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La storia di una neonata morta alla frontiera con il Guatemala

Messico: l’inferno dei migranti

Il disinteresse della politica per la questione migratoria
21 aprile 2012 - David Lifodi

Yorleni Yolet aveva compiuto un anno da pochi giorni quando, il 10 Aprile scorso, è morta in un accampamento di rifugiati guatemaltechi al confine con il Messico, ennesima vittima migrante uccisa dai muri e dalle barriere innalzate dai governi centroamericani.

La piccola era nata il 29 Marzo 2011, figlia di campesinos appartenenti alla comunità di desplazados di Nueva Esperanza, nel Petén, dipartimento guatemalteco al confine con il Messico. Dopo appena cinque mesi arriva un primo violento sgombero ad opera dei militari inviati da Città del Guatemala: secondo il governo dell’allora presidente Colóm l’intera comunità di Nueva Esperanza aveva legami con il narcotraffico. Il gruppo di sfollati è costretto a trasferirsi lungo la linea di frontiera Messico-Guatemala:  Yorleni Yolet  viene registrata all’anagrafe di Tenosique (stato messicano del Tabasco), nella speranza di farle ottenere i diritti fondamentali in campo sanitario. La vita dei desplazados di frontiera non è semplice, soprattutto per i più piccoli: scarseggiano acqua e cibo, l’alloggio è precario. Il 9 Gennaio 2012 arriva ancora uno sgombero: la comunità viene di nuovo deportata, stavolta seguendo il percorso inverso, dal Messico al Guatemala, su ordine dell’Instituto Nacional de Migración. Le condizioni di Yorleni sono progressivamente peggiorate fino al 10 Aprile, quando è morta per disidratazione, febbre e diarrea mentre un’ambulanza la stava conducendo a Villahermosa (Tabasco). Infine, un ulteriore dolore è stato inflitto alla famiglia quando è stato negato ai genitori il permesso di seppellirla in Messico, in quanto “clandestina”: hanno dovuto seppellirla nel Petén. Il Movimiento Migrante Mesoamericano ha scritto che la morte di Yorleni pesa sulla coscienza di tutte le istituzioni: dal governo perredista del municipio di Tenosique, che si è disinteressato degli sfollati di Nueva Esperanza al pari dei priisti che amministrano lo stato del Tabasco, passando per il palazzo presidenziale di Los Pinos, dove il messicano Felipe Calderón (panista) prova a fare la voce grossa con gli Stati Uniti affinché non respinga i migranti messicani lasciandoli in mezzo al deserto, ma poi si disinteressa di tutti quei disperati che dall’America Centrale e dal Sudamerica cercano di raggiungere il suo paese per poi tentare l’approdo negli Usa. Sul dramma dei migranti che cercano di risalire il continente fino a giungere negli Stati Uniti a costo della vita, il 18 e 19 Aprile si è svolto il convegno “Avances y retos en materia de Derechos Humanos y Migración” presso il Senato della Repubblica messicana, che ha visto la partecipazione di attivisti appartenenti al Movimiento Migrante Mesoamericano insieme al vescovo Raúl Vera (già collaboratore di Monsignor Ruiz), impegnato per la causa dei migranti nella diocesi di Saltillo (sudest del paese), a Padre Solalinde (coordinatore della Pastoral de Movilidad Humana Pacifico Sur del Episcopado Mexicano) e direttore di un rifugio a Ixtepec, stato di Oaxaca, creato per assistere i migranti feriti o che hanno bisogno di aiuto, ed a Mauricio Farah, studioso messicano esperto delle migrazioni. Le cifre fornite da Farah sono preoccupanti: negli ultimi quattro anni sono stati sequestrati e assassinati almeno ottantamila migranti che hanno attraverso il territorio messicano. Le responsabilità di questa mattanza, che può essere definita una vera e propria crisi umanitaria, pesano sulle spalle del crimine organizzato, dei polleros e delle autorità locali. Il 1 Luglio in Messico si svolgeranno le elezioni presidenziali, ma nessuno dei candidati alla guida del paese sembra interessato a dedicare la sua fitta agenda alla tutela dei diritti dei migranti. Di certo non lo sono i due favoriti alla successione di Calderón, entrambi rappresentanti della destra. Enrique Peña Nieto, candidato del Pri (Partido Revolucionario Institucional), mira a riportare il suo partito alla presidenza dopo 71 anni di dominio ininterrotto della scena politica messicana. Denominato anche il partito-dinosauro, chiacchierato per i suoi legami (più di altre formazioni politiche) con il narcotraffico, il Pri ha sempre rappresentato la destra dura e pura: di certo non intende occuparsi seriamente della questione migratoria. Lo stesso si può dire per Josefina Vázquez Mota, del Partido Acción Nacional (Pan), la formazione conservatrice che dal 2000 è stata a Los Pinos per dodici anni consecutivi, prima con Fox e adesso con Calderón: dice di voler combattere il narcotraffico, al pari del suo predecessore, ma non sembra mostrare  alcun interesse a fare del Messico un paese accogliente per i migranti. Ci riprova Andrés Manuel López Obrador del Prd (il Partido de la Revolución Democratica, timidamente di centrosinistra), dopo lo scippo della vittoria nelle contestatissime elezioni del 2006: da lui e dall’outsider del movimento ecologista Nueva Alianza, Gabriel Quadri de La Torre, potrebbe derivare qualche attenzione in più per le drammatiche condizioni in cui sopravvivono i migranti. Sempre Farah sostiene che negli ultimi dieci anni il numero di messicani morti nel tentativo di oltrepassare la frontiera sud degli Stati Uniti è passato da 134 ad oltre 400 ogni anno. Inoltre, la Ley de Migración, approvata nel Maggio 2011, che garantiva l’impegno del Messico per una politica migratoria rispettosa dei diritti umani, è rimasta lettera morta per il ritardo dell’esecutivo nel redigere i regolamenti necessari affinché la legge entrasse pienamente in vigore.

Il Messico per i migranti significa inferno, ma da entrambe le zone di frontiera, quella desde abajo e quella statunitense, si è pensato esclusivamente a pratiche repressive e non inclusive.  

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore

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