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    Un falso pretesto per la guerra in Libia?

    12 settembre 2011 - Alan J. Kuperman

    Repetition does not transform a lie into a truth

    E’ un fatto ormai che il presidente Obama abbia ingigantito di molto la minaccia umanitaria per giustificare l’azione militare in Libia. Il presidente ha affermato che l’intervento fosse necessario per prevenire un bagno di sangue a Bengasi, seconda citta’ della Libia ed ultima roccaforte dei ribelli.

    Ma l’Osservatorio sui Diritti Umani ha pubblicato dei dati su Misurata, seconda citta’ della Libia per grandezza e scene di combattimenti prolungati che mostrano che Muammar Gheddafi non sta volutamente massacrando civili ma piuttosto accuratamente mirando ai ribelli armati che combattono contro il suo governo.

    La popolazione di Misurata conta all’incirca 400000 abitanti. In quasi due mesi di guerra, solo 257 persone – inclusi i combattenti – sono morte. Dei 949 feriti, solo 22 - meno del 3% - sono donne. Se Gheddafi stesse indiscriminatamente puntando ai civili, le donne sarebbero circa la meta’ delle vittime.

    Obama sostenne che le prospettive sarebbero state spaventose senza un’azione militare. “Se aspettassimo ancora un giorno, Bengasi .. potrebbe subire un massacro che si propagherebbe nella regione e macchierebbe la coscienza del mondo ”. Cosi’ il presidente concluse,”impedire il genocidio”giustificava l’azione militare degli Stati Uniti.

    Ma l’azione militare non impedi’ il genocidio, perche’ nessun bagno di sangue era imminente. Al contrario, incoraggiando la rivolta, l’ingerenza degli Stati Uniti ha prolungato la guerra civile in Libia e la conseguente sofferenza di innocenti.

    La prova schiacciante del fatto che Gheddafi non progetto’ il genocidio di Bengasi e’ che non lo ha messo in atto li’ ne’ in altre citta’ riconquistate interamente o in parte – incluse Zawiya, Misurata e Ajdabiya, che insieme hanno una popolazione maggiore di quella di Bengasi.

    Le forze libiche hanno ucciso centinaia di persone nel momento in cui hanno riconquistato il controllo delle citta’. Il danno collaterale e’ inevitabile nella controrivolta. E le dure leggi di guerra potrebbero essere state oltrepassate.

    Ma le azioni di Gheddafi sono state molto diverse dal Ruanda, Darfur, Congo, Bosnia ed altri territori di guerra. Le forze aeree libiche, prima che le Nazioni Unite imponessero una no-fly zone, puntarono alle posizioni dei ribelli, non agli agglomerati urbani. Malgrado gli onnipresenti telefonini muniti di fotocamere e videocamere, non c’e’ alcuna prova tangibile di un massacro intenzionale. Abbondano le immagini di vittime uccise o ferite in scontri a fuoco – ognuna una tragedia – ma questa e’ guerra urbana, non genocidio.

    Gheddafi non ha mai neppure minacciato il massacro civile a Bengasi, come Obama ha sostenuto. L’avvertimento “senza pieta’”, del 17 Marzo, ebbe come obiettivo solo i ribelli, come ha riportato il New York Times, che ha sottolineato che il leader libico promise l’amnistia per coloro che “avessero gettato le armi”. Gheddafi inoltre offri’ ai ribelli una via di fuga ed un varco aperto verso l’Egitto, per evitare un combattimento “fino alla fine”.

    Se il bagno di sangue era improbabile, perche’ questa idea ha messo in moto l’intervento degli Stati Uniti? La reale prospettiva a Bengasi era la sconfitta definitiva dei ribelli. Per evitare questa sorte, hanno disperatamente inventato un imminente genocidio per raccogliere il sostegno internazionale per l’intervento “umanitario” che avrebbe salvato i loro ribelli.

    Il 15 Marzo Reuters cito’ un leader dell’opposizione libica a Ginevra che affermava che se Gheddafi avesse attaccato Bengasi, ci sarebbe stato un “reale bagno di sangue, un massacro simile a quello a cui abbiamo assistito in Ruanda” . Quattro giorni dopo, l’aeronautica militare statunitense comincio’ a bombardare. Mentre Obama affermava che l’azione militare avrebbe evitato un bagno di sangue, il New York Times aveva gia’ riportato che “i ribelli non trovano alcuna rispondenza al vero nel tipo di propaganda” contro Gheddafi ed “erano state dette affermazioni enormemente gonfiate riguardo al suo selvaggio comportamento ”.

    E’ difficile dire se la Casa Bianca fu imbrogliata dai ribelli oppure cospiro’ con essi per perseguire un cambiamento di regime spinto da false motivazioni umanitarie. In ogni caso, l’intervento supero’ velocemente il mandato delle Nazioni Unite sulla protezione dei civili bombardando le forze libiche in ritirata o poste in roccaforti a difesa di Gheddafi, come Sirte, dove non fu minacciato alcun civile.

    L’esito finale e’ incerto. L’intervento ha impedito che le forze di Gheddafi catturassero Bengasi, salvando delle vite. Ma ha intensificato le sue azioni repressive nella Libia occidentale per unificare velocemente i territori. Ha anche incoraggiato i ribelli a riprendere gli attacchi, riconquistando per breve tempo le citta’ lungo la costa occidentale e centrale, come Ajdabiya, Brega e Ras Lanuf fino al superamento della linea di rifornimento e al ritiro.

    Ogni volta queste citta’ cambiano proprietario, sono bombardate da entrambi le parti– degli innocenti vengono uccisi, feriti, cacciati. Il 31 Marzo, la NATO ha ufficialmente ordinato ai ribelli di smettere di attaccare i civili. E’ acuto ricordare che se non fosse stato per l’intervento, la guerra sarebbe finita quasi sicuramente lo scorso mese.

    Nel suo discorso di chiarimento dell’azione militare in Libia, Obama ha abbracciato il principio nobile della responsabilita’ di proteggere – che qualcuno ha velocemente soprannominato la dottrina di Obama – richiedendo l’intervento quando possibile per evitare un genocidio. La Libia dimostra come questo approccio, attuato riflessivamente, puo’ ritorcersi contro incoraggiando i ribelli a provocare ed amplificare atrocita’, per attirare un intervento che in definitiva prolunga la guerra civile e le sofferenze umanitarie.

    Note:

    Alan J. Kuperman, docente di Affari Pubblici all’Università del Texas, e’ autore di “I limiti dell’intervento umanitario” e co-redattore di “Scommettere sull’intervento umanitario”.

    Tradotto da Antonella Pegoli.
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