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Un minuto dopo che era giunta l’ufficialità della conquista della Casa Bianca da parte di Trump, è arrivato il significativo commento dell’ex presidente dell’Uruguay Pepe Mujica. “Aiuto”, ha esclamato l’ex tupamaro, ma il pensiero è andato subito ai migranti provenienti dall’America latina e dall’America centrale, soprattutto in virtù dell’esacerbato nazionalismo e del razzismo dichiarato del tycoon miliardario nei confronti degli indocumentados e non solo. Tuttavia, sarebbe sbagliato pensare che una presidenza di Hillary Clinton sarebbe stata migliore: golpista non pentita (vedi il suo coinvolgimento nei colpi di stato in Honduras, Paraguay e Brasile, per non parlare del suo ruolo di primo piano nella costante destabilizzazione del Venezuela), la donna si sarebbe adoperata al pari di Trump per mantenere il continente latinoamericano subordinato agli interessi degli yankees.

La costruzione del muro al confine con il Messico, che peraltro sarà fatto pagare interamente a Los Pinos, farà la gioia dei minutemen che pattugliano la frontiera e hanno sostenuto Trump fin dalla prima ora, ma il sostegno dichiarato alla Clinton da parte di molte presidenze di destra in America latina (con le sole eccezioni del brasiliano Temer e dell’argentino Macri, pur con le perplessità dei loro ministri dell’Economia), fa capire come la scelta tra Hillary e Donald fosse tra “il male e il peggio”, per dirla con il teologo della liberazione brasiliano Leonardo Boff. Del resto le politiche estrattiviste e la riforma energetica del Messico sono state supervisionate da Hillary Clinton in persona, per la gioia di Enrique Peña Nieto, che non a caso sosteneva la candidata democratica e vedeva di buon occhio, al pari di altri, la sua strategia legata ai cosiddetti golpes blandos.  Inoltre, dal punto di vista messicano, va sottolineata l’opposizione al muro esclusivamente strumentale da parte dello stesso Peña Nieto, che non è in alcun modo interessato alle sofferenze dei migranti, ma esclusivamente focalizzato a scongiurare il pagamento dei paventati cento milioni di dollari minacciati più volte da Trump. Peña Nieto, da parte sua, non avrebbe alcun problema ad innalzare un muro per evitare il transito nel paese dei migranti provenienti da Honduras, El Salvador e Guatemala, non a caso è nota la ferocia della polizia migratoria messicana, peraltro conosciuta anche per la sua estrema facilità ad essere corrotta e per fare affari con i cartelli della droga. Fin dalla campagna elettorale era evidente che né Hillary Clinton né Trump avrebbero abbandonato la strada di una politica imperiale verso l’America latina. Entrambi non si sarebbero distaccati da quelle politiche neoliberiste che rendono precaria la vita di milioni e milioni di latinoamericani per alcun motivo al mondo e avrebbero represso qualsiasi protesta sociale a vantaggio delle destre. Paradossalmente, molte presidenze di destra latinoamericane guardano con terrore all’isolazionismo di Trump, se confermato, perché manderebbe in fumo quei trattati di libero commercio da cui sono derivate buona parte delle fortune per le oligarchie locali e le multinazionali, in gran parte stipulati sotto le amministrazioni Usa a guida democratica. Se è vero che in campagna elettorale l’America latina è rimasta sullo sfondo, aldilà delle sparate razziste del tycoon contro i migranti, la guerra senza quartiere contro gli indocumentados e, più in generale, contro i latinos, potrebbe avere effetti disastrosi per tutta l’America latina, che ogni anno riceve almeno 65 milioni di dollari dalle rimesse inviate dagli immigrati risiedenti negli Stati Uniti. Ad esempio, le rimesse provenienti dai tre milioni di migranti guatemaltechi che vivono negli Usa alle loro famiglie rappresentano uno dei pilastri dell’economia del paese centroamericano.

In ogni caso, sotto la presidenza Trump il futuro dell’America latina resta incerto proprio perché non c’è una politica chiara nella sua agenda. Ad esempio, per quanto riguarda i rapporti tra Cuba e Stati uniti, che sotto la presidenza Obama sono stati caratterizzati da una storica quanto ambigua, sotto certi aspetti, normalizzazione, con Trump rischiano di tornare molto freddi, almeno a detta di molti analisti politici, ma nessuno fa notare che, nonostante il bloqueo sia ancora in vigore, Trump è stato tra coloro che lo hanno violato. In piena campagna elettorale, per quanto l’argomento sia passato inosservato rispetto ad altri temi caldi della contesa elettorale, la rivista Newsweek ha scritto che i vertici di un’impresa controllata da Trump si sono recati nell’isola con circa 68mila dollari in un momento in cui per gli statunitensi era proibito senza l’approvazione del governo a stelle e strisce. Di certo c’è che Trump si è impegnato a sostenere l’opposizione anti-Maduro in Venezuela e, più in generale, a mettere il più possibile i bastoni tra le ruote alle esperienze progressiste presenti nel continente, ma non è che sotto Hillary Clinton le prospettive sarebbero state diverse. Anzi, proprio la presidenza di Obama, che sembrava rappresentare una speranza per l’America latina, paradossalmente passerà alla storia per il sostegno dei Democratici ai peggiori figuri del continente e alle loro trame golpiste, da Macri a Temer passando per l’oligarchia reazionaria di Honduras e Paraguay, che ha ottimi motivi per essere grata all’inquilino della Casa Bianca, adoperatosi soltanto per mantenere lo status quo.

In definitiva, la presidenza Trump sarà all’insegna della continuità per quanto riguarda i rapporti tra Stati uniti e America latina, caratterizzati esclusivamente da una politica Usa improntata alla sottomissione dell’America di sotto, ma il problema è che potrebbe essere ancora peggiore delle precedenti.

Note:

Articolo realizzato da David Lifodi per www.peacelink.it
Il testo è liberamente utilizzabile a scopi non commerciali citando la fonte e l'autore.

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