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Le reti da posta derivanti per la cattura del pesce spada, bandite da un regolamento comunitario (CE n. 1239/98), riaffiorano dalle acque del Mediterraneo.

Il ritorno delle spadare

1 maggio 2005 - Giovanna Dall'Ongaro

spadare Si torna a parlare di spadare. Le reti da posta derivanti per la cattura del pesce spada, bandite da un regolamento comunitario (CE n. 1239/98), riaffiorano dalle acque del Mediterraneo. Anzi, in realtà, non sono mai sparite. E dal 2002, anno a partire dal quale la normativa europea ne vietava l'uso e la detenzione, continuano a causare la morte di delfini, capodogli, tartarughe e uccelli marini. È quanto sostiene l'associazione Animalisti Italiani che, in accordo con il Gruppo Verde alla Camera, ha presentato all'Unione Europea un dossier di denuncia sulle ripetute violazioni del regolamento in questione.

In meno di un anno di controlli (da luglio 2004 a oggi), secondo i dati forniti dal Comando Generale delle Capitanerie di Porto, sono stati sequestrati quasi 30 chilometri di reti illegali su imbarcazioni italiane. Individuare i colpevoli però non è impresa facile, soprattutto quando mancano certezze sul reato da contestare. Un'ambiguità dovuta ai vari provvedimenti ministeriali che, concessione dopo concessione, hanno in sostanza riammesso in Italia un'attività di pesca bandita in Europa. L'ultima iniziativa in questo senso è un decreto del Ministero delle Politiche Agricole, emanato pochi giorni fa, che regolamenta l'uso delle reti da posta nelle isole minori, aumentando l'altezza delle reti da posta da 4 a 20 metri rendendole così per tutto simili alle spadare. Scontata la condanna delle associazioni animaliste.

E i dati scientifici sembrano dare loro ragione. "Le specie accessorie catturate con le spadare sono in misura dell'80 per cento", dice Ilaria Ferri, direttore settori cattività e ambiente marino degli Animalisti Italiani, "come riportano le ricerche dell'International Whaling Commission presentate fin dal 1990. E dal 1999 al 2004 i cetacei morti per colpa di queste micidiali reti sono in totale 50.000; 8.000 all'anno sarebbero stati catturati da pescherecci italiani".

Ma come è fatta una spadara? Cosa la rende così pericolosa? "La spadare è una rete pelagica derivante, che serve per la cattura del pesce spada", spiega il Tenente di Vascello Fabio Rivalta. "Si distingue dalle reti da posta fisse perché non è ancorata sul fondo del mare, ma viene abbandonata all'azione dei venti e delle correnti. La rete così assume un assetto a 'S' che favorisce la cattura dell'animale per avvolgimento". Prima del bando definitivo l'Unione Europea, all'inizio degli anni Novanta, aveva stabilito la misura massima consentita per le reti derivanti (di 2,5 chilometri di lunghezza, 20 metri di altezza, con maglie larghe non più di 40 centimetri) e stanziato ingenti sussidi finanziari per i pescatori intenzionati a riconvertire la loro attività.

"In Italia però", dice Ilaria Ferri, "si sono continuate a usare reti di lunghezza assai superiore, fino a 18-20 chilometri, provocando danni gravissimi alla fauna del Mediterraneo". Tanto da allarmare l'IWC (International Whaling Commission) che in più occasioni (l'ultima a Sorrento nel luglio 2004) ha messo in guardia sui rischi del bycatch (cattura accidentale) per la sopravvivenza di alcune specie tipiche dei nostri mari, come la stenella striata e il capodoglio. E gli studi dell'Istituto centrale per la ricerca scientifica e tecnologica applicata al mare sugli spiaggiamenti dal 1986 al 2002, giustificano queste preoccupazioni. "Il 56 per cento dei capodogli spiaggiati in quegli anni è stato vittima di catture accidentali", spiega Giancarlo Lauriano ricercatore dell'Icram. "E l'andamento stagionale degli episodi registrati non lascia dubbi sulla loro causa. Infatti gli spiaggiamenti aumentavano considerevolmente durante la stagione della pesca". Spadare

Questo fino al 2002. E dopo è cambiato qualcosa? In Italia non molto. Ecco perché: il Regolamento CE n. 1239/ 98 che prevedeva, a partire dal 2002, il bando definitivo di tutte le reti derivanti, ammettendo in alternativa l'utilizzo delle cosiddette "ferrettare", lunghe circa 2 chilometri, con maglie di 100 millimetri, utilizzabili solo entro 3 miglia dalla costa ed esclusivamente per la cattura di alcune specie (acciuga, sardina, alaccia, boga, salpa, sgombro e ricciola), è stato più volte rimodellato da vari decreti ministeriali, su richiesta dei pescatori. "Ci troviamo in una situazione paradossale", afferma Valentina Stefutti, avvocato esperta di diritto dell'ambiente, "perché i Regolamenti comunitari sono fonte ultraprimaria di diritto e perciò destinati a prevalere su una norma contrastante di diritto interno. Una legge di questo tipo può essere disapplicata immediatamente da parte del giudice senza dover attendere la dichiarazione di incostituzionalità".
Stiamo parlando del Decreto del 27 marzo 2003 del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali e di una successiva circolare che autorizza tutte le imbarcazioni riconvertite all'uso delle ferrettare a poter avere a bordo e utilizzare attrezzi da posta, ossia "reti calate verticalmente per delimitare spazi acquei e provvedere alla cattura 'per imbrocco'". "Appare del tutto evidente che attraverso un artificio legislativo si cerchi di aggirare i divieti del Regolamento europeo, rendendo sostanzialmente lecita l'utilizzazione delle reti derivanti" conclude l'avvocato Stefutti. E il tentativo, come abbiamo visto, continua a ripetersi.

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