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    Iraq

    Un sistema educativo sotto occupazione

    Hugh Gusterson, professore universitario, racconta di come l'occupazione statunitense abbia provocato il declino delle università irachene, un tempo considerate istituzioni d'eccellenza.
    20 febbraio 2012 - Hugh Gusterson
    Fonte: Bulletin of the Atomic Scientists - 02 febbraio 2012

    Baghdad university Non appena l’ultimo soldato Americano lasciò l’Irak, la stessa cosa fecero molti dei giornalisti che si erano occupati dell’informazione durante la guerra lasciando pochi servizi da parte dei mezzi d’informazione nel dopo guerra in Irak. A parte alcune eccezioni di rilievo – inclusi i due ottimi articoli di John Tirman della MIT (Massachusetts Institute of Tecnology), che si domandava quanti iracheni fossero stati uccisi come risultato dell’invasione degli Stati Uniti – nel complesso la stampa americana pubblicava pochi articoli sugli effetti dell’occupazione, specialmente sulle conseguenze per gli iracheni.

    Come professore universitario, ho uno speciale interesse per ciò che è accaduto nelle università irachene sotto l’occupazione statunitense. Non è una bella storia.

    Fino agli anni ‘90, forse l’Irak aveva il miglior sistema universitario di tutto il Medio Oriente. Il regime di Saddam Hussein aveva usato i ricavi petroliferi per assicurare un’educazione gratuita agli studenti universitari iracheni - sfornando una gran quantità di medici, scienziati, e ingegneri che si univano alla fiorente borghesia del paese e allo sviluppo. Sebbene i dissidenti politici fossero severamente boicottati, le università irachene erano istituzioni laiche e professionali aperte all’Occidente, e spazi in cui uomini e donne, Sunniti e Sciiti si mescolavano. Inoltre le scuole spingevano con forza per istruire le donne, che costituivano il 30% dei talenti universitari dal 1991. (Questo è, casualmente, meglio di quanto avesse fatto Princeton non più tardi del 2009). Con una reputazione di eccellenza, le università irachene attraevano molti studenti dai vicini paesi – gli stessi paesi che ora danno rifugio ai migliaia di professori iracheni che hanno abbandonato l’Irak occupato dagli Stati Uniti.

    Il declino delle università irachene ha avuto inizio nei 12 anni successivi alla Guerra del Golfo del 1991. Dal momento in cui le sanzioni internazionali avevano tagliato le sottoscrizioni ai giornali e l’acquisto di attrezzature, i salari accademici improvvisamente si abbassarono, e 10.000 professori iracheni lasciarono il paese. Le facoltà che rimasero furono progressivamente chiuse a causa dei nuovi sviluppi nei loro campi d’applicazione.

    Nel 2003, dopo l’invasione, molti professori iracheni sperarono che il loro sistema universitario sarebbe stato rivitalizzato sotto l’occupazione statunitense. Si aspettavano sovvenzioni per comprare nuovi libri, per rimpiazzare le attrezzature e per riparare i danni causati dalle sanzioni. E speravano in una nuova tolleranza per aprire un dibattito e un’inchiesta.

    In effetti è accaduto il contrario.

    Tutto è iniziato durante il caos seguito all’invasione. Mentre le truppe americane proteggevano i Ministeri del Petrolio e dell’Interno ma ignoravano i siti del patrimonio culturale, gli sciacalli saccheggiavano le università. Ad esempio, intere collezioni di libri alla Facoltà d’Arte dell’Università di Bagdad e all’Università di Basra furono distrutte. Il giornalista Rajiv Chandresekara del Washington Post nel 2003 descriveva questa scena: “ Dal 12 aprile, il campus di edifici dai mattoni gialli e dai cortili coperti dal prato fu privato dei propri libri, computers, attrezzature di laboratorio e scrivanie. Persino i cavi elettrici furono strappati dai muri. Quello che non era stato rubato, fu dato alle fiamme, che invadevano la capitale di una nera nube di fumo”.

    Allo stesso tempo, gli Stati Uniti privarono le università irachene dei loro gruppi dirigenti. Nel primo ordine esecutivo come nuovo capo dell’Autorità Provvisoria di Coalizione dell’Irak, Paul Bremer rimosse i membri del Partito di Ba'ath dalle maggiori posizioni di amministrazione in tutte le cariche pubbliche. Da che, per fare carriera nell’Irak di Hussein, era necessario unirsi al partito di Ba'ath – a prescindere se si supportasse realmente o no tale partito – quest’ordine ebbe l’effetto di rimuovere all’improvviso la maggior parte dei più importanti amministratori e professori. Nelle parole della giornalista Christina Asquith, dopo questa purga, “metà dei gruppi dirigenti intellettuali nel mondo accademico andarono via”. Il controllo sulle università irachene adesso rimaneva nelle mani di Andrew Erdmann un trentaseienne americano, ben introdotto nei sistemi di sostegno del Partito Repubblicano, che era stato vecchio consulente per il Ministero dell’Educazione iracheno. Erdmann non parlava arabo e non aveva alcuna esperienza di come amministrare un’università.

    Nel settembre del 2003, a Erdmann subentrò John Agresto, l’ex presidente del St. Johns College nel New Mexico, un conservatore avversario ad un’educazione multiculturale nella cultura statunitense delle guerre degli anni ‘80. Agresto fu scelto per sostenere le università irachene in quanto amico di di Lynne Cheney e Donald Rumsfeld. Non parlava arabo e, quando il giornalista del Post Chandresekaran gli chiese cosa avesse letto per prepararsi al suo incarico, il nuovo capo dell’educazione rispose di aver deciso di non leggere nulla sull’Irak – così avrebbe avuto la “mente aperta”.

    Agresto stimò che per ricostruire le 22 maggiori università irachene e i 43 istituti tecnici e facoltà sarebbe servito 1 bilione e mezzo di dollari. Dato che il congresso americano aveva stanziato oltre 90 bilioni per la ricostruzione e come misura contro l’infiltrazione di truppe nemiche nel territorio nazionale in Irak nel 2004, questo non era una grande somma, ed era significativamente meno dei 2 bilioni di dollari che le Nazioni Unite e la Banca Mondiale avevano stimato sarebbe stato il minimo necessario. (Per dare un senso alla proporzione, 1 bilione e mezzo di dollari è lo stesso budget annuale dell’Università Statale nel Nord Carolina). Ma il Congresso approvò solo 8 milioni di dollari – meno dell’un per cento di quanto Agresto aveva richiesto. In altre parole il Congresso diceva che le università irachene dovevano fare da se.

    L’ agenzia Americana per lo Sviluppo Internazionale (USAID) stanziò 25 milioni di dollari per aiutare a rivitalizzare le università irachene – ma i soldi venivano dalle università americane per fare curriculum di sviluppo. Per esempio, la USAID diede alla State University di New York Stony Brook, 4 milioni di dollari (metà della somma che il Congresso aveva stanziato per ripristinare l’intero sistema accademico iracheno) per sviluppare un nuovo curriculum archeologico per conto di quattro università irachene.

    Dal 2004, saccheggiate, impoverite, e spogliate dei loro intellettuali e gruppi di comando amministrativi, le università irachene, nonostante tutto, incarnavano uno degli ultimi spazi – in un paese sempre più oppresso da tensioni tra le sette – dove persone di differente credo religioso potevano riunirsi insieme. Tuttavia, il principale impegno di cosmopolitismo e tolleranza tra le fedi di molte comunità universitarie rese queste stesse obiettivi per gli estremisti e per i fondamentalisti. Le milizie armate minacciavano le donne che non portavano il velo e intimidivano i professori che affermavano cose non di loro gradimento. Secondo il Washington Post dalla fine del 2006, 280 professori iracheni furono uccisi e altri 3.250 lasciarono il paese. Tra gli assassini ricordiamo quello di Muhammad al-Rawi, presidente dell’Università di Bagdad, Isam al-Rawi, professore di geologia che stava compilando delle statistiche sugli accademici assassinati in Irak quando lui stesso su ucciso; e Amal Maamlaji, professore sciita di informatica e avvocato dei diritti delle donne nella principale università sciita, che fu ucciso con 163 proiettili.

    Quei talenti che furono abbastanza fortunati da andare all’estero divennero parte della considerevole borghesia in fuga dall’Irak sotto l’occupazione statunitense. Si stima che, tra il 2003 e il 2007, il 10% della popolazione irachena, e il 30% dei suoi professori, medici e ingegneri, abbia lasciato L’Irak per i paesi vicini – il maggiore esodo di rifugiati arabi dalla fuga palestinese dalla Terra Santa decenni prima.

    In soli 20anni, in seguito, il sistema universitario iracheno è passato dall’essere tra i migliori del Medio Oriente, ad uno dei peggiori. Questo straordinario episodio di distruzione istituzionale è stato in gran parte portato a termine dai leaders americani che avevano assicurato che l’invasione statunitense avrebbe portato modernità, sviluppo e diritti per le donne. Al contrario, come lo studioso di politica Mark Duffield ha osservato, ha in parte de-modernizzato il paese. Nelle parole di John Tirman, il fallimento americano di riconoscere la sofferenza che l’occupazione aveva causato in Irak “è un fallimento morale così come un’ errore grossolano”. L’Irak rappresenta un punto debole nel nostro discorso nazionale, che impedisce la crescita culturale e nasce da una dolorosa ammissione d’errore, e frena la razionale valutazione di un intervento straniero. E’ troppo tardi per guardare nello specchio?

    Tradotto da Angela Seggio.
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