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Nelle presidenziali del 10 Aprile nessun candidato supera il 50%

Perù: ballottaggio tra Humala e Fujimori

Anche cinque anni fa si rese necessario il secondo turno
12 aprile 2011 - David Lifodi

Esattamente uguale a cinque anni fa. Oggi, come allora, il primo turno delle presidenziali peruviane segnò il successo di Ollanta Humala, che poi fu sconfitto al ballottaggio dall'aprista Alan García. In quella occasione il candidato paladino dell'etnocacerismo ottenne poco più del 27%, stavolta si è fermato al 29,3% dei consensi. Al ballottaggio del 5 Giugno la sfidante sarà invece Keiko Fujimori, figlia di Alberto, il cui regime militare protrattosi tra il 1990 e il 2000 ha messo in ginocchio il paese.

Sarebbe auspicabile una sconfitta della giovane e rampante figlia di Fujimori e del suo partito Fuerza 2011, che sulle orme del padre ha già promesso la mano dura ed è nota per la sua politica conservatrice e filo-neoliberista. Il nome di Fujimori in Perù non può che essere collocato accanto alla voce violazione dei diritti umani, vedi il tristemente noto massacro dei guerriglieri tupamaros dell'Mrta all'ambasciata giapponese e i tanti casi di repressione indiscriminata contro indigeni, campesinos, sindacalisti e studenti, fatti passare dal regime come fiancheggiatori di Sendero Luminoso nella guerra dichiarata dallo Stato ai senderisti. Eppure il fenomeno Ollanta, che molta stampa ha frettolosamente definito di "sinistra", non convince del tutto. Questa collocazione politica, attribuitagli sia nel 2006 sia in questa competizione elettorale per l'appoggio del Venezuela di Chávez (e che ne ha determinato il suo inserimento di diritto nella lista dei cattivi) va presa con le molle. Humala, oggi a capo della formazione politica Gana Perú, balzò agli onori della cronaca nel 2000, quando tentò di rovesciare, senza successo, Alberto Fujimori. Arrestato e poi amnistiato aderì al cosiddetto etnocacerismo, una sorta di ideologia con elementi della tradizione india connessi ad aspetti più legati alle teorie militari sulla scia del generale Caceres, uno dei protagonisti della guerra per lo sbocco all'Oceano Pacifico che durò dal 1879 ed il 1883 e che negò l'accesso al mare alla Bolivia. La sua opposizione al Trattato di Libero Commercio con gli Stati Uniti, poi firmato dal presidente uscente Alan García, gli ha fatto conquistare consensi, anche perché il Tlc ha aperto le porte alla privatizzazione delle risorse naturali peruviane con la conseguente mobilitazione indigena per il ritiro di un pacchetto di decreti raggruppati sotto il nome di "Decreto Legislativo 1090″ ed una violenta repressione delle proteste. Humala, che pure ha cercato di presentarsi in maniera equilibrata all'elettorato ed ha affermato di ispirarsi al brasiliano Lula, forse memore delle dichiarazioni incendiarie che cinque anni prima gli erano costate la presidenza, presenta però alcuni lati poco chiari. In un'intervista del dicembre 2009 rilasciata da Roberto Espinosa (consulente legato ai movimenti indigeni) al Mininotiziario America Latina dal Basso curato dalla Fondazione Neno Zanchetta (vedi http://www.kanankil.it/) si parla di Humala come appartenente al "cosiddetto < >, che come si vede dal nome non è <> ma <>. Non è però chiaro se questo implica cambiamenti sostanziali e profondi oppure, come si è visto in altri <>, solo priorizzare gli interessi statali per migliorare le condizioni <> (risorse strategiche, tributi) sacrificando le comunità per la <> e senza cambiamenti sostanziali nel sistema neoliberista". Preoccupano, inoltre, le sue posizioni in tema di diritti civili sia per la sua ostilità alle coppie di fatto sia per una serie di dichiarazioni poco concilianti, nel corso degli anni, verso gli omosessuali. Nonostante tutto potrebbe essere il meno peggio a sedere sulla poltrona presidenziale di Lima se davvero sarà disponibile ad impegnarsi per una vera e più equa redistribuzione della ricchezza in un paese dalle forti disuguaglianze sociali. Del resto, gli altri candidati in lizza e il sottobosco che gira loro intorno non è dei migliori. Già detto di Keiko Fujimori, il cui unico obiettivo in caso di vittoria al ballottaggio sarà quello di far uscire dal carcere il padre Alberto (condannato a 25 anni per corruzione e violazione dei diritti umani) e allontanare dalla sua testa l'accusa di finanziamenti illeciti ricevuti per mantenersi gli studi negli Stati Uniti, pochi giorni prima delle elezioni è entrato a gamba tesa nell'agone elettorale anche Vargas Llosa, premio Nobel per la Letteratura che nel corso degli anni è scivolato su posizioni sempre più oltranziste e reazionarie. Con il consueto equilibrio che lo contraddistingue, ha confermato quanto espresso nel 2009: il ballottaggio tra Fujimori e Humala sarebbe come scegliere tra el sida y el cáncer. Staccati gli altri candidati, a partire dall'ex presidente Toledo, che nonostante i disastri combinati durante gli anni del suo mandato si era ripresentato con la stessa Alianza Perú Posible, capace di far nascere qualche speranza tra i peruviani solo nei primissimi mesi della sua permanenza a Lima, mentre Pablo Kuczynsky, di Alianza por el Gran Cambio, era quasi riuscito a soffiare il ballottaggio alla figlia di Fujimori, prima di fermarsi intorno al 19%.

Frattanto la corsa al 5 Giugno è già cominciata. Si riparte dalle accuse di Keiko Fujimori a Humala, ritenuto un burattino nelle mani di Chávez, anche se stavolta il presidente bolivariano ha quasi del tutto evitato intromissioni nella campagna elettorale peruviana come invece era avvenuto cinque anni prima. 

Note:

Articolo realizzato da David lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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