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Colombia: l'autogol delle Farc

I guerriglieri uccidono decine di contadini cocaleros, sconcertando i settori progressisti
22 giugno 2004 - Guido Piccoli
Fonte: Il Manifesto


All'alba di martedì scorso sulle montagne di La Gabarra, nel dipartimento nord-occidentale di Santander, a pochi chilometri dal confine venezuelano, non è avvenuto nessun conflitto a fuoco. Da una parte si è sparato a bruciapelo contro uomini legati e fatti stendere a faccia in giù. Dall'altra si è potuto solo morire. Esecuzione, massacro? No, secondo un articolo intitolato «Lacrime di coccodrillo», apparso sul sito dell'agenza di notizie «Nuova Colombia» (www.anncol.org), si tratterebbe di una normale «incursione armata» contro un gruppo di «narcoparamilitari». Definiti anche «cani da guerra», sebbene avessero, accanto all'amaca dove sono stati sorpresi nel sonno, nient'altro che machete, utili a combattere solo la guerra contro la fame. Le 34 vittime della fattoria «Las aguilas de Riochiquito» erano contadini originari di varie regioni del paese, arrivati in zona per abbattere qualche ettaro di foresta e preparare il terreno per la semina delle piante di coca. Lavorando 12 ore al giorno per un salario equivalente a 6 euro. «Abbiamo implorato di non ammazzarci, dicendo che lavoravamo per dar da mangiare alle nostre famiglie, ma non è servito», ha dichiarato ai giornali uno degli unici due sopravvissuti alla strage riuscito, dopo essersi finto morto, a farsi scudo con i cadaveri dei compagni.

Una manna per Uribe

Con l'articolo dell'agenzia «Nuova Colombia», da sempre vicina alle Farc, la guerriglia ha rivendicato il massacro. Unica colpa dei cosiddetti «raspachines» è stata l'assunzione temporanea da parte di un emissario del Bloque Norte delle Autodefensas Unidas colombiane (Auc), che hanno il controllo di buona parte di una zona che, con i suoi 50mila ettari di coltivazioni di coca, produce quasi un terzo della droga colombiana e fa entrare nelle casse dei boss paramilitari circa 5 milioni di dollari al mese. La regione de La Gabarra, ricca anche di giacimenti d'oro e ritenuta un corridoio strategico per ogni commercio più o meno legale col Venezuela, era fino a pochi anni fa la roccaforte dell'Esercito di liberazione nazionale (Eln), che vi si era insediato ed era cresciuto anche grazie alla «tassazione» delle imprese coinvolte nella costruzione e gestione del più grande oleodotto del paese, Caño Limón ¡Coveñas. Quel dominio entrò in crisi, alla fine degli anni `90, a causa di un'azione coordinata di militari e paramilitari, caratterizzata da bombardamenti indiscriminati (attuati nel corso di un'operazione chiamata significativamente «Olocausto»), omicidi mirati di sindacalisti e leaders comunitari e massacri di contadini, del tutto simili a quello di martedi scorso. Per una delle più efferate stragi realizzata proprio a La Gabarra, tra il 20 e il 22 agosto 1999, con un saldo di una quarantina di vittime (accusate allora di «lavorare per la guerriglia»), sono implicati alcuni alti ufficiali della brigata operante nella regione. Da allora, l'Eln fu costretto a ripiegare sulle montagne, lasciando ai paras il controllo della gran parte dei centri urbani e delle campagne che i nuovi «padroni» trasformarono rapidamente in immensi campi di coca, per sostituire quelle coltivazioni distrutte dalle fumigazioni aeree realizzate, secondo il Plan Colombia, nelle regioni meridionali amazzoniche del Putumayo e Caquetà. Gli uomini delle Auc fecero anche altro. Svilupparono il contrabbando della benzina con il vicino Venezuela, dando vita ad una potente «mafia della gasolina». Sottomisero i piccoli minatori locali, realizzando il progetto del governo Uribe di smantellare l'industria estrattiva nazionale e di assegnare tutti i giacimenti alle multinazionali statunitensi.

Adesso però nell'intera regione, a partire dal Catatumbo, sembra arrivato il momento delle Farc. Dopo avere radunato vari fronti, richiamandone alcuni dalla zona caraibica e convogliando in zona altre «unità mobili», l'organizzazione di Tirofijo appare intenzionata a sloggiare i paramilitari, distratti da un processo di legalizzazione offerto da un presidente a loro affine come Alvaro Uribe. Lo fa però utilizzando una modalità simile a quella del nemico. Se il massacro de La Gabarra ha sconcertato i settori progressisti (il deputato più radicale del Polo Democratico, l'ex sindacalista Wilson Borja, sopravvissuto tre anni fa ad un attentato realizzato da militari in servizio e paramilitari, ha detto che «non si può capire come la guerra del narcotraffico possa colpire i raccoglitori di coca, che sono semplici e poveri contadini»), è stata una manna per Uribe e tutta la stampa governativa. «Siamo tornati ai massacri del passato», hanno titolato vari giornali, dimentichi che le Auc, responsabili delle più tremende carneficine, stanno per essere premiate da Uribe attraverso una farsa di pacificazione, che prevede per loro libertà, impunità e l'assegnazione legale delle migliori terre della Colombia, strappate a milioni di sfollati. E, ultima notizia, un salvacondotto per accogliere il 7 luglio prossimo i due maggiori capi paramilitari, Salvatore Mancuso e Don Berna, nell'emiciclo del Congresso a decantare la loro «guerra sporca».

All'assalto di Amnesty

Ma chi ha più approfittato della strage di La Gabarra è stato Alvaro Uribe, che si è scagliato soprattutto contro Amnesty International, colpevole secondo lui di non avere emesso subito alcun comunicato al riguardo, e accusata di essere un'organizzazione «trafficante dei diritti umani», in combutta con i terroristi e dedita a denigrare, soprattutto in Europa, il governo di Bogotà. La risposta da Londra non si è fatta attendere. Dopo aver ribadito di essere sempre dalla parte delle vittime, Amnesty ha affermato di non poter dire lo stesso per un governo che disattende le raccomandazioni in materia di diritti umani dell'Onu e garantisce l'impunità ai protagonisti del conflitto armato. Il responsabile per la Colombia di AI, Peter Drury, ha rincarato la dose chiedendo come mai il governo inviti l'organizzazione umanitaria ad esprimersi solo per i massacri attributi alla guerriglia e non per quelli realizzati dai paramilitari o dai militari. La foga e il nervosismo di Uribe, stranamente criticato anche dal Dipartimento di stato Usa che ha elogiato «la serietà» del lavoro di Amnesty in Colombia, sono causati dal palese fallimento della sua politica di «sicurezza democratica», che non ha affatto indebolito la macchina bellica della guerriglia. Ma anche dall'emergere di sue precise responsabilità nell'azione paramilitare. Tre giorni fa, il generale Jaime Humberto Uscátegui, accusato di avere coperto il massacro di Mapiripán, ha affermato che le autorità della regione di Antiochia fossero a conoscenza della partenza proprio da quella regione, del gruppo dei paramilitari che lo perpetrarono. Era il 1997. E il governatore di Antiochia era proprio lui, Alvaro Uribe Veléz.

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