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Ogm, un rischio per l’uomo e la natura

Maxi-ricerca italiana: per la prima volta è stata dimostrata una reazione immunitaria nelle cavie
4 marzo 2006 - Manuele Perugini
Fonte: Il Mattino

Mangiare cibi geneticamente modificati non è come mangiare cibi tradizionali. E coltivare questo tipo di piante, ha un impatto diverso sull’ambiente, rispetto alle piante normali. Sono queste le principali conclusioni a cui sono giunti alcuni ricercatori italiani che hanno partecipato ad un maxi progetto di ricerca sugli ogm finanziato dal Ministero per le politiche agricole e forestali e coordinato dall’Istituto Nazionale di Ricerca per gli Alimenti e la Nutrizione (Inran). I risultati di questa mega ricerca a cui hanno collaborato diversi ricercatori appartenenti a università (Napoli II, La Sapienza, Firenze) ed istituti di ricerca (Ense, Mipaf), saranno resi noti martedì prossimo nel corso di un convegno ufficiale a Roma, ma alcune conclusioni sono state già rese note. E si tratta di conclusioni destinate a far discutere non solo in ambito scientifico. I ricercatori dell’Inran hanno infatti scoperto che le cavie che erano state nutrite con farina di mais transgenico, in particolare il MON 810 (Bt11), hanno evidenziato «una diversa reazione immunitaria sia a livello intestinale, che periferico». «Sulla base delle informazioni ottenute - ha spiegato il coordinatore del progetto di ricerca “Ogm in agricoltura”, Giovanni Monastra, direttore generale dell’Inran - non sappiamo quale tipo di implicazioni per la salute hanno queste diverse reazioni. Se per esempio possono indurre ad una reazione allergica o si tratta di semplici differenze fisiologiche, del tutto insignificanti. Quello che è certo è che non possiamo negare che esistano». Al momento infatti l’analisi dei ricercatori italiani si ferma qui. Studiare quali sono gli effetti sulla salute e sull’ambiente di queste diverse reazioni tra mais modificato geneticamente e mais naturale, è l’obiettivo delle prossime ricerche. Fino ad oggi però nessuno era riuscito a dimostrare con certezza che gli organismi geneticamente modificati avessero degli impatti diversi sulla salute e sull’ambiente rispetto a quelli naturali. Per questo l’Autorità europea per la sicurezza alimentare nel maggio scorso aveva concluso che al momento «non esistono prove del fatto che l’immissione sul mercato di prodotti contenenti il nuovo ogm possa avere conseguenze nocive sull’uomo, sugli animali e sull’ambiente». Ed è stato proprio partendo da queste conclusioni che la Commissione Europea ha dato il via libera ieri alla commercializzazione di un altro prodotto ogm in Europa scatenando le proteste di consumatori e di ambientalisti. Sebbene non abbia indicato che ci sono pericoli, la ricerca comunque mette in dubbio le conclusioni dell’Efsa. Inoltre lo studio dell’Inran ha contribuito anche a chiarire un altro controverso aspetto della lunga querelle contro gli ogm, quella che riguarda la contaminazione ambientale. «Non sono state rilevate differenze significative per nessuno dei diversi parametri utilizzati tra i campioni prelevati dal suolo coltivato con mais BT e quelli prelevati dal suolo coltivato con mais convenzionale. Tuttavia, piccole differenze evidenziatesi sono attualmente oggetto di approfondimento» si legge infatti nelle conclusioni della ricerca. «Si tratta di piccole differenze a livello di composizione della microflora del suolo - ha spiegato Monastra - che però devono essere valutate approfonditamente, perché se amplificate su larga scala potrebbero dare problemi particolari». I ricercatori hanno anche analizzato le diverse perfomance in termini di produzione e di capacità nutrizionali del mais transgenico e di quello tradizionale. Per quanto concerne questo ultimo aspetto, nel rapporto si legge che «non sono stati evidenziati cambiamenti quantitativi e/o qualitativi tra i chicchi del mais transgenico e di quello convenzionale isogenico», mentre per quanto riguarda il trinciato integrale del mais Bt (usato per l’alimentazione animale), questo «è risultato molto più ricco di lignina rispetto al trinciato del mais convenzionale (19,2 contro il 5.3 %). Il maggior contenuto di lignina rende il mangime meno appetibile per gli animali».

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