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Johan Galtung per "Il grido dei poveri" sulla soluzione nonviolenta dei conflitti.

Pace: un lavoro duro, ma non misterioso, nè tanto difficile.

"Il grido dei poveri" pubblica una riflessione del professore di Studi sulla Pace Johan Galtung, consegnata ai partecipanti al Workshop "Pace con mezzi pacifici" tenutosi all'Università degli Studi di Foggia nel mese di giugno.
14 agosto 2004 - Johan Galtung (Fondatore dell'International Peace Reserch Institute, docente di Studi sulla Pace all'Università delle Hawaii, direttore di Trascend, un programma dell'ONU per la trasformazione nonviolenta dei conflitti, Premio Nobel alternativo 1987.)
Fonte: "Il grido dei poveri" mensile di riflessione nonviolenta

C’è violenza da qualche parte. Due grandi Potenze ne attaccano una più piccola, l’Iraq. Un gruppo di arabi musulmani sferra un attacco ai due edifici più importanti a New York e a Washington. Una moglie usa il suo talento verbale in un modo molto sarcastico, il marito la sua abilità fisica in un modo molto violento. E così via.
L’analisi immediata è nei termini dell’autore della violenza fisica e della vittima, condannando il primo e solidarizzando con la seconda.
Abbiamo metodi legali e morali per riconoscere cos’è illegittimo e illegale e chiedere che colui che commette la violenza cambi i suoi comportamenti, mediante la persuasione o la punizione o entrambe. Infatti, la nostra società parteggia con le vittime della violenza fisica e sviluppa tutti i tipi di sistemi per ridurre la violenza. Ma ancora la merce preziosa chiamata “pace” nel senso meno ampio possibile di assenza di violenza sembra molto illusoria. Perché?

Johan Galtung

Forse perché quel genere di analisi semplicemente non è abbastanza esatto. L’analisi parte con l’atto violento: l’invasione dell’Iraq del 19 marzo 2003 dopo che i soldati americani hanno pregato Dio nel deserto, l’attacco aereo dell’11 settembre 2001 dopo che i 19 giovani arabi hanno pregato Allah, il picchiare la moglie. I nostri racconti cominciano con qualcuno che lancia la prima pietra. Siamo ossessionati da questo. E ancora, come sappiamo perfettamente bene, c’è sempre una pre-storia. E quando guardiamo nella pre-storia di solito troviamo che questo non è stato il primo atto di violenza. C’era violenza prima. Addirittura una catena di violenze. C’è la storia.
L’Iraq, infatti, aveva attaccato il Kuwait nel 1990 e aveva usato il gas contro i Curdi iracheni nel 1988. Gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente quasi 70 volte dopo il 1945, spesso nell’Asia Occidentale e nella maggior parte dei casi si sono impegnati in un crescendo di violenza strutturale, in particolar modo economica. La moglie usa la violenza verbale. In questo modo, stiamo giustificando l’atto di violenza concentrandoci su ciò che è accaduto prima, persino in Iraq, o altri tipi di violenza? Non esattamente. Stiamo provando a spiegare, a considerare l’atto violento come un momento di una complessa catena causale di violenza e vendetta. Stiamo provando a introdurre un maggiore aspetto di razionalità: se non ti piace qualcosa, prova a vederla come un effetto e prova a rimuoverne le cause. Focalizzarsi soltanto sull’autore della violenza come prima causa, identificato come colpevole, è semplicemente non abbastanza corretto. Invece di parlare di autori colpevoli e di vittime innocenti, perché non considerarli tutti come più o meno responsabili?
Ma in tal caso noi perdiamo l’autore malvagio come la prima causa, la “forza motrice”, che è così semplice da capire. Dov’è la prima causa, in questo caso? La causa originaria?
Per i nostri scopi, una risposta sufficiente non si ritrova né nella natura umana, nel peccato originale o nell’affermazione generica che comunque non possiamo fare molto, né nei soli autori della violenza. La prima è troppo specifica, l’ultima è troppo generica. La risposta risiede nella relazione tra le parti, in modo più particolare nei conflitti tra di loro, e, in special modo, nei loro conflitti irrisolti.
C’è un conflitto di base sul controllo delle enormi risorse petrolifere dell’Iraq tra la dottrina statunitense del libero mercato e della globalizzazione e la richiesta di rispetto dell’Islam Wahhabita e c’è un conflitto tra la richiesta della moglie di sicurezza economica e il fallimento del marito nell’offrirla. Non ti piace la violenza? Individua il conflitto sottostante, vai avanti, risolvilo.
In nessun modo questo fatto libera l’autore dalla responsabilità personale per il suo atto di violenza.
Ma egli probabilmente ripeterà quelle azioni a dispetto della persuasione morale e/o della punizione, perché ciò che è una spiegazione per chi è esterno alla cosa, per colui che la vive in prima persona è una giustificazione. Possiano disapprovarlo, ma è improbabile che la nostra disapprovazione ci sia di aiuto. Hitler ha usato un trattato di Versailles pieno di pecche per giustificare molte delle cose che ha fatto.
Ma ciò non significa che il Trattato di Versailles non fosse estremamente pieno di difetti e che rivederlo o revocarlo nel 1924 non avrebbe potuto salvare l’Europa dal flagello della Seconda Guerra mondiale, togliendo ad Hitler la sua migliore motivazione. Per risolvere un conflitto vi sono tre tappe indispensabili, di solito ignorate dagli uomini di stato, dai diplomatici, dai politici:
1) Fare la mappatura del conflitto: individuare le parti, i loro scopi, dove si trovano le contraddizioni.
2) Provare a classificare tutti gli scopi in scopi legittimi e illegittimi, usando la legge, i diritti umani e i bisogni basilari degli uomini come linee guida.
3) Provare a costruire un ponte tra gli scopi legittimi.
Il primo passo richiede molta empatia. Devi accettare che persino il tuo peggior nemico possa avere alcuni scopi oltre al fatto di essere dannoso per te.
Ancora più difficile può essere volgere questa riflessione su te stesso: quali sono i miei veri scopi? Dominare il mondo? Assicurare il governo della mia famiglia, del mio clan? L’esecuzione pubblica di due edifici negli Stati Uniti per i peccati che loro hanno commesso contro Allah? Usare questo attacco più o meno prevedibile come un pretesto durevole per la guerra ovunque? Considerare il marito come colui che guadagna il pane – godendo i frutti del suo lavoro? E per lui, goderseli nei bar?
Difficile, e questo è il momento in cui il mediatore esperto deve invitare le due parti, attraverso il dialogo, a fare un’introspezione critica e poi tornare con delle proposte accettabili.
Nella seconda tappa si può andare più avanti: l’altra parte può avere ragioni legittime per realizzare i suoi scopi. Gli Stati Uniti crollano se non gli viene fornita energia, l’Iraq come stato unitario è una costruzione coloniale impossibile, il libero mercato ha un prezzo, così il rispetto, così la sicurezza economica dopo la morte del marito che procura il pane, così i limiti estremi al lavoro straordinario.
La terza tappa è il vero test, ma anche la parte più eccitante. L’autore di Transcend and Trasform, di recente tradotto in Inglese e in Spagnolo, offre 40 casi emblematici.
Il punto essenziale è pensare “fuori dalla scatola”, provando a creare una realtà dove gli scopi delle parti diventano compatibili. Come fare di tutto per utilizzare nuove risorse energetiche, l’idrogeno, le scorte di carburante, mobilitando l’intero mondo scientifico, il talento tecnico o commerciale, e rifiutare di essere schiavi del Re Petrolio, del Despota. Come far diventare l’Iraq una federazione al pari della Svizzera attraverso un lungo processo di negoziazione, con i Curdi che hanno strette relazioni con le autonomie analoghe negli altri tre paesi in cui vi sono significative minoranze curde. Come incoraggiare l’attenzione degli Stati Uniti sui diritti umani e i bisogni primari e accettare che venga limitato il libero mercato per evitare la diffusione generalizzata di fame e miseria.
Come rispettare una religione che riconosce pari diritti umani, ma non sempre identici, per le donne. Come far sì che un marito e una moglie si dividano il compito di guadagnarsi da vivere e i doveri domestici.
In breve, prendendo i conflitti sul serio, evitando di dire insensatezze riguardo al fatto di “schiacciarli” senza mai dare uno sguardo alle cause originarie.
E in mezzo a queste cause vi è anche la violenza subita in passato. La strada per la pace passa attraverso la Verità e la Riconciliazione, come ci ha insegnato il Sudafrica.
Duro, impegnativo lavoro tutto questo. Ma realizzabile e degno di essere realizzato.

Note:

Johan Galtung, norvegese, è fondatore dell’International Peace Reserch Institute, docente di Studi sulla Pace all’Università delle Hawaii, direttore di Trascend, un programma dell’ONU per la trasformazione nonviolenta dei conflitti, Premio Nobel alternativo per la Pace 1987, autore di una sterminata produzione scientifica sulla risoluzione nonviolenta dei conflitti.

Si ringrazia Filomena Perna per la traduzione

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