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internet Dom Erwin Kräutler, vescovo di Xingu e presidente del Consiglio Indigenista Missionario (Cimi), ha scritto di recente che il governo brasiliano sta adottando nei confronti dei popoli indigeni la strategia del divide et impera: “si tratta di una tattica usata sistematicamente dai governi e dai gruppi economici a loro vicini per sfruttare le risorse naturali dei territori abitati dagli indios e cacciarli dai luoghi dove hanno da sempre abitato”.

Il vescovo austriaco, da sempre in prima linea a fianco dei movimenti brasiliani e delle comunità indigene impegnate a resistere contro la costruzione delle centrali idroelettriche, è una delle voci che ha sempre denunciato le contraddizioni dell’attuale governo brasiliano, ma anche in Italia alla favola del Planalto vicino all’opzione india e popolare sembrano ormai credere in pochi. È per questo che in occasione della visita del presidente del Senato brasiliano Jorge Viana a Reggio Emilia, avvenuta oggi, è stato consegnato alla sua delegazione un documento che chiede chiarezza in merito alla demarcazione delle terre indigene e che ha ricevuto, in pochissimo tempo, oltre cento adesioni. “Presentiamo un documento a sostegno dei popoli indigeni del Brasile che in questo drammatico momento vedono apertamente minacciati i loro territori e addirittura, in alcuni casi, la sopravvivenza della loro stessa presenza fisica e culturale… . Quale stupore desta in noi che proprio il governo che ci ha fatto tanto sperare, per il rispetto di queste leggi e di tutto quello che concerne la difesa dei popoli indigeni, sia attualmente promotore di una regressione”, scrivono i promotori del documento consegnato a Jorge Viana. Del resto, è difficile non accorgersi dell’evidenza con la quale il governo, probabilmente anche sotto la pressione dell’influente bancada ruralista, trasversale agli schieramenti politici, stia cercando di destabilizzare i popoli indigeni. Secondo César Buzatto, segretario del Cimi, almeno venti processi di demarcazione sono fermi sul tavolo del ministro della giustizia José Eduardo Cardoso in attesa della sua firma. Il decreto 1775/96 stabilisce un termine di trenta giorni per la ratifica della demarcazione, ma è stato sempre disatteso, al pari dell’omologazione che dovrebbe essere concessa dalla presidenta Dilma Rousseff. Il Planalto dà l’impressione di non avere a cuore il problema, o comunque di non considerarlo una priorità, ma getta fumo negli occhi promuovendo diversi tavoli di negoziato che non riguardano la demarcazione delle terre nel loro insieme, quanto piuttosto solo casi singoli, in modo tale da creare divergenze tra le diverse comunità indigene o anche all’interno della stessa, come si è tentato di fare con i Munduruku in merito alla costruzione del Complexo Hidroelétrico de Tapajós. Un altro episodio simile è stato denunciato dall’Articulaçäo dos Povos Indígenas do Brasil (Apib), secondo la quale il governo avrebbe offerto dei terreni ad alcune comunità in cambio della possibilità di sfruttare le risorse naturali dei territori dove abitano attualmente, guardandosi bene, però, dal riconoscere alle organizzazioni indigene i diritti civili, sociali e culturali che spetterebbero loro. Inoltre, denuncia ancora il Cimi, i tavoli di negoziato servono per dissuadere gli indigeni dal promuovere azioni legali per farsi tutelare dalla giustizia in merito alla demarcazione delle terre. Gli interlocutori del Planalto, inviati a trattare con le comunità, sostengono sempre che “si tratta di una decisione del governo”, sia che si parli della costruzione delle dighe, dell’estrazione mineraria o della mancata demarcazione dei territori indigeni. Più in generale, il Planalto sembra assai balbettante, per non dire connivente (almeno sotto certi aspetti) di fronte all’iniziativa dei ruralistas. In un incontro molto chiacchierato che avrebbe dovuto svolgersi nel Mato Grosso do Sul tra Lula e gli imprenditori, questi ultimi hanno disertato la riunione in segno di protesta, sostenendo che l’ex presidente avrebbe dovuto preoccuparsi di risolvere “l’imbroglio indigeno che destabilizza il paese, prima di chiedere il voto per Dilma Rousseff in vista delle prossime elezioni presidenziali”. Da questo episodio si traggono almeno due conclusioni. La prima, scontata, sta nella richiesta al governo di utilizzare la mano dura nei confronti delle comunità indigene da parte degli imprenditori legati all’agrobusiness, la seconda, assai più grave, fa emergere il tentativo di stabilire un dialogo tra il governo e i settori più radicali dell’agronegozio allo scopo di ottenere un riconoscimento politico e quindi voti. Per quanto possa far male ammetterlo, tutto ciò conferma quanto già espresso in più di un’occasione da Dom Erwin Kräutler, uno dei sacerdoti più odiati dalla borghesia paraense e sotto la minaccia continua dei pistoleiros: “Il Pt ha tradito, Lula e Dilma hanno messo su una sorta di dittatura civile, ed entrambi passeranno alla storia come coloro che hanno distrutto l’Amazzonia ed inferto un colpo durissimo ai popoli indigeni”.   Del resto, anche i futuri scenari per le presidenziali 2014 non sono rassicuranti, soprattutto perché buona parte della sfida elettorale tra la petista Dilma Rousseff, che si ricandiderà al Planalto, e il probabile competitor, Eduardo Campos, governatore del Partido Socialista Brasiliano (Psb), sarà giocata soprattutto sull’agronegozio. In un’intervista rilasciata all’Economist, la rivista considerata come la Bibbia del libero mercato, Campos ha dichiarato che il paese necessita di una politica macroeconomica chiara, incentrata su quell’agrobusiness che sembra essere accettato anche da Marina Silva, e questo è il fatto più preoccupante. L’ex senatrice, già ministra sotto l’ultimo mandato Lula e uscita dal suo esecutivo per divergenze incolmabili proprio sulle tematiche ambientali, è passata da qualche mese a destra nelle file del Partito Socialista (non inganni il nome). Nelle ultime elezioni presidenziali si era candidata per il Planalto con il Partido Verde sfruttando la scarsa connotazione ideologica di quel partito e raccogliendo voti anche a destra da coloro che volevano impedire la vittoria di Dilma Rousseff. Se le differenze con la presidenta in merito all’agronegozio e alla tutela ambientale rappresentavano un merito per l’ex compagna di lotte di Chico Mendes, tanto da suscitare una certa simpatia anche a sinistra per la sua intransigenza rispetto all’estabilishment petista, il ticket Campos-Marina Silva solleva molte perplessità. L’attuale governatore del Pernambuco sostiene che ci sono delle divergenze sull’agronegozio, ma non si capisce in che modo la Rede Sustentabilidade dell’ex senatrice possa dialogare con Campos, anche se una recente dichiarazione del governatore, “entrambi vogliamo vincere”, parrebbe aprire scenari preoccupanti per le comunità indigene e contadine. In questo scenario paradossale, chi continua a diffidare di Marina Silva per il suo passato nell’ambientalismo militante è la bancada ruralista: l’Associação Brasileira do Agronegócio pretende infatti una linea ancora più intransigente dall’ex senatrice e da Eduardo Campos.

In occasione delle prossime presidenziali la questione indigena, insieme a quella agraria, rischia di sparire dalla scena politica, o forse, purtroppo, non è mai stata realmente presa in considerazione.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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