nemico ma esseri umani come noi. Volevamo costruire ponti sopra la testa dei nostri leader, canali umani tra civili. Durante gli incontri settimanali telefonavamo ad amici di Gaza: non possono tuttora scappare da quella striscia di terra, sono rinchiusi nella prigione più grande del mondo. È molto triste. Gli abitanti di Gaza hanno perso la speranza, non intravedono alcun futuro, non possono vivere la loro vita in modo dignitoso.

Avete  organizzato eventi particolari durante il cessate il fuoco?

Sì, abbiamo organizzato una gita in bicicletta sul confine con Gaza in una data simbolica, l'8 agosto 2008, giorno in cui venivano inaugurati i giochi olimpici. Avevamo concordato con gli amici della Striscia di incontrarci vicino ad una collina, in modo che, senza che nessuno dovesse passare il confine, potessimo vederci e parlare, o magari urlare! Avevamo magliette con scritto "Ciao Gaza, Sderot è qui" in arabo, inglese ed ebraico. I bambini avevano aquiloni colorati, c'era anche la musica.. ma dall'altra parte nessuno è venuto. Eravamo così delusi. Poi, a settembre, il mese delle vacanze ebraiche - un periodo di perdono per noi - e il Ramadan abbiamo deciso di compiere un gesto simbolico: i bambini di Sderot hanno scritto della cartoline d'auguri in diverse lingue, che pensavamo di consegnare insieme a delle caramelle agli abitanti di Gaza incontrandoci al checkpoint. Era solo un gesto semplice verso i nostri vicini, ma nessuno è venuto a prenderli. Per noi è stata una lezione importante: abbiamo capito che a causa di Hamas le persone hanno paura di far sentire la loro voce.

Come vivevate durante il cessate il fuoco?

Il 19 giugno, giorno in cui è iniziato il cessate il fuoco, è stato l'unico momento in cui mi sono sentita protetta dal mio governo ed ero felice di poter tornare ad una vita normale dopo un periodo di stress tanto lungo. Prima di giugno era molto difficile vivere a Sderot, i bambini erano in terapia per lo shock subìto, i genitori vivevano costantemente con la paura che ai loro figli capitasse qualcosa.

Durante il cessate il fuoco ci sono stati pochi lanci di missili, nessuno da parte di Hamas. Gli israeliani non capiscono cosa significhi vivere sotto assedio per un periodo così lungo, senza cibo, acqua, medicine, carburante ed elettricità. Penso che Hamas e il mio governo abbiano sprecato questi mesi in cui avrebbero potuto negoziare un accordo a lungo termine. Il 4 novembre l'esercito israeliano è entrato a Gaza con il pretesto di interrompere il contrabbando di armi, che sicuramente deve essere fermato, ma non per questo è giusto punire un'intera popolazione mettendola sotto assedio. Quel giorno abbiamo capito che stavamo andando incontro ad un'altra escalation di violenze: abbiamo firmato una petizione in cui imploravamo i nostri politici di trovare una soluzione diversa dalla violenza, non potevamo affrontare una crisi simile a quella del 2008. Abbiamo invitato il Ministro della Difesa, che doveva venire a Sderot il 25 dicembre, ma non si è presentato: due giorni dopo la guerra è iniziata.

Come avete reagito allo scoppio della guerra?

Per me è stato molto difficile affrontare questa guerra: mi sentivo sull'orlo della depressione. Il mio cuore era diviso in tre. Innanzitutto ero preoccupata per me stessa e per la mia comunità: è stato un vero shock tornare allo stesso stress e alle stesse paure del passato. Secondo, temevo per i soldati al fronte: potevano essere i mariti, i figli o i fratelli di amici e parenti. Come sarebbero usciti fisicamente ed emotivamente dallo scontro? Anche se fossero sopravvissuti, i loro cuori e le loro anime sarebbero stati inquinati dalla guerra. Terzo, i nostri amici di Gaza: parlavamo con loro tutti i giorni, erano così indifesi e senza più alcuna speranza, non sapevamo nemmeno se il giorno seguente sarebbero stati vivi. È più facile accettare le conseguenze della guerra se non conosci i volti e le voci del nemico. Ma noi conosciamo le persone dall'altra parte, le sentiamo soffrire, per i nostri cuori tutto ciò è difficile da sopportare.

Quindi hai sentito il bisogno di scrivere un articolo, che ha avuto una grande eco sui media: "non nel mio nome e non per me avete intrapreso questa guerra. Il bagno di sangue di Gaza non è nel mio nome né per la mia sicurezza".

Durante la seconda settimana degli attacchi ho scritto ai rappresentanti di molte organizzazioni, che sono poi venuti ad ascoltare Un'altra voce a Sderot. È stata una serata molto dolorosa, eravamo tutti depressi e ci sentivamo impotenti. Ho deciso di scrivere un articolo che poi è stato pubblicato sui siti delle associazioni, ripreso da tutto il web e tradotto in cinque lingue; è apparso anche sul sito del quotidiano israeliano più letto, Yedioth Ahronoth. Da quel momento la mia vita è cambiata completamente: ho fatto moltissime interviste, ho parlato con molti media, tutti volevano sentire la mia voce.

Quali sono state le reazioni al tuo articolo nella società israeliana?

Da un lato sono diventata una sorta di nemica per molti israeliani. Durante la guerra, non è stato per niente facile far sentire delle voci discordanti in quanto i media e l'opinione pubblica erano così militaristici, nazionalistici, monolitici: c'è stata una sorta di euforia, di glorificazione della guerra. Tutto ciò mi ha spaventata davvero perché mi sono resa conto che la nostra democrazia stava diventando sempre più debole: ho chiamato questo processo "fascismo strisciante". Alcuni miei amici sono stati arrestati mentre dimostravano a Beersheba senza alcuna motivazione e sono stati messi agli arresti domiciliari per dieci giorni. Quando abbiamo tentato di riportare questo fatto ai media nessuno se ne è minimamente interessato: è questa una democrazia? Mi chiedo sinceramente cosa sta accadendo nel mio paese: due partiti banditi, il razzismo crescente tra le nuove generazioni così come il supporto per il leader di estrema destra Lieberman.

Dall'altro lato ho ricevuto molto supporto da tante persone sia in Israele sia all'estero, che mi hanno detto "sei l'eco delle voci e dei sentimenti che noi non osiamo esprimere perché tutti stanno appoggiando questa guerra". Grazie a questo mi sono sentita molto più forte, ho capito che non sono sola.

"Other voice" ha rapporti con altre associazioni?

Abbiamo tanti contatti con diverse associazioni pacifiste, ci tengo però a sottolineare che non vogliamo essere un'organizzazione politica, siamo solo un gruppo di persone con bagagli culturali e politici diversi. Al momento stiamo attraversando una crisi a causa della guerra, ma sono convinta che tutti i membri del nostro gruppo, inclusi quelli che hanno sostenuto la guerra, vogliano ricostruire i legami con la gente di Gaza. Credo che questo non sia il momento giusto per organizzare incontri o attività con loro, così tante persone sono coinvolte in questa catastrofe e stanno vivendo un trauma difficile persino da immaginare. Volevamo perlomeno mandare beni di prima necessità a Gaza ma temiamo che Hamas se ne appropri per poi rivenderli.

Qual è il passo più importante per risolvere il conflitto?

La mia unica speranza è che Barak Obama imponga alle parti un accordo per fermare il contrabbando di armi e per porre fine all'assedio con una forza internazionale che controlli i confini. Anche se Hamas è un regime deplorevole non credo che dovremo distruggerlo: chi lo sostituirà? Al-Qaida? L'Iran? Credo Hamas sia in ogni caso un'organizzazione pragmatica con cui dovremmo parlare, per lo meno indirettamente, per raggiungere una sorta di accordo a lungo termine.

Credi che israeliani e palestinesi possano convivere in un unico stato?

Durante il primo incontro di Other Voice  le persone provenienti dal Marocco ci hanno raccontato come vivevano in passato: nonostante l'occupazione c'erano relazioni tra le due parti, erano abituati ad andare a Gaza al mare, per fare compere, per qualsiasi cosa. Ma guardate adesso, dove siamo? Credo fermamente che se il clima politico cambierà gli abitanti di Sderot, che hanno vissuto così tanta violenza, saranno i primi ad entrare a Gaza e a riallacciare i rapporti con le persone. Questo è il sogno di tanti civili di quest'area. Condividiamo lo stesso pezzo di terra, vogliamo vivere le nostre vite insieme e dignitosamente. Questi leaders non ci porteranno mai ad un accordo di pace. Siamo vittime del nostro governo poiché non è stato capace di trovare soluzioni alternative a quella militare. Do la colpa ai miei leader per non aver fatto tutto il possibile per risolvere la situazione in modo nonviolento.

 

 

 

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