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I poeti palestinesi al Salone del Libro

Muhammad Ali Taha e la torre di Babele

«Sono cieco e ignorante, ma intuisco che sono molte le strade». Seguiamo il consiglio di Borges e andiamo a cercarle ché le strade non sono intuizioni, ma realtà...
14 maggio 2011 - Nadia Redoglia

 

     Muhammad Ali Taha e la torre di Babele

Provate a cercare in web Muhammad Ali Taha. Troverete Wikipedia con “traduci questa pagina”. Eppure quest’uomo, scrittore palestinese, è tra i più importanti maestri di letteratura araba. Ma lui, come gli altri, non è tradotto, dunque le sue opere non sono distribuite. Non difettiamo di traduttori, ma molto più semplicemente le case editrici occidentali preferiscono non avere rogne. Israele poi, non solo non traduce in ebraico, ma impone totale censura e spesso vere e proprie persecuzioni, dalla confisca dei testi al processare e imprigionare gli autori. Non avere la possibilità di conoscere il pensiero del nostro “altro” può solo voler dire ignorarlo o, peggio, temerlo. Ed è esattamente ciò che oggi ci ha raccontato Ali Taha al 24° salone del libro. Finalmente, per la prima volta nella prestigiosa kermesse letteraria, il Lingotto è riuscito a ottenere un padiglione della Palestina, elegante nella sua semplicità e raffinato per sobrietà. 

L’autore ci parla di sé con pacatezza, simpatia, entusiasmo, accogliente spirito amicale: è il suo modo di scrivere. Eppure lui ha vissuto la Nakba* che con l’occupazione israeliana della sua terra, gli ha spazzato via l’infanzia. Gli ha rubato la casa, gli amici, i suoi ulivi e la sua campagna, le  piccole grandi care cose, fino all’ultimo giocattolo. Come tanti altri bambini fu scaraventato in altri spazi, in altre dimensioni, impossibili da amare perché non scelti, difficili da comprendere perché estranei. Nel '56 Ali Taha incontrò Mahmoud Darwish, importante scrittore e poeta, morto nel 2008. Insieme cominciarono a scrivere traducendo in poesie ciò che avevano bene in mente (e nello spirito). Ciò che furono  prima del '48 racconta la loro serenità con le terre fertili e dispensatrici di prodotti naturali, dei pascoli, delle campagne, in armonia con le loro tradizioni, cultura, educazione, usi e costumi dei padri e degli ascendenti più lontani. Possiamo ben immaginare come seppero e sanno descrivere i protagonisti ciò che violentemente ne prese il posto, sbattendo loro in faccia il vissuto da operazioni di “pulizia etnica” perpetrata da Israele e le successive dolorose, folli  condizioni dell’esilio e delle fughe. Le poesie palestinesi non contengono però vittimismo, lamentazioni funeree e il piangersi addosso. Trattano certamente il dolore, ma è offerta al lettore, affinché ne possa fare un buon uso, è invito alla condivisione, è pacata sincerità per sottoporgli i fatti. E’ poesia appunto. Una poesia che è diritto, e probabilmente dovere, conoscere per comprendere. Muhammad Ali Taha usa spesso la chiave dell’ironia che, a maggior ragione, consegna ulteriore strumento per capire ancora di più. In questo modo possiamo imparare chi è quest’uomo che c’insegna come sono e chi sono tutti i Palestinesi. In loro, nonostante tutto, insiste prepotentemente la gioia della speranza. Il lettore la raccoglie nelle parole che sanno di cielo, mare, buona terra, pascoli, amore, canti e sorrisi. Sono inno alla pace.    Muhammad Ali Taha e la torre di Babele

Dieci anni fa Ali Taha, quale docente per quasi 40 anni, fu invitato da un’insegnante israeliana a raccontare alla classe la sua infanzia. L’insegnante non sapeva che quella scuola era posta proprio nello stesso punto della casa che fu dello scrittore, sulla terra che gli era stata rubata. Fu Ali Taha a riferirlo ai ragazzi. Dalla finestra vedeva il suo prato, il pozzo dell’acqua, i pochi ulivi rimasti. Sommessamente così descrisse la sua storia di ragazzo. Gli allievi erano attenti e qualcuno gli domandò quali sentimenti provasse e  se non gli venisse voglia di buttare giù la scuola e riprendersi casa sua. Lo scrittore rispose che in 14 secoli il suo popolo aveva mai distrutto qualcosa e oggi insiste a non farlo, semmai amerebbe costruire. Ciò che vorrebbe fortemente sarebbe il potersi tirare su una casa sua accanto alla scuola, sì da poter condividere con il popolo ebreo la stessa terra. Era pur presente un professore universitario di Haifa che perentoriamente gli rispose che un ebreo tedesco non avrebbe mai potuto vivere accanto a un ebreo polacco, così come uno francese con uno spagnolo, sottintendendo che era inimmaginabile dunque una condivisione di quel genere. C’è di che riflettere e non poco…Sono solo gli insegnamenti che c’inducono a pensare, a ragionare, a discuterli e condividerli con gli altri, dunque a trarre le nostre sacrosante opinioni e infine decidere le nostre scelte. Si preferisce però eliminarne le fonti. Non possiamo e non dobbiamo accettare.  

Quale ruolo ha il potere nell’influenzare la letteratura e qual è il potere che resta alla letteratura? Che differenza c’è tra mettere al rogo i libri e il nascondere i loro testi all’umanità? Nessuna.

Note:

* http://www.infopal.it/leggi.php?id=18344

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