Dov' e' la svolta?

23 giugno 2004
Fabio Alberti
Fonte: Il Manifesto - 10 giugno 2004

La svolta non c'e' O almeno non ci sara' per 20 milioni di iracheni per i quali la risoluzione dell'Onu, negoziata a New York senza gli iracheni, ha posto le basi per un nuovo periodo di violenza e, forse, di guerra civile. Avrei preferito dire: E' un passo avanti e un compromesso accettabile. Non e'cosi E il problema non e' di principio, ne' nella insufficienza dei poteri trasferiti, ma nel riconoscimento di un governo made in Usa? Cio' che infatti ne la Francia, ne tutto il Consiglio di Sicurezza possono cambiare e' la scarsa rappresentativita' del neo-nominato governo transitorio iracheno E questo fara' la differenza per la popolazione dell'Iraq: solo un governo veramente rappresentativo puo' portare la pace. Il governo e' stato nominato ignorando tutti i consigli dell'inviato di Kofi Annan, a partire dal principale: che i membri dello screditato Governing Council avrebbero dovuto farsi da parte. E' stato invece Bremer e lo stesso Governing Council, in carica mentre nelle carceri irachene avveniva quel che e' avvenuto, a nominare il suo successore. Sul primo ministro si e' gia' detto che e' stato un agente della Cia, senza nessuna credenziale democratica, come nota l'Iraqi Democrats Against Occupation, l'associazione di esuli iracheni vicini alla sinistra. Allawi, nell'ultimo anno si e' occupato, come ministro del commercio estero, della privatizzazione delle imprese irachene. Sulla non-rappresentativita' del governo transitorio si sono gia' pronunciati Harith Al-Dari, segretario del Consiglio degli Ulema, e rappresentante della conferenza Nazionale Irachen, larga coalizione nata l'8 maggio da un incontro di circa 2000 delegati di formazioni politiche, sciite, sunnite e laiche, che lo ha definito un gioco americano. L'Ayatollah Al Sistani, sempre cauto, ha detto che non rappresenta in maniera accettabile tutti i segmenti della societa' irachena. I segretari del national Council of Iraqi Tribes, e del democratic Grouping of Iraqi Tribes, due influenti raggruppamenti delle tribu' irachene, hanno espresso lo stesso concetto. Gli sciiti radicali di Moqtada al Sadr non sono stati coinvolti, come i gruppi della resistenza. E a Baghdad gli iracheni non danno credito al neonato governo, considerato, a ragione, una mera prosecuzione del precedente. In questa situazione non e' difficile pensare che la Conferenza Nazionale (che Brahimi voleva prima della nomina del governo e che la risoluzione prevede a luglio), possa ancora essere il luogo in cui raggiungere quel consenso iracheno, che, solo, puo' mettere fine alla violenza e promuovere un processo elettorale condiviso. La resistenza, anche armata, alla presenza di truppe straniere continuer? Ricostruzione e rilancio dell'economia continueranno a tardare. La costituzione verr?dettata dagli occupanti. Gli Usa, che si sono riservati «tutti i mezzi disponibili per mantenere la sicurezza? continueranno a combattere la loro guerra per impedire che l'Iraq divenga un paese democratico e per insediare a Baghdad un governo che garantisca i loro interessi strategici e le basi militari permanenti. A farne le spese saranno 20 milioni di uomini, donne, bambini giocati dalle grandi potenze come pedine sullo scacchiere mondiale, come nei 13 anni delle sanzioni economiche, il cui milione e mezzo di morti dovrebbe pesare ancora sulla coscienza del Consiglio di Sicurezza Onu. L'occupazione prosegue.

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