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Che razza di città sarebbe Roma senza le sue folcloristiche botticelle?

Veltroni mette in mutande pure i cavalli

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botticella Che razza di città sarebbe Roma senza le sue folcloristiche botticelle? Sarebbe Roma con qualche punto di civiltà in più. Andiamo con ordine perché non tutti sono stati a Roma e anche chi c’è stato non è detto che sappia cosa sono le botticelle. Sono le carrozze turistiche, quelle che stazionano al Colosseo, in Piazza del Pantheon, in Piazza di Spagna e negli altri punti strategici del centro, in attesa che sorridenti giapponesi e nerboruti vichinghi vi salgano per il tour della città Eterna. In “Nestore, l’ultima corsa” Sordi ha immortalato la figura di Gaetano, vecchio vetturino a fine carriera, che cerca di salvare il suo cavallo dal mattatoio. Un esempio di rispetto verso il cavallo, senza il quale l’uomo sarebbe ancora con la clava in mano. E per tributargli il massimo rispetto il sindaco di Roma Veltroni e l’assessore alla mobilità Calamante a cosa hanno pensato? Ad applicare le mutande dei botticellari, perché i commercianti si lamentano per l’odore che le scibale emanano soprattutto quando fa caldo.

E così la coppia Veltroni Calamante ha escogitato un’ingegnosa soluzione per salvaguardare una “storica tradizione tanto cara ai turisti e ai romani” affermano i due amministratori e, allo stesso tempo “portare avanti l’impegno del Campidoglio per un maggior decoro della città”.

Da ieri dunque è in vigore, tra l’amministrazione romana e il sindacato dei vetturini, l’accordo che soddisfa tutti. Meno i cavalli. Loro, non avendo diritto di voto, continueranno a trainare le folcloristiche botticelle con 40 gradi all’ombra, sull’asfalto e sui sampietrini, nel traffico caotico e nauseabondo della capitale, orgogliosi di rinnovare, nel turista, l’emozione di sentirsi sulla boga di Messala. Bernard Shaw diceva che “nel nome delle tradizioni si commettono i crimini più atroci”. Ogni estate dobbiamo assistere al penoso spettacolo della tal sagra paesana dove qualche imbecille di amministratore, per rinnovare i fasti della tradizione locale, tira fuori oche, maiali, rane o asini da sottoporre a salti e corse, tra gli sberleffi di un popolino capace solo di ridere dell’altrui debolezza.

Così i vecchi ronzini romani avranno le loro mutande, per il decoro cittadino. Con il caldo che fa è già abbastanza pesante la botticella, che aumenta di due quintali quando marito e moglie gonfi di Frascati e birra ci salgono sopra sonnacchiosi. Adesso si aggiunge il peso dei mutandoni, un contenitore con sacche di plastica che si attacca alla carrozza. Ma il decoro cittadino è salvo. Ah,vecchio Nestore, pensa se ti mettevano a riposare in un prato all’ombra con della buona biada e riconvertivano cinquanta (mica un milione) vetturini a qualche mestiere che rinnovasse i fasti di Roma, che so fare il gladiatore (per finta) al Colosseo. Pensa che fregatura il progetto del comune che porta il tuo nome e che il vecchio Albertone aveva tanto spinto. Eccolo qui dove è finito: mutandoni, caldo asfissiante, qualche frustata e sampietrini sotto gli zoccoli.
Nestore e gli altri ringraziano l’amministrazione per avergli dato l’opportunità di rinnovare le antiche tradizioni romane.

Ringraziano Alberatone che si è battuto per il loro diritto a non diventare bistecche. Peccato che da lassù faccia fatica a vedere i mutandoni. Forse, questa volta, anche Albertone non avrebbe sorriso.

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