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Iraq: il sonno della ragione

26 aprile 2004 - Michele Di Schiena


E' proprio vero: il sonno della ragione genera mostri. Il "no" alla
guerra contro l'Iraq era stato gridato dalla stragrande maggioranza
dell'opinione pubblica mondiale nelle numerose e straordinariamente
partecipate manifestazioni nelle quali si era espressa una mobilitazione
popolare senza precedenti nella storia; quel "no" si era fatto severo
monito nelle accorate parole del Pontefice e nei molti interventi di
autorevoli personalità religiose, morali e culturali; era stato quel
dissenso pronunciato con estrema chiarezza dalle espressioni di gran lunga
prevalenti della comunità internazionale per bocca del segretario generale
dell'Onu Kofi Annan e dei leaders di importanti Paesi europei (come la
Francia e la Germania), della Russia, della Cina e di quasi tutti gli stati
arabi compresi quelli legati agli Stati Uniti da consolidati rapporti di
amicizia.
Mille voci si erano levate per invitare alla prudenza e alla
riflessione; per fare appello alle ragioni del buon senso e della
responsabilità; per invocare il rispetto dello Statuto dell'Onu e del
diritto internazionale; per segnalare i rischi tremendi di un intervento
che avrebbe potuto aprire la strada a quel conflitto tra religioni e
civiltà a cuor leggero evocato da Bush in America e da Berlusconi in
Italia; per prospettare le tragiche conseguenze che quella dissennata
guerra avrebbe avuto in termini di vite spezzate, di mutilazioni, di
sofferenze e di devastazioni; per far presente che l'intervento militare,
utile solo al vampirismo bellico, avrebbe danneggiato l'economia mondiale
facendo crescere la fame e l'indigenza nei Paesi poveri e peggiorando
ovunque le condizioni di vita e di lavoro dei ceti sociali più deboli.
Ma c'è di più: numerose, puntuali e convincentemente motivate erano
state le previsioni, fra le quali spiccava quella del leader egiziano
Mubarak, per le quali l'attacco all'Iraq avrebbe ulteriormente
destabilizzato l'area mediorientale ed avrebbe soprattutto rafforzato il
terrorismo invece di indebolirlo e di farlo arretrare. Appelli,
ammonimenti, proteste, preghiere, corali invocazioni di pace: tutto è stato
vano. La guerra dell'arroganza e dell'ostinazione è stata scatenata e
tutte, proprio tutte, le tragiche previsioni si sono puntualmente avverate
fra la sorpresa di certi uomini politici e di taluni commentatori nostrani
la cui ipocrisia è pari solo alla loro impudenza. Ed in questa drammatica
situazione che vede il mondo sull'orlo di un baratro, il nostro Governo,
che aveva disinvoltamente sin dall'inizio avallato la guerra di Bush e che
si era poi messo al servizio del "grande fratello" americano mandando i
nostri soldati in Iraq sotto il comando delle forze di occupazione, non
vuole oggi guardare in faccia la realtà, non fa autocritica, non corregge
gli errori commessi, censura gli atti di responsabilità del nuovo governo
spagnolo e baldanzosamente conferma il suo schieramento in favore di un
intervento armato strumentalmente motivato da ragioni (prima il possesso di
armi di distruzione di massa e poi la collusione tra il governo iracheno ed
il terrorismo) che sono risultate, per sostanziale ammissione anche degli
stessi governi di Washington e di Londra, prive di qualsiasi fondamento e
platealmente mendaci.
Resta così l'Italia non solo favorevole ma anche al servizio di una
guerra tuttora in corso, illegittima per il diritto internazionale, falsa
nelle sue ostentate giustificazioni e deleteria per la lotta al terrorismo;
una guerra che non può certo esportare in Iraq libertà e democrazia ma che
sta regalando a quel martoriato Paese eccidi, rovine ed iniquità di
spaventose dimensioni. Ed è in questa ottica che vanno riguardate, al di là
della cortina fumogena alzata da certe strumentali suggestioni
nazionalistiche e patriottarde, le responsabilità del governo Berlusconi e
della maggioranza che lo sorregge per quanto è accaduto e quanto può ancora
accadere ai nostri militari in Iraq, ai nostri concittadini che devono in
quel Paese vivere e lavorare e a tutti gli italiani esposti al crescente
rischio di attentati a causa di scelte sconsiderate e dannose, non
condivise dalla maggioranza degli italiani e condannate senza appello da
quella nuova "superpotenza" disarmata che è il movimento mondiale per la
pace.
Un movimento, quello appunto per la pace, col quale dovrà fare i conti
il nostro imperturbabile e sorridente Presidente del Consiglio che, a
fronte dei drammi e delle ansie che stiamo vivendo in questi giorni di
sbigottimento e di orrore, sa solo dire, scegliendo peraltro il momento
meno opportuno anche per le conseguenze negative che le sue parole possono
avere sul destino dei nostri connazionali presenti in Iraq, che i
contingenti militari italiani resteranno comunque in quel Paese dopo il
prossimo 30 giugno. Ed è penosamente significativo che l'onorevole
Berlusconi si sia esibito in tale muscolosa dichiarazione poco dopo essersi
fregate le mani per la soddisfazione di essere il suo governo rimasto
nell'Europa continentale, dopo la defezione spagnola, il migliore alleato
della Casa Bianca. Sarà "vera gloria" ? Ai cittadini di questo angosciato e
sbalordito Paese la . facile "sentenza".
Brindisi, 23 aprile 2004

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