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A due settimane dalle elezioni presidenziali che hanno consegnato il Messico nelle mani di Enrique Peña Nieto cresce il rifiuto della società civile verso il mandatario del Partido Revolucionario Institucional (Pri): a livello istituzionale Andrés Manuel López Obrador (popolarmente conosciuto come Amlo) ha chiesto l’annullamento della tornata elettorale, a livello di movimenti #YoSoy132 ha dato vita ad una due giorni che si concluderà oggi per ragionare sul futuro del paese indipendentemente dall’evoluzione che avrà il ricorso dei lopezobradoristas, riuniti sotto le insegne del Movimiento Progresista.

Quello che risulta chiaro è che, ancora una volta, siamo di fronte ad un golpe. Non si tratta di un colpo di stato brutale volto ad eliminare dalla politica esponenti della sinistra moderata democraticamente eletti quali Zelaya e Lugo, come avvenuto in Honduras e Paraguay. Stavolta l’oligarchia e i sostenitori dello status quo hanno utilizzato uno stratagemma ben più raffinato, quello di carpire milioni di voti alla sinistra tramite una lenta, ma inesorabile campagna mediatica durata mesi e mesi. Non si tratta, quindi, di chiedere solo l’annullamento delle elezioni ed un nuovo controllo dei voti ad un ente, l’Instituto Federal Electoral (Ife), che, tra le altre cose, vanta nel suo consiglio di amministrazione una forte maggioranza di rappresentanti priisti e panisti (l’altra destra, il Partido de Acción Nacional, uscita peraltro con le ossa rotte dalla competizione elettorale), ma di indagare a fondo su quanto abbia giocato sporco Enrique Peña Nieto. Lo hanno capito gli studenti di #YoSoy132 che, insieme al Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra (Fpdt), sono riuniti da ieri in una Convención Nacional che decida le prossime mobilitazioni a prescindere dall’attuale congiuntura politico-elettorale. Amlo fa senz’altro bene a chiedere di invalidare le elezioni poiché sono stati violati i principi di imparzialità ed equità, ma in attesa che il Tribunal Electoral del Poder Judicial si pronunci (il giudizio definitivo è atteso per il prossimo 6 Settembre), bisogna agire. López Obrador denuncia la compravendita di almeno cinque milioni di voti, ma, un altro dato che salta all’occhio, riguarda anche l’alto tasso di astensionismo. Enrique Peña Nieto si è aggiudicato il palazzo presidenziale di Los Pinos con poco più del 38% dei voti rispetto al 31% di Amlo, seguono le briciole della candidata panista Josefina Vazquez Mota. E’ anche su questo che sta riflettendo #YoSoy132, insieme al Frente de Pueblos en Defensa de la Tierra, l’organizzazione sociale che ha pagato il bilancio più alto in termini di persecuzione politica ad opera di Enrique Peña Nieto. Il 3 e 4 Maggio 2006 l’allora governatore dello stato di Messico inviò la polizia a reprimere con violenza una manifestazione dell’Fpdt contro la costruzione di un aeroporto conclusasi con un saldo di 211 detenuti e 26 donne violentate dai militari. Quello che tuttora non emerge, sui media commerciali messicani, è il furto elettorale di Enrique Peña Nieto, avvenuto tramite spese astronomiche per la sua campagna elettorale, forte dell’accordo stretto con il duopolio televisivo Televisa-Tv Azteca, che nei loro telegiornali si affannano quotidianamente a garantire la limpidezza del processo elettorale e consigliano Amlo a rassegnarsi ed a rispettare la volontà espressa dagli elettori. E così il golpe dell’oligarchia, iniziato ben prima delle elezioni del 1 Luglio, prosegue tuttora. Nemmeno un accenno all’alto astensionismo al voto nullo, al fallimento della politica economica di Calderón, il predecessore di Enrique Peña Nieto a  Los Pinos da tempo finito nel mirino dei movimenti sociali, che ne hanno contestato ampiamente le sue campagne sicuritarie, alle denunce del quotidiano inglese The Guardian e del messicano Proceso sulla guerra mediatica lanciata da tempo da Televisa per screditare Amlo anche tramite messaggi di pubblicità occulta, quelli relativi alla propaganda televisiva del Pri in cui non appariva il committente, infine silenzio totale su #YoSoy132, sorto solo pochi mesi fa per contestare la visita del neopresidente all’Università Iberoamericana di Città del Messico, una delle più esclusive del paese, ma che ha deciso di rifiutarlo costringendolo a fuggire in tutta fretta in maniera inaspettata.

L’esito uscito dalle urne messicane, peraltro ampiamente previsto, insegna due cose. La prima: in Messico, ma anche in buona parte dell’America Latina, la disputa elettorale deve essere storicamente solo tra le destre, vedi il recente caso del Guatemala, l’alternanza infinita tra blancos e colorados in Paraguay (esclusa l’effimera parentesi di Lugo), o quella tra democristiani e “socialisti” in Venezuela prima dell’avvento del movimento bolivariano. La seconda: la sinistra deve tornare a far presa sulla società ed essere meno ingenua, come è accaduto recentemente sempre in Paraguay: se non porterà la sua protesta nelle piazze, Amlo andrà incontro ad un’altra sconfitta.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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