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La libertà dall'illusione

Protagonista del dialogo con i falchi israeliani, teorico della 'scomodità della pace', Sari Nusseibeh è oggi rettore dell'università di al Quds, scardinata in due dal Muro. Di quel dialogo non rimane neppure un'amicizia, degli anni effervescenti di Oslo solo l'apartheid, e un crescendo di scontri tra Fatah e Hamas
28 gennaio 2010 - Francesca Borri

sari nusseibeh  "Quando scrisse il suo Stato Ebraico, alla fine dell'Ottocento, in cerca di una terra senza un popolo per un popolo senza terra, Theodor Herzl ancora non era neppure mai stato qui. Nusaybah era a capo di una delle quattordici tribù che prime seguirono Maometto: la mia famiglia vive a Gerusalemme da milletrecento anni. E da milletrecento anni è custode delle chiavi del Santo Sepolcro: furono consegnate a Omar dal vescovo stesso, perché Omar non arrivò con l'aggressività del conquistatore, ma nella consapevolezza e rispetto dell'unicità di Gerusalemme. Non entrò a pregare nel Santo Sepolcro, perché nessuno avesse in futuro il pretesto per convertirlo in moschea in suo onore: e fu con la guida di un ebreo, il cui figlio progettò poi al Aqsa, che trovò la pietra dell'ascensione. Le chiavi del Santo Sepolcro furono affidate al fratello di Nusaybah: e da allora ogni mattina, alle quattro, uno di noi apre la chiesa. Da milletrecento anni. Una chiesa che rimane per me l'icona di Gerusalemme, perché è una chiesa disordinata, a strati: ognuno che ha costruito e aggiunto qualcosa al proprio passaggio, ma mai in sostituzione delle orme e tracce precedenti - una chiesa di tutti, in una città in cui l'identità araba sovrastava le diversità religiose, ebrei inclusi. La rivolta si è accesa negli anni Trenta, quando i Chaim Weizmann hanno cominciato a dichiarare che la Palestina doveva essere ebraica come l'Inghilterra inglese. Ma la Gerusalemme dei miei antenati, fino a mio padre, è sempre stata un groviglio di mondi, e storie e culture - prima che l'indipendenza o una nakbah, il 1948 è stata una guerra civile. Mio zio, come tanti, è sopravvissuto perché avvertito degli attacchi dal vicino ebreo. E in questo senso il mio dialogo con gli israeliani non è scelta strategica, ma convinzione filosofica: siamo alleati non solo in virtù di un interesse comune a un futuro migliore in un luogo comune, ma perché ogni tentativo di separarci non è che il prodotto di quel pericoloso mito della modernità europea che è la purezza della nazione".

 

"E così alla fine della Guerra dei Sei Giorni, studiavo in Inghilterra, criticato da tutti decisi di tornare non attraversando clandestino il confine dalla Giordania, ma in aereo: cioè chiedendo un visto all'ambasciata d'Israele: e riconoscendo così implicito la sua esistenza. Per me, il mio paese era finalmente riunito, il filo spinato del 1948 finalmente divelto: perché ero convinto che l'occupazione fosse temporanea, che l'evoluzione naturale sarebbe stata la convivenza in un solo stato, laico e democratico. E quel viaggio fu un'esplorazione: per la prima volta vedevo Israele, per la prima volta, soprattutto, gli ebrei: ed erano così normali, così - così come noi: nient'altro: cosa che in verità avevo già sospettato intercettando le onde radio del nemico per ascoltare i Beatles. So che è difficile spiegarlo, ma arrivavo dall'Inghilterra: e semplicemente, arabo, avevo molto più in comune con gli ebrei che con gli inglesi. Per alcuni mesi, curioso, sperimentai anche la vita in kibbutz, un mito per la sinistra europea dell'epoca - e che dire?, guardavo le fotografie in biancoenero dei primi pionieri, colline di desolazione e abbandono che contrastavano con i verdi brillanti di adesso: ed ero solo sorpreso da questi miei coetanei idealisti, impegnati nella costruzione di comunità di libertà e eguaglianza, senza rapacità capitalistica: erano un modello di umanesimo e socialismo, uomini che non avrei potuto che ammirare - allo stesso tempo, soldati addestrati a combattere il mio popolo: ad assassinarmi. Semplicemente, sono ripartito da quel kibbutz con ancora meno certezze di quando ero arrivato. E in fondo è tutto quello che ho imparato a Oxford: lo scetticismo per qualsiasi idea in maiuscolo. Perché esattamente quando ti sei convinto della totale fondatezza della tua posizione, e parallelamente, dell'insensatezza di quella del tuo avversario, i ruoli si ribaltano, e la tua parte ti delude, e il tuo nemico ti sorprende".

 

"Ma erano percezioni fuorviate dall'integrazione economica: affiancata invece dalla nostra completa esclusione  once upon a country  politica e sociale. Nel senso che la riunificazione che prevedevo si era effettivamente verificata: metà dei palestinesi lavorava in Israele, ormai, si poteva attraversare liberamente la vecchia Linea Verde, e i nostri negozi, meno cari, traboccavano di ebrei. Sembravamo un unico popolo. Ma non eravamo che manodopera a basso salario: e il filo spinato non si era che smaterializzato in distanze di ideologia e paura. E il giorno che un soldato mi ha chiesto i documenti mitragliatrice alla tempia, allora, ho capito improvviso che l'occupazione non era amministrazione, ma oppressione: poteva essere un mio studente - erano i miei vicini, i miei nemici. Ho lasciato la Hebrew University per Ramallah, Birzeit: e lì è cominciato il mio impegno civile. Ma sempre convinto che fosse questione di cultura, non di odio: ricordo Teddy Kollek, che sindaco di Gerusalemme avviò gli insediamenti, ricordo le cene con mio padre... E ma non era odio: gli israeliani hanno sempre saputo che questa non era una terra senza un popolo: anche Golda Meir, il senso non era che non esistevano palestinesi, ma che non esisteva un popolo palestinese, con una sua identità nazionale, con diritti collettivi pari a quelli degli ebrei. Semplicemente, Kollek non capiva perché questi arabi che si erano trovati accidentalmente a vivere sparsi nello stato di Israele si ostinavano a contestare l'evidente progresso del paese. E invece, più questi 'arabi' venivano inseriti nel sistema economico israeliano, più la loro emarginazione politica e sociale li trasformava in palestinesi - e il problema non erano più scuole migliori, stipendi più alti, armi più precise o torture meno disumane: il problema era la fine dell'occupazione. La benzina del conflitto non era tanto un intento criminale, quanto l'ignoranza. E in questo senso, l'università rimane la mia prima attività politica: il tentativo di decostruire paesaggi mentali introiettati acriticamente: confondere le idee, più che chiarirle, in una guerra in cui come in ogni guerra, la sfumatura, il dubbio è tradimento - voglio studenti autonomi dai loro padri, e imam e rabbini, studenti senza maestri: li guardo annotare disciplinati quello che dico, e li interrompo, ogni volta - come possono essere certi che dico il vero?".

 

"L'obiettivo era una dichiarazione unilaterale di indipendenza. E quindi disobbedienza civile e istituzioni parallele, per costruire concretamente questo stato palestinese: e soprattutto costruirlo a partire da qui - non da lontane leadership, ieri a Tunisi oggi a Damasco, che non vivono le conseguenze delle loro decisioni. Uno stato che rimaneva propedeutico, per me, a uno stato unico: ma che intanto doveva essere fondato e creato: contro tutti quelli che parlavano di indipendenza, ma senza la minima idea di come realizzarla. E proprio perché l'obiettivo ultimo era lo stato unico, bisognava lavorare insieme agli israeliani: il secondo pilastro della strategia era il dialogo. Da qui 'No trumpets, no drums', scritto con Mark Heller, politologo, ebreo: un esercizio di ingegneria costituzionale, di competenza e misura e pragmatismo, ma anche di immaginazione - il tentativo di delineare effettivamente, e congiuntamente, questi due stati così discussi, e eppure così vaghi. E ma non è mai stato solo il dialogo con i pacifisti, con quelli con cui già avevo le stesse idee - fino alla proposta firmata con Ami Ayalon, una carriera ai vertici dello Shin Bet: ma perché la pace si fa con i nemici, non con gli amici: l'ovvietà che mi ha conquistato la qualifica di controverso. Ma in tempi difficili, più semplicemente, le idee migliori non possono che essere quelle che hanno l'onore dell'anomalia - le idee non rappresentative. Era una proposta ruvida perché imperniata sulla rinuncia al diritto al ritorno, o meglio - un ritorno limitato all'interno dei futuri confini palestinesi: ma perché rivendicare un ritorno incondizionato significa, nei fatti, negare il riconoscimento geografico e demografico di Israele. E non è cinismo, al contrario: perché la priorità morale è la fine della guerra. Bisogna accettare la legittimità teorica, ma anche la incompatibilità pratica delle opposte pretese: accettare che proprio per non privilegiare un diritto a scapito dell'altro, proprio per realizzarli entrambi è inevitabile realizzarli parzialmente. Il piano Ayalon-Nusseibeh era nient'altro che buon senso: ognuno rinuncia a qualcosa: Israele all'espansione indefinita, noi al ritorno incondizionato - una giustizia relativa, invece che assoluta. La libertà dall'illusione è importante quanto la libertà dall'oppressione".

 

"E ovviamente, sono finito in carcere. A conferma che Israele teme molto più i moderati, che estremisti e terroristi: non gli Ahmed Yassin, che ha sempre lasciato liberi e anche finanziato, ma i Faisal Husseini: altrimenti, avrebbe qualcuno con cui parlare, da questa parte del Muro: e sarebbe costretto al negoziato. Ma è aggredito dai palestinesi che sono finito sotto scorta. Il mio primo impegno politico, o meglio sindacale, è stato in università, quando ai docenti stranieri, inclusi quindi i palestinesi senza cittadinanza israeliana, fu imposto il giuramento di non opporsi all'occupazione: e da Amman, l'OLP invitava a obbedire. Il nostro obiettivo, con la prima Intifada, non era solo uno stato, uno stato qualsiasi: ma uno stato democratico. E invece, quando un'inchiesta interna rivelò che la metà del bilancio dell'Autorità Palestinese andava, come dire?, smarrita, non fu adottato il minimo provvedimento. Arafat considerava gli episodi di illegalità come isolati, non comprendeva la perversione del sistema creato. E è così, coetaneo di Israele, che ho assistito prima al fallimento dei notabili, nel 1948, delle famiglie di tradizione e blasone come la mia, poi il fallimento del panarabismo, nel 1967, e con Oslo infine, il fallimento del nazionalismo, nel 1993: e adesso è il turno dei movimenti islamici - di Hamas. Ma dopo tre anni dalle elezioni, una valutazione della sua prova di governo è ormai possibile e opportuna: e per quanto sia indubbio che tra sanzioni internazionali e attacchi israeliani ha mille ottimi pretesti e giustificazioni, la verità è che Hamas pensa solo al potere, non ha il minimo interesse né per la causa palestinese né per la causa islamica - come d'altra parte Fatah. Amano sguainare il Corano, invece che leggerlo - è sufficiente guardare il dominio maschile: e ricordare che Nusaybah era una donna. Da entrambi i lati del Muro, semplicemente, la religione è strumento di politica: ma che sia l'Isacco della Torah o l'Ismaele del Corano, Dio impedisce a Abramo di sacrificare suo figlio: è questo il comandamento più vero. La prima Intifada era strategia, era costruttiva: la seconda Intifada è stata istinto e violenza. La brutalità identica e contraria dell'assassinio di Mohammed al-Durah e delle mani dei due soldati, come trofei alle finestre della polizia di Ramallah".

 

"Amaro e affilato, oggi, dire cosa rimane. Dopo una vita di ostinazione al dialogo, alla fine persino il co-autore del mio libro ha creduto che davvero fossi una spia irachena: e né vivo più a Gerusalemme, rettore di una università attraversata da un Muro. Partecipo a conferenze organizzate da israeliani, parlo di diritti, e dignità e giustizia mentre a pochi metri le ruspe livellano via case e ulivi. E anche avessimo uno stato nostro, uno stato autonomo e vero - avremmo anche, ancora, i palestinesi di Israele: e cioè un problema chiamato sionismo, e la sua compatibilità con la democrazia. In realtà, molti sono tornati all'idea dello stato unico: invece che indipendenza in uno stato palestinese, eguaglianza dei diritti all'interno di Israele. Perché abbiamo passato gli ultimi vent'anni a convincere la gente di uno stato limitato ai confini del 1967: ma la leadership israeliana ha passato gli ultimi vent'anni a minare con ogni mezzo la praticabilità di questa opzione. E così, anche chi ha sempre preferito i due stati oggi si riassesta sullo stato unico - e in prospettiva, un'integrazione sul modello dell'Unione Europea. Ma è un pensare vago: è solo un momento di smarrimento e paralisi, sfiducia, assenza di strategia e energia - di assenza, direi, di un fronte stesso palestinese: perché non abbiamo più neppure una leadership, né Fatah né Hamas esprimono alcuna proposta paragonabile a quella, chiara, degli anni di Oslo: non volevamo causare sofferenza a altri, ma liberarci dalla sofferenza, non distruggere lo stato di Israele, ma fondare lo stato di Palestina. Eppure proprio Oslo è stato la fine di quella soluzione bistatuale che promuoveva: comincia a non avere fisicamente più senso discutere di due stati. La riflessione va in una direzione, la realtà in direzione opposta. Siamo irrimediabilmente aggrovigliati - se anche avessimo due stati, sarebbero entrambi stati binazionali: con i coloni tra i palestinesi, e gli arabi tra gli israeliani. Durante la Guerra del Golfo, Arafat era con Saddam, la mia famiglia sotto i missili iracheni con tutta Gerusalemme. Nessuno di noi ha una strategia, perché la verità è che nessuno di noi ha capito cosa non ha funzionato. Dopo una vita di ostinazione alla parola, non mi rimane niente da dire. Anche se siamo più dell'insieme degli errori compiuti: e i detriti, sosteneva mio padre, sono spesso il migliore materiale da costruzione".

 

 

di Sari Nusseibeh è ora tradotto in italiano "C'era una volta un paese. Una vita in Palestina", il Saggiatore 2009

 

 

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