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A poche ore dalle elezioni in Israele. Un quadro della situazione.

Domani, 10 febbraio, Israele è al voto. Dalla nostra inviata, una spiegazione del meccanismo elettorale, un'analisi degli schieramenti e un profilo dei principali candidati.
9 febbraio 2009 - Camilla Gelao (nostra inviata)

Il 10 febbraio 2009 si svolgeranno le elezioni del 18° parlamento israeliano (Knesset). Contemporaneamente, in base ai risultati conseguiti dalle liste, verrà nominato dal Presidente Peres il primo ministro, che dovrebbe guidare il paese per i prossimi quattro anni. Il condizionale è d'obbligo se si considera che ultimamente la media con cui i cittadini israeliani sono stati chiamati alle urne è di circa una convocazione ogni due anni e mezzo. I principali contendenti per la carica di primo ministro sono tre. Il laburista Barak, già primo ministro dal 1999 al 2001, nonchè ministro della difesa durante la guerra in Libano del 2006 e l'Operazione Piombo Fuso a Gaza. Due insuccessi che riducono la sfida a un testa a testa tra gli altri due candidati: la ministra degli esteri (del partito Kadima) Tizpi Livni - mai stata primo ministro, ma ben inserita nell'establishment grazie ad un glorioso passato nell'intelligence israeliana -, e il nome tristemente noto di Bibi Netanyau, leader di Likud. Già Primo Ministro tra il1996 e il 1999, ma ancora più famoso per riforme economiche fatte come ministro delle finanze che hanno smantellato le garanzie sociali fondamentali.

A settembre l'attuale primo ministro Ehud Olmert, leader del partito di maggioranza Kadima, si è dimesso in seguito a scandali finanziari e di corruzione. Olmert, diventato segretario nel gennaio del 2006,  in seguito al malore che aveva ridotto in coma il leader storico Ariel Sharon a pochi mesi dalle elezioni, era riuscito a portare il partito di centro alla vittoria elettorale, costituendo un'alleanza di governo con i Labor di Barak e il partito religioso dello Shas.
L'alleanza non ha tenuto quando, dopo le dimissioni di Olmert da segretario e da primo ministro a settembre, Kadima ha eletto come segretaria con le elezioni primarie Tizpi Livni, ministro degli esteri. E' diventato necessario ricorrere alle elezioni anticipate, convocate appunto per il 10 febbraio.

I membri della Knesset vengono nominati con un sistema elettorale proporzionale purissimo, con una soglia di sbarramento al 2%. Le liste sono bloccate, quindi entra in parlamento un numero di eletti proporzionale al numero dei seggi assegnati alla lista, che viene compilata o attraverso elezioni primarie interne ai partiti, o in base a nomine politiche delle segreterie, o, come nel caso dei partiti ultrareligiosi, attraverso la scelta effettuata dai leader spirituali.

Tutti i partiti per presentare le proprie liste alle elezioni devono iscriversi a un apposito registro. Secondo la "legge dei partiti" non possono presentarsi liste che, direttamente o indirettamente,  avversino lo Stato di Israele come Stato ebraico e democratico. Liste che incitino al razzismo. Liste che sostengano la lotta armata di uno stato nemico o di un'organizzazione terroristica contro lo stato di Israele.
Si tratta di vincoli soggetti a diverse interpretazioni che per esempio sono state utilizzate da alcuni membri della destra per proporre al comitato elettorale di vietare ai partiti arabi di presentarsi alle elezioni. Il comitato aveva accettato la proposta. Il rischio di una pesante discriminazione è stato scongiurato da una sentenza della Corte Suprema. Il prezzo sono state fortissime polemiche e un'invocazione al boicottaggio elettorale che rischia di minare la legittimità delle elezioni.

Sono 5.278.985 gli aventi diritto israeliani, è probabile che meno del 60% di essi si rechi alle urne martedì prossimo. Dopo 50 anni di grandissima partecipazione al momento democratico, con una media dell'80 % di votanti tra gli aventi diritto, le elezioni del 2006 hanno visto la percentuale scendere vertiginosamente al 63 %, e queste elezioni non promettono niente di buono.
 
Secondo Elie Rekhess, direttore del programma Adenauer presso l'Università di Tel Aviv, tra il 1996 e il 2006 la percentuale di arabi israeliani che si sono recati alle urne è scesa di 21 punti percentuali, passando dal 77% al 56%. Le cause sono da identificare nella sensazione di non essere rappresentati dagli arabi eletti alla Knesset e in un atteggiamento di protesta nei confronti dell'establishment governativo. Sicuramente la guerra contro il Libano, e ancora di più l'ultimo attacco a Gaza non hanno fatto che acuire la spaccatura tra ebrei israeliani e arabi israeliani, che hanno vissuto soprattutto l'ultima guerra come un vero e proprio attacco al mondo arabo. 
Inoltre leggendo gli editoriali di uno dei maggiori quotidiani del paese, Haaretz, si possono individuare due fenomeni che caratterizzeranno le imminenti elezioni.
Due fenomeni diversi, ma con cause comuni.
Da una parte un crescente disinteresse dei cittadini nei confronti del voto, dall'altra parte uno scivolamento dalla politica di centro di Kadima verso la destra del Likud di Netanyau, quando non verso l'estrema destra di Avigdor Lieberman. Razzista nei confronti degli arabi, sostenitore dello slogan "nessuna lealtà, nessuna cittadinanza". Secondo i parametri di Lieberman, per esempio, i refusnik, cioè gli israeliani che decidono di non prestare servizio militare, non sono leali nei confronti del paese e quindi non sono meritevoli di diritti.
Le fila dei nonvotanti sono costituite principalmente dai giovani, dai laici e dagli arabi. Le ragioni di questa scelta vanno identificate nel fatto che non trovano nessuno che li rappresenti, nella sensazione di non avere nessuna influenza sulle scelte del governo e nella percezione dei candidati come entità perfettamente interscambiabili. Il fatto che nessuno dei principali candidati sia una novità per la politica israeliana da agli elettori la sensazione di un continuo "gioco delle tre carte", con gli stessi nomi che si alternano di anno in anno senza nessun cambiamento.
Esiste inoltre un altro fronte di persone che non andranno a votare. Si tratta degli ebrei ortodossi anti-sionisti. Alcuni di questi non riconoscono lo Stato di Israele e rifiutano di prestare il servizio militare.
 
L'astensione non potrà che rafforzare i partiti più estremisti, in prima linea Ysrael Beiteinu, guidato da Avigdor Lieberman, che avrà un peso determinante nella coalizione di Governo, diventando di fatto l'ago della bilancia per la stabilità della coalizione di maggioranza.

Sono 33 le liste che si presenteranno alle elezioni. Con un sistema elettorale che se garantisce la rappresentatività anche alle più piccole minoranze certamente non è garanzia di stabilità. Occorrono 61 seggi alla Knesset per avere la maggioranza. Se il partito di Avigdor Lieberman diventasse il terzo partito di Israele potrebbe ottenere circa 14 posti, estremamente importanti per la governabilità e che non permetterebbero a nessuno dei vincitori di poterlo ignorare. Inoltre il leader  estremista potrebbe ambire a un ministero "pesante", come la Difesa, gli Esteri o le Finanze.
Netanyau e Livni giocheranno un testa a testa fino all'ultimo il cui vincitore dovrà affrontare difficili passi per il processo di pace. Ma nessuno dei due rappresenta davvero qualcosa di nuovo rispetto a un passato costellato di guerre e violazioni dei diritti umani per la Cisgiordanie e la striscia di Gaza.

I sondaggi e le leggi elettorali in questo momento non guardano sicuramente verso la pace. Il "gioco delle tre carte" condiziona pesantemente la volontà dei cittadini di partecipare alla vita democratica del paese. Il 1° febbraio un articolo di Yossi Sarid delineava su Haaretz uno scenario pessimistico: "Tra i cittadini si vedono i primi segni dell'apatia. L'affluenza sarà piu' bassa del solito, i giovani non parteciperanno come sempre. Sono indifferenti e alienati, la colpa non è loro, ma delle politiche dei candidati. I partiti sono consumati e i candidati di seconda mano. Tutti sono stufi di votare il minore dei mali. Negli Stati Uniti il voto per Barak Obama è stata una scelta attiva, non passiva. L'apatia è l'ultimo passo prima della disperazione.

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