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Iraq: sulla vicenda ostaggi, il bilancio di Emergency

Gino Strada rientra, dopo tre settimane, dall'Iraq dove ha cercato di stabilire un contatto e le condizioni che permettessero la liberazione degli italiani in mano ai
guerriglieri iracheni. Emergency ha emesso il seguente comunicato:
18 maggio 2004
Fonte: peace reporter

Tra venerdì 14 e lunedì 17 maggio, abbiamo avuto ulteriori contatti, nei quali i nostri interlocutori: ci hanno ribadito che i tre italiani sarebbero stati rilasciati; hanno dichiarato l’impossibilità di fare previsioni o assumere impegni sui tempi. Abbiamo convenuto con i nostri interlocutori che una nostra presenza fisica non fosse necessaria. Abbiamo per parte nostra stimato che la presenza della «delegazione» potesse costituire ostacolo a una loro libertà di movimento. Abbiamo convenuto sulla individuazione di un contatto in loco in grado di porsi in comunicazione con noi in qualsiasi momento. Di questo tentativo, tuttora in corso ed entrato in una nuova fase, non ci sfuggono le difficoltà e gli aspetti problematici. Con una distanza fisica dai luoghi nei quali lo abbiamo sin qui condotto, riteniamo di compiere la scelta più utile per a una soluzione positiva

Abbiamo intervistato sulla vicenda Teresa Sarti, presidente di Emergency.

Quali sono state le motivazioni che hanno spinto Emergency ad assumersi la responsabilità di un’iniziativa per gli ostaggi italiani?

Pur consapevoli dell’estrema difficoltà del tentativo, abbiamo considerato che, da molti segni e dichiarazioni, gli sforzi tesi alla liberazione degli ostaggi italiani fossero a un punto morto. Ritenevamo che l’eventualità che uno sbocco alla situazione, protrattasi così a lungo, potesse diventare conveniente anche per coloro che detenevano gli ostaggi. Abbiamo pensato che, se rifiutavano contatti con soggetti politici italiani, potevano forse ascoltare un’associazione. Il carattere esclusivamente umanitario della nostra associazione è noto da anni in Iraq e, per questo, la nostra iniziativa poteva risultare positiva. L’assenza di contropartite, inoltre, metteva la nostra iniziativa al riparo dal rischio di favorire la ripetizione di episodi analoghi.

Non c’era il rischio che la vostra iniziativa finisse per intralciarne altre già in atto?

No, affatto. Le caratteristiche del nostro tentativo e dell’associazione escludevano sovrapposizioni con altre eventuali iniziative tese allo stesso scopo.

Avete mai pensato che, in caso d’insuccesso, il vostro tentativo si rivelasse un danno d’immagine per Emergency?

La preoccupazione che un possibile – probabile – insuccesso recasse
un «danno d’immagine» a Emergency ci è parsa assolutamente irrilevante a fronte della posta in gioco: contribuire alla salvezza di tre persone.

Perché tanto riserbo attorno alla vostra missione umanitaria?

La scelta del massimo riserbo era dettata dalla natura stessa dell’iniziativa: i possibili interlocutori esigono, intuibilmente, di non essere individuati. Ci tenevamo che qualsiasi aspetto di «autopromozione» restasse estraneo a questa iniziativa e, soprattutto, non volevamo indurre nelle famiglie Agliana, Cupertino e Stefio stati d’animo che accrescessero la già insopportabile tensione alla quale erano sottoposte da tempo.

Dopo cosa è successo?

A un certo punto – non sappiamo per impulso di chi –il riserbo è stato infranto e siamo convinti che questo abbia rappresentato un danno. A quel punto abbiamo fornito informazioni per evitare che congetture di fantasia peggiorassero la situazione. Ci siamo limitati a comunicare solo ciò che non danneggiasse lo sviluppo dei contatti in Iraq.

Quali contatti avete avuto con il Governo italiano?

Nessuno. Da un lato il nostro tentativo non danneggiava in alcun modo un’eventuale azione delle autorità italiane; dall’altro non poteva in nessun modo agevolarle. Volevamo inoltre tutelare la specificità esclusivamente umanitaria della nostra azione, condotta in riferimento alla volontà di quegli italiani che si sono opposti e si oppongono alla guerra.

Quale atteggiamento hanno avuto le autorità italiane verso la vostra iniziativa?

Non abbiamo avuto alcun segnale di apprezzamento o condivisione da parte del governo. Peraltro, al di là di soggettive impressioni, non abbiamo prove a conferma dell’opinione che siamo stati ostacolati.

Che sensazioni avete avuto dai contatti di questi giorni?

Nel corso degli incontri abbiamo avuto l’impressione che una decisione sulla liberazione degli ostaggi da parte di chi li deteneva dipendesse dal prevalere di un orientamento “politico” o di un orientamento “militare”. Ci siamo impegnati perché prevalesse il primo. A questo scopo, abbiamo richiamato l’attenzione degli iracheni che abbiamo incontrato sulla presenza nei paesi occidentali – in Italia in particolare – di estesi movimenti che si sono opposti e si oppongono alla guerra e all’occupazione militare. Abbiamo suggerito ai nostri interlocutori di considerare, nei loro comportamenti e nelle loro decisioni, le preoccupazioni di questa maggioranza di italiani che vuole l’amicizia e la pace. Li abbiamo invitati a proporre di sé un’immagine diversa da quella atroce delle violenze e delle uccisioni, riscontrando però la difficoltà di questi argomenti di fronte alle immagini delle torture, continuamente riproposte dalle televisioni in Iraq.

Nessuna ipotesi di «riscatto»?

Noi non abbiamo fatto intravedere contropartite sulle quali mercanteggiare. Una trattativa di carattere “commerciale”, che mirasse a uno scambio (in denaro o altro), non sarebbe né potrebbe essere l’ambito del nostro agire.

Che cosa pensate di un simile tentativo “commerciale” eventualmente intrapreso da altri?

Non abbiamo giudizi da pronunciare al riguardo: il risultato di salvare tre persone sarebbe per noi un obiettivo di valore superiore a qualsiasi altra considerazione.

Quali possono essere i futuri sviluppi?

Abbiamo infine posto la domanda secca: sì o no? Ci hanno risposto che sì, avrebbero liberato gli ostaggi. Ma ci hanno detto di non poter prevedere i tempi del rilascio. Abbiamo da ultimo ritenuto opportuno allontanarci dai luoghi nei quali presumibilmente sono tenuti gli ostaggi. Ci era parso che la nostra presenza fisica richiamasse troppe attenzioni. Per questo abbiamo deciso di allontanarci.

Non ha il sapore di un abbandono?

“Loro” sanno perfettamente perché non restiamo: per non intralciare i loro movimenti. Pensiamo di non essere stati ingannati: non vediamo perché avrebbero dovuto, dato che ci sono stati ad ascoltare senza che offrissimo nulla. Il nostro tentativo continua. Lo sanno i nostri interlocutori iracheni, per i quali siamo sempre rintracciabili, direttamente o attraverso un intermediario.

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