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Senza diritti nell'inferno iracheno

Falluja, Mosul, Bassora: il cosiddetto dopoguerra genera una violenza cieca che colpisce i civili. Massacri, detenzioni arbitrarie, sequestri e torture. E le donne sono al centro del mirino in un paese senza legge. Parlano gli esponenti della società civile, che ora cercano faticosamente di rialzare la testa
Giuliana Sgrena
Fonte: Il Manifesto, 11 settembre 2005

Trent'anni di dittatura e due anni di guerra hanno messo a dura prova la società civile irachena. Subito dopo la caduta di Saddam un'ondata di iniziative basate sulla speranza o l'illusione di una riconquistata libertà aveva portato in Iraq al fiorire di organizzazioni non governative che testimoniavano della vitalità di una società a lungo repressa e privata dei beni di prima necessità - non solo materiali ma anche culturali - dalle guerre e da tredici anni di embargo. Sullo slancio della solidarietà umanitaria erano arrivate anche molte ong straniere, ma la primavera di Baghdad è durata poco. Gli effetti della guerra non hanno risparmiato nessuno. Soprattutto i civili e anche le loro associazioni. In particolare quelle impegnate sui diritti umani. Che in Iraq non sono mai stati rispettati, né sotto Saddam, né ora. Vita difficile dunque anche per i cinque rappresentanti di ong per i diritti umani irachene invitati in Italia dal «Ponte per..» - in occasione della Marcia Perugia-Assisi - per illustrare il progetto «Diritti dentro» che ha come obiettivo il miglioramento delle condizioni di detenzione e il rispetto della legalità internazionale. A partire, come ha spiegato Ismail Daud, di «al Mesalla Centre of human resources and development», da un monitoraggio della situazione nelle carceri, training, scambi di esperienze, lobbying sui decision makers. Il progetto realizzato dal Ponte per... in collaborazione con Amnesty International, Antigone, Ora d'aria, Libera e Giuristi democratici, è sostenuto anche dal manifesto attraverso una quota degli abbonamenti.

Un quadro a tinte fosche quello della realtà irachena illustrata dai rappresentanti iracheni. Cominciando proprio dalle carceri, dove le torture sono all'ordine del giorno. Tornano in mente le immagini raccapriccianti di Abu Ghraib. Ma non è solo Abu Ghraib, ora sono gli iracheni, addestrati da americani ed europei, a torturare altri iracheni, sostiene Ismail Daud.

La polizia in Iraq recluta soprattutto tra gli sciiti del sud, mentre sono i peshmerga kurdi a costituire l'ossatura della Guardia nazionale. I sunniti scontano il fatto di essere stati la comunità privilegiata da Saddam e, alcuni di loro, di aver commesso i massacri del suo regime, ma a pagare sono tutti e quindi restano generalmente esclusi. Nei posti di blocco costituiti all'uscita della città multietnica - abitata da arabi, kurdi, turcomanni, caldei, yazidi - di Mosul, se parli kurdo passi, se parli arabo ti bloccano, ti perquisiscono minuziosamente, racconta Abdalrahman Tahan della Human rights organization di Mosul. Se poi ti arrestano vai a finire in un carcere del Kurdistan (a Zakho, Arbil o Akra), senza che i famigliari ne sappiano più nulla per mesi e poi, magari, il corpo viene trovano in una fossa con tutti i segni delle peggiori torture. Ventidue cadaveri sono stati ritrovati di recente da una associazione islamica. Non esiste nessuna autorità riconosciuta: un giudice aveva ordinato la scarcerazione di 300 detenuti di Mosul, ma la polizia si è rifiutata, riferisce sempre Abdalrahman. A sparare contro i civili sono gli americani, ma anche le forze di sicurezza irachene, le vittime si contano a due o tre al giorno, solo nel capoluogo della provincia di Niniveh.

E poi ci sono anche le vittime dei gruppi sunniti radicali (armati), almeno sette a Mosul. Tutti coloro che lavorano per le strutture statali sono considerati «traditori» e minacciati: soprattutto funzionari, professori e medici, molti se ne sono andati con un conseguente deterioramento del settore sanitario. Sono rimasti solo medici inesperti. Ma le principali vittime sono le donne: non escono più di casa per paura di essere rapite, stuprate, uccise, racconta Najla Flaik dell'Iraqi national association for human rights di Mosul. Vittime sono giornaliste - una speaker della televisione è stata decapitata -, insegnanti - la direttrice del dipartimento di legge dell'università di Mosul, Leila Abdallah, e il marito sono stati assassinati e buttati per strada -, parrucchiere, ma anche le bambine che i genitori, per paura, hanno costretto a lasciare la scuola. Il velo è obbligatorio per tutte le donne, anche le cristiane, i diktat dei fondamentalisti vengono diffusi con volantini appesi alle porte delle scuole e delle università e, a volte, te li fanno passare anche sotto la porta delle aule. Non solo. Una donna ora per ottenere il passaporto deve essere accompagnata da un uomo, così come per attraversare la frontiera - via terra - con i paesi vicini. Nessuna legge lo stabilisce ma è la pratica in uso.

L'Iraq è un paese senza legge. E sono i partiti e le loro milizie a spadroneggiare. Le truppe usa e il governo si preoccupano solo di proteggere se stessi. Il problema della sicurezza resta la priorità anche a Falluja, la città distrutta dagli attacchi americani nel novembre 2004. Il 90% della popolazione è rientrata, sotto strettissimi controlli, anche se molti non hanno ancora potuto ricostruire la propria casa. Dei 500 milioni di dollari necessari per i risarcimenti, secondo le valutazioni di una apposita commissione, ne sono stati stanziati solo 100 dal governo Allawi (prima delle elezioni) e distribuiti 50. Poi più nulla. Il controllo della città sfugge alle truppe Usa coadiuvate dalle milizie al Badr (sciite, addestrate dai guardiani della rivoluzione iraniana quando lo Sciiri - Consiglio supremo per la rivoluzione islamica in Iraq - era ospite di Tehran) e dai Peshmerga kurdi. Che sono ostili alla popolazione. «Non è possibile controllare la città senza il coinvolgimento della popolazione locale», sostiene Mohammed Abdullah del Centro studi per i diritti e la democrazia di Falluja. Alla fine il responsabile della sicurezza, il gen. Mahdi, ha accettato che un 20% della polizia sia costituita da fallujani che dispongono però solo di manganelli, mentre gli altri poliziotti sono armati. La situazione della cittadina più bersagliata dalle truppe americane è drammatica, non solo per le distruzioni. Non c'è lavoro, cominciano a diffondersi malattie per l'inquinamento dell'acqua e si cominciano a vedere gli effetti dei bombardamenti: molti bambini nascono deformi. Non a caso: durante gli attacchi i soldati americani giravano con delle mascherine e molti corpi delle vittime, prima di essere sepolti in fosse comuni, sono stati cosparsi di un liquido, probabilmente per cancellare le tracce delle armi usate, sostiene Mohammed Abdallah. Che racconta anche: quando la popolazione è rientrata a Falluja non poteva bere l'acqua e mangiare il cibo del posto. Gli americani avevano raccomandato di usare solo gli alimenti da loro distribuiti. Ma molti degli effetti degli ultimi bombardamenti si vedranno in seguito. In questa situazione la gente è disperata e fa sempre più ricorso alla «droga» (alcune sono blande vendute in farmacia) per dimenticare. Naturalmente a Falluja ci sono sempre anche i gruppi armati che non attaccano solo truppe Usa ma che colpiscono i negozi di droghe, quelli che vendono cd: la musica è proibita. L'alcol nella conservatrice Falluja non si è mai venduto pubblicamente. I negozi di alcolici invece c'erano a Bassora, ma ora non ci sono più. Tredici sono i cristiani uccisi, perché vendevano alcol, racconta Yasser J. Qassim, giornalista e militante di al Mesalla a Bassora. Dove la situazione è altrettanto drammatica anche se le notizie che ci arrivano sono scarse. La seconda città del paese, molto ricca, di petrolio (qui si estrae il 60% della produzione nazionale), è al centro di una lotta per il potere. Che non risparmia la popolazione civile e la violazione dei diritti umani da parte delle milizie religiose è all'ordine del giorno. Gli occupanti non intervengono, «non fa parte del processo politico» e il governo è in combutta con i contendenti.

I maggiori responsabili della violenza che sconvolge Bassora è il Jaish al Mahdi, la milizia del leader radicale sciita Muqtada al Sadr, che controlla la città amministrata da una scissione del suo gruppo, Fathela, che appoggia il governo. Muqtada ha messo le mani anche sul petrolio di Bassora, si tratta di un controllo politico esercitato attraverso il sindacato - Union of oil workers. L'esercito di al Mahdi ha anche una propria prigione, a Tuwesa, dove vengono puniti coloro che si oppongono alla sua politica e alla sua ideologia. Le violazioni sono praticate da coloro che la mattina vestono la divisa da poliziotto e la sera quella del Jaish al Mahdi. Le organizzazioni per i diritti umani hanno le mani legate: avevamo una trasmissione alla radio per l'educazione ai diritti umani, abbiamo dovuto sospenderla in seguito alle minacce a me e ai miei colleghi, denuncia Yasser.

Non c'è libertà di parola. E nemmeno di divertimento. All'inizio di aprile un gruppo di studenti dell'univerisità, che si era ritrovato al parco Andalus per un pic nic, è stato attaccato da una squadra di uomini di Muqtada. Il motivo: stavano festeggiando sedici giorni prima di una commemorazione religiosa. Arrivata la polizia, ha arrestato gli studenti. Eppure Muqtada e le milizie sciite avevano o hanno appoggio a Bassora. Perché? Muqtada ha sfruttato l'eredità del padre, un uomo religioso molto autorevole e molto amato, e poi ha soldi e armi. Così come le brigate al Badr di Abdelaziz al Hakim. Entrambi hanno stretti legami con l'Iran: al Hakim con Khamenei e Muqtada con Khadum al Hairi, un conservatore religioso che vive a Qom. Un legame che non piacerà agli Usa, ma che loro stesso hanno favorito soprattutto con le elezioni forzate del 30 gennaio scorso.

La questione dei diritti umani in questa situazione è una vera sfida. Ma è importante che la società civile non si arrenda.

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