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I "Bravi Ragazzi" che non possono far torto - di R. Fisk

7 maggio 2004 - Robert Fisk - Trad. Melektro
Fonte: The Independent


2 Maggio 2004 "The Independent" -- Perché siamo tanto presi di sorpresa dal loro
razzismo, la loro brutalità, la loro pura insensibilità nei confronti degli
Arabi? Quei soldati americani nella vecchia prigione di Saddam a Abu Ghraib,
quelle squadre di giovani Inglesi a Bassora provengono -- come è spesso
normalità fra i soldati -- da città e paesi nei quali l'odio razziale è di
casa: Il Tennessee e il Lancashire.

Quanti dei "nostri" ragazzi sono loro stessi degli ex -- carcerati? Quanti di
loro sostengono il Partito Nazionalista Britannico? I Musulmani, gli Arabi, i
"miserabili", le "teste vuote", i "terroristi", i "malvagi". Potete ben vedere
come la semantica vada così diretta al punto.

Si aggiunga a tutto questo il gocciolio tossico e razziale di un centinaio di
film di Hollywood che descrivono gli Arabi come gente sporca, libertina, non
meritevole di fiducia e violenta -- e i soldati sono spesso assuefatti ai film
-- e non è difficile capire perché un qualche delinquente Inglese possa
arrivare ad urinare sulla faccia di un uomo incappucciato, o come un qualche
sadico Americano possa obbligare un Iracheno incappucciato a starsene ritto in
piedi su una cassa con dei cavi elettrici legati alle mani.

Il sadismo sessuale - ossia la ragazza soldato che indica i genitali di un uomo,
la falsa orgia nella prigione di Abu Ghraib, il fucile Britannico nella bocca
del prigioniero -- potrebbe essere un tentativo fuori controllo di equilibrare
tutte quelle bugie sul mondo arabo, circa la potenza del guerriero del deserto,
l'harem e la poligamia. Anche adesso, mostriamo ancora sui nostri canali della
televisione il disgustoso 'Ashanti', un film che racconta la storia del
rapimento della moglie di un medico Inglese da parte di commercianti di schiavi
arabi, e che descrive gli arabi quasi esclusivamente come molestatori di
bambini, violentatori, assassini, bugiardi e ladri. Il cast del film vede fra
gli altri - che il cielo ci risparmi -- Michael Caine, Omar Sharif e Peter
Ustinov e fu parzialmente girato in Israele.

Effettivamente, ora siamo intenti a descrivere gli arabi nei nostri film alla
stessa maniera in cui i nazisti una volta raffiguravano gli Ebrei. Ma gli Arabi
sono gioco facile. Se sono solo potenziali terroristi agli occhi di un uomo --
e di una donna -- devono essere ammorbiditi, "preparati", umiliati, picchiati e
torturati. Gli Israeliani fanno uso della tortura nel Campo Russo a
Gerusalemme. Ora noi torturiamo nella vecchia prigione di Saddam fuori Baghdad
e - poiché qui è dove i soldati Inglesi hanno picchiato a morte un giovane
Iracheno la scorsa estate - in quello che precedentemente è stato l'ufficio
del fascista più omicida della guerriglia chimica di Saddam, il terribile Ali
"Chimico".

E gli ufficiali? Non sapevano i tenenti, i capitani e i maggiori Inglesi nel
reggimento della Regina del Lancashire che i loro ragazzi stavano dando calci
mortali ad un giovane lavoratore di un hotel Iracheno la scorsa estate?

Il destino di quell'uomo -- e la prova documentata che dimostra che è stato
assassinato - fu rivelato in primo luogo dal 'The Independent on Sunday' a
Gennaio. Non sapevano i ragazzi della CIA a Abu Ghraib che Ivan "Chip"
Frederick e Lynddie England, due dei soldati Americani che compaiono nelle
fotografie pubblicate la scorsa settimana, stavano umiliando i loro prigionieri
in maniera tanto oscena?

Naturalmente lo sapevano. L'ultima volta che ho incontrato il Brigadiere
Generale Janis Karpinski, comandante della 800esima Brigata della Polizia
Militare in Iraq, mi ha detto che aveva visitato l'accampamento X -- Ray a
Guantanamo e che in esso non ci aveva trovato niente di sbagliato. Già allora
avrei dovuto indovinare che qualcosa era andato terribilmente per il verso
sbagliato in Iraq.

Mi ricordo di quando a Bassora, alla vigilia di una visita da parte di Tony
Blair, avevo visitato l'ufficio stampa nella città dell'Esercito Inglese per
chiedere notizie sulla morte del ventiseienne Baha Mousa. La famiglia dell'uomo
ucciso mi aveva dato documenti Britannici che dimostravano che era stato
picchiato a morte mentre si trovava in custodia, e che lo stesso esercito
Inglese aveva provato a 'comprare' la famiglia in cambio che questa lasciasse
cadere qualunque reclamo legale nei confronti dei soldati che così crudelmente
gli avevano ucciso il figlio.

Ma l'unica cosa che ottenni in quell'ufficio furono sbadigli e un'incapacità
totale a fornire la benché minima informazione sull'evento. Mi fu detto di
chiamare il Ministero della Difesa a Londra. L'ufficiale con cui parlai
sembrava annoiato, persino insofferente verso la mia inchiesta. Non ci fu una
singola parola di pietà pronunciata per il morto.

Indietro nel Settembre dell'anno scorso, il Generale Karpinski si trovava in
compagnia di un piccolo gruppo di giornalisti ad Abu Ghraib -- la stessa
orrenda prigione in cui migliaia erano stati mandati a morte da Saddam, la
stessa prigione in cui Frederick e England e i loro compagni Americani stavano
facendo stare in piedi su una cassa il loro prigioniero Iracheno incappucciato
con presunti elettrodi alle mani -- e il Generale Karpinski mostrò un certo
piacere nello scortarci alla vecchia camera di esecuzione di Saddam.

Ci condusse nella camera di cemento con la sua predella alzata e la sua forca e
-- davanti a noi tutti -- tirò trionfalmente la leva della forca in modo da far
abbassare rumorosamente il portello della trappola. Ci sollecitò quindi a
leggere gli ultimi messaggi scarabocchiati sulle pareti del vicino braccio
della morte dagli Iracheni che attendevano la vendetta di Saddam. Ma c'era
qualcosa di sbagliato nel suo tour della prigione.

Non c'era un chiaro processo giudiziario per i prigionieri e non c'era stata
menzione -- fino a che non sollevai la questione -- dell'attacco di mortaio
sulla prigione sotto controllo Americano che lo scorso Agosto aveva ucciso sei
degli internati nelle loro tende, quando il Generale Karpinski era già a capo
di 8.000 prigionieri dell'Iraq. Gli era stato dato "consiglio", ci disse.
"Sembravano pensare che li stessimo usando come se fossero dei sacchi di
sabbia". Abu Ghraib era allora attaccata dai rivoltosi quattro volte ogni sette
notti. Ora viene attaccata due volte ogni notte.

Stranamente, in risposta ad una mia domanda sostenne che c'erano "sei
prigionieri che dicono di essere americani e due che sostengono di provenire
dal Regno Unito". Ma quando il Generale Ricardo Sanchez, l'ufficiale di piu' alto grado in Iraq, successivamente negò tutto questo, nessuno gli chiese come si
fosse originata una tale confusione. Il Generale Karpinski stava per caso
fantasticando? O era il Generale Sanchez che non ci stava dicendo la verità? I
nomi dei prigionieri venivano spesso confusi, gli scritti in Arabo erano mal --
traslitterati, uomini andavano "mancando" dai file. Tutto questo ci parlò di
una intera cultura nella quale gli Iracheni -- particolarmente i prigionieri
Iracheni -- non erano in qualche modo degni degli stessi diritti di noi
Occidentali; questa è poi la ragione per cui, suppongo, i poteri occupanti in
Iraq ci forniscono sempre le statistiche delle morti Occidentali ma non si
preoccupano minimamente di scoprire le statistiche delle morti degli Iracheni,
la stessa gente che hanno il compito di proteggere e di cui dovrebbero
prendersi cura.

Alcune settimane fa, stavo chiacchierando con un giovane soldato americano nel
centro di Bagdad in Saadoun Street. Stava dando dei dolci ai bambini di strada
ed imitando l'Arabo per dire "grazie": sukran. Conosceva l'Arabo, gli ho
chiesto innocentemente. Mi ha risposto ghignando, dicendo: "So come gridargli
contro". Ed eccola là quella cultura.

Siamo tutti vittime della nostra moralità che è volata tanto in alto. "Loro" --
gli Arabi, Musulmani, "miserabili", "teste vuote", "terroristi" -- sono di una
razza inferiore, di standard morali più bassi. Sono gente a cui gridare contro.
Devono "essere liberati" e gli deve essere data la "democrazia". Ma noi,
piccola band di fratelli, ci vestiamo con le uniformi della giustizia. Siamo
marine o polizia militare o il reggimento della Regina e siamo dalla parte del
bene. "Loro" sono sempre dalla parte del "male". Così non possiamo mai far
torto.

O così è sembrato fino a che quelle immagini vergognose della scorsa settimana
non hanno fatto a pezzi l'intero carro e hanno dimostrato che l'odio e il
pregiudizio di razza è una vecchia eredità storica di noi tutti. Ci siamo
abituati a chiamare Saddam l'Hitler dell'Iraq. Ma non era Hitler uno di "noi",
un Occidentale, un cittadino della "nostra" cultura? Se ha potuto uccidere sei
milioni di Ebrei, cosa che ha fatto, perché dovremmo rimanere sorpresi che
"noi" possiamo trattare gli Iracheni come animali? La scorsa settimana sono
arrivate le fotografie a provare che possiamo.

Note:

Copyright: The Independent

traduzione di Melektro - djm@melektro.com - a cura di Peacelink

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