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    Diario dalla nostra casa di accoglienza dei bambini di strada di Nairobi

    Un altro Natale a Kivuli: che succederà?

    Kevin ha forse 8 anni, sua mamma è morta di AIDS due anni fa, e chi sia suo papà non lo ha mai saputo. Oggi, mentre sta preparando il suo presepio – come ogni altro bambino o ragazzo di Kivuli – ha uno sguardo triste e lontano. “Kevin, cosa c’è che non va?” “Niente, tutto bene... Ma perché Gesú ha mamma e papà e io no?”
    23 dicembre 2005 - Padre Kizito (missionario comboniano)

    Padre Kizito con alcuni ragazzi Un altro Natale a Kivuli. Cosa succederà? Lo scorso anno Abraham era il più piccolo di tutto il gruppo di sessanta ex-bambini di strada che sono la vita di Kivuli, e alla Messa di mezzanotte aveva voluto fare il chierichetto.

    Già durante la prima lettura s’era addormentato di colpo, appoggiandosi a me, e mi era stato difficile alzarmi per proclamare il Vangelo senza disturbarlo.

    Nell’omelia lo avevo paragonato ad un Gesù Bambino che dormiva fiducioso perché si sentiva fra amici, in contrasto al fatto che in strada i bambini non dormono mai tranquilli, c’è sempre qualche pericolo in agguato. “Vorremmo che Gesù - avevo detto - si sentisse fra di noi come Abraham, amato e protetto”.

    Quella notte erano con noi anche un gruppo di bambini, quasi trenta, che ancora vivevano in strada, ma che avevamo fatto venire a Kivuli in occasione del Natale. C’era stata grande festa, persino qualche panettone, e nell’allegra confusione Peter, invece di tagliare un dolce, si era quasi tagliato una mano e avevamo fatto una corsa all’ospedadale la sera tardi. A Santo Stefano eravamo andati tutti e novanta a trovare le ex-bambine di strada, a Ngong, e la sera avevamo cantato le canzoni di Natale sotto le stelle. Poi eravamo rimasti tutti per qualche giorno col magone quando avevamo dovuto riportare sulla strada i trenta nuovi amici, perché a Kivuli non c’era proprio posto.

    I trenta ospiti dello scorso anno ora sono già entrati, con altri trenta, nella nuova casa che abbiamo aperto ad Ongata Rongai. Ne inviteremo altri. Purtroppo sulle strade di Nairobi si trovano sempre bambini alla deriva. Certamente quest’anno Abraham non sará il più piccolo, perché in giugno è arrivato Joseph. É in assoluto il bambino piú piccolo che sia mai stato nostro ospite, ha ancora meno di tre anni. Ce l’hanno portato i poliziotti, con altri otto, dopo aver chiuso un rifugio per bambini di strada perché ai bambini non veniva data nessuna educazione e non venivano neanche nutriti a sufficienza. Joseph era stato trovato in strada, secondo i documenti che ci hanno passato, circa sei mesi prima, quindi non aveva a quel tempo neanche due anni, insieme al fratello maggiore, di sei anni. Quando é arrivato a Kivuli Joseph non parlava, poi è diventato il beniamino di tutti, e oggi coi bambini kenyani parla kiswahili, con gli adulti kenyani inglese e, con gli ospiti italiani, italiano. Senza contare lo straordinario fiuto che ha per qualsiasi cosa dolce che c’è nelle vicinanze.

    Già, gli ospiti. Sono un po’ come i nostri Re Magi. Arrivano da lontano, portando con sé tutto un loro mondo così diverso dal nostro. Hanno dentro altre montagne, altri deserti, altri mari in burrasca o in bonaccia. Alcuni, nonostante siano in cerca della stella, non riescono a vederla, sono ingannati dal riflesso di ció che hanno dentro, di ció che hanno già visto in passato. Non vedono il nuovo che hanno davanti.

    Ma ci sono anche quelli che hanno lasciato i vecchi sentieri e sono abbastanza umili da stare semplicemente a contemplare, senza pretendere di capire e di spiegare. Come i tre Re Magi della tradizione, che non chiedono ragioni, non discettano, non lanciano appelli o si erigono a spiegare agli altri i segni per riconoscere il Bambino. Sono troppo saggi per farlo, sanno che ciascuno si deve fare la sua strada, versare il suo sudore e il suo sangue. Sanno che di fronte ad un bambino non si fanno discorsi sulla sovrappopolazione, sulla mancanza di risorse energetiche, sulla fecondazione assistita. Si può solo tacere e contemplare l’amore. E cosi tacciono. Si mettono in fila con i poveri ed ignoranti pastori e contemplano. In silenzio. E ripartono con l’intuizione che li sosterrà per il resto della loro vita che un mondo nuovo è già cominciato.

    Kevin ha forse 8 anni, sua mamma è morta di AIDS due anni fa, e chi sia suo papà non lo ha mai saputo. Di solito è un esuberante ed entusiasta partecipante ad ogni attività che viene proposta. Oggi, mentre sta preparando il suo presepio – come ogni altro bambino o ragazzo di Kivuli – ha uno sguardo triste e lontano. Scolpisce le statue nella creta con mano indecisa, sembra non trovare mai la loro giusta posizione nella capanna di legno. Le sposta ancora. “Kevin, cosa c’è che non va?” “Niente, tutto bene... Ma perché Gesú ha mamma e papà e io no?”.

    Per un attimo mi pento di aver chiesto ai bambini di fare questo esercizio. Cosa gli rispondo? Cosa gli avrebbe risposto Francesco, il Santo che ha ‘inventato’ il presepio? Non so cosa gli dico, son parole che vengono dal profondo. Kevin torna a sorridere.

    Sì, Kevin, sorridi.

    Lo sconforto non è da cristiani, da seguaci del Bambino. Noi siamo realisti, non ci lasciamo ingannare dalle illusioni e dalle false speranze di chi vorrebbe farci credere che la vita è solo materia, soldi e potere. Non ci rassegnamo a vivere la vita ripiegati su noi stessi, una vita magari spesa inseguendo immaginari diritti che la societá ci ha negato, e neppure piangendo sulle nostre incapacitá e debolezze.

    Vogliamo vivere di amore vero e di speranza vera, crediamo che il Bambino sia un segno efficace dell’amore che vince.

    Adesso, non domani.

    Crediamo che con Lui il domani è già cominciato oggi.

    Dennis ha ormai 12 anni e il suo presepio è più originale. Sono grandi pupazzi fatti con stracci e foglie di granoturco, ma, a parte il Bambino, tutti gli altri sono animali, ciascuno rappresentante una virtù che Dennis attribuisce a Gesú; il leone per la forza, la lepre per l’astuzia, la tartaruga per la saggezza, l’antilope per la gentilezza, l’aquila per il coraggio, la giraffa, chissá perché, per la pazienza. Dennis però non è mai soddisfatto dell’espressione del viso del Bambino. A me, le righe che traccia col pennarello sul volto di stoffa non sembra facciano grande differenza, ma per lui il suo Gesù non è mai abbastanza bello. Prova e riprova, con testardaggine, e anche un po’ indispettito dalla mia indifferenza alla sua ricerca di perfezione.
    Mi sembra che il problema di Dennis sia anche quello della Chiesa di oggi.
    San Francesco voleva rendere evidente nel presepio il tenero amore di Dio. Sant’Alfonso traduceva in orecchiabili canzoncine popolari le grandi verità che insegnava nella scuola di teologia. Santi che sapevano comunicare valori usando mezzi poveri. Noi, oggi, in un mondo che adora i ricchi e i potenti, come possiamo vedere e svelare il volto di Dio che si manifesta nella povertà e nella debolezza? Come rendere visibile la forza debole di Dio attraverso gesti di liberazione e di vita?

    Nella vita cristiana comunicazione e contemplazione si alimentano a vicenda. Forse lo impareremo questo Natale lasciandoci trafiggere dalla presenza di Dio nel povero, nel bambino; restando in silenzio di fronte a Lui per ritrovare i gesti e le parole giuste, non arroganti o vacue, ma vere e umili. Imparando a distinguere il confine sottile dove la parola perde significato e il silenzio deve prevalere.

    Temo – anzi, spero - che Dennis, Kevin, Joseph riusciranno in questo meglio di me.

    Note:

    Ringraziamo il nostro amico padre Renato Kizito Sesana per averci inviato questo articolo che appare anche su Famiglia Cristiana con alcune piccole modifiche.

    Chi volesse inviare un messaggio a padre Kizito può scrivere a volontari@peacelink.it e noi lo rigireremo a lui.

    Per maggiori informazioni su padre Kizito e per sostenere la casa dei bambini di strada di Kivuli clicca su http://www.amaniforafrica.org/

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