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    terraterra

    L'acqua in bottiglia? No, grazie...

    31 agosto 2007 - Marinella Correggia
    Fonte: Il Manifesto (http://www.ilmanifesto.it)

    «L'acqua in bottiglia ci costa la Terra, dappertutto»: questo ammonimento da parte della rivista Down to Earth pubblicata dal centro ambientalista indiano Centre for Science and Environment farà riflettere chi ancora in casa, sul lavoro, a scuola, al bar, in viaggio si attacca, anziché al rubinetto tramite bicchiere o borraccia, alla dispendiosa e scomoda acqua impacchettata, invece di pretendere dalle amministrazioni pubbliche acquedotti ben funzionanti e dall'amministrazione di condominio tubature decenti.
    Ha avuto molta risonanza qualche settimana fa il divieto del sindaco di San Francisco di usare acqua in bottiglia negli uffici governativi, visto che i rifiuti di plastica continuano a riempire discariche già in crisi, che i camion per il trasporto delle casse contribuiscono al caos climatico e che peraltro l'acqua del rubinetto è ottima e di fonte. Anche il sindaco di Salt Lake City ha chiesto ai dipendenti pubblici di non mettere più tali bottiglie sui tavoli delle conferenze e degli eventi pubblici; una brocca, bicchieri di vetro e via. New York ha lanciato una campagna di un milione di dollari per incoraggiare la gente a bere l'acqua del rubinetto. E alcuni ristoranti di lusso stanno scrostando via l'immaginario costruito da decenni di bombardamento pubblicitario: status symbol non è più l'acqua imbottigliata ma la sua assenza sul tavolo. Tutto questo: a quando anche in Italia?.
    Giorni fa la Pepsi ha dovuto ammettere che la sua Aquafina è giusto acqua del rubinetto da fonte pubblica. E ha accettato di scriverlo sull'etichetta. Con tutto ciò, la frase della rivista indiana è di quelle che colpiscono. Perché collega questo inquinante business alla questione della sopravvivenza. L'industria dell'acqua in bottiglia, sottolinea, è di natura globale ed è congegnata per fornire lo stesso prodotto a due mercati completamente diversi: quelli ricchi di acqua e di denaro, e quelli scarsi di acqua e impoveriti. L'India è il decimo consumatore mondiale di acqua imbottigliata. La domanda è cresciuta dai due milioni di «pezzi» nel 1990 a 68 milioni nel 2006. In India è peraltro gravissimo il problema della mancata fornitura di acqua potabile da parte degli acquedotti. E così le compagnie private semplicemente scavano pozzi e pompano l'acqua nelle bottiglie, trasportandola nelle città. È la privatizzazione dell'acqua da bere. Il fatto è che l'acqua del business anche in India non è diversa da quella che dovrebbe sgorgare dai rubinetti; l'unica differenza è che è implasticata e portata dai camion anziché dai tubi dell'acquedotto. La fabbrica della Coca Cola nell'arida regione di Kala Dera vicino a Jaipur (stato del Rajasthan) estrae ogni giorno mezzo milione di litri di acqua pagando bruscolini per la concessione; anche il costo del trattamento, anche quello più perfezionato a osmosi inversa, costa al litro un quinto del prezzo di vendita. Più care le bottiglie, il trasporto, la pubblicità e la catena di vendita. Ma i guadagni rimangono enormi.
    Quel che si dimentica, dice la rivista ambientalista, è che alla fine sono i «ricchi», ovvero la classe media, a determinare la crisi del sistema idrico pubblico e la sua incapacità di fornire acqua potabile. Perché? Perché anche nei quartieri abbienti l'acqua dell'acquedotto costa un mero decimo di quanto il servizio costi alla collettività, senza contare le spese (sempre pubbliche) per il trattamento dell'acqua in uscita dalle case; o in parallelo quelle per trattare le bottiglie di plastica (sempre con denaro pubblico). Non c'è alcun recupero dei costi. Così non si investe per estendere il servizio a chi non riceve acqua potabile, e non ha i soldi per comprare le bottiglie Kinley. Anzi la fornitura idrica via via peggiora.
    Imperativo è dunque superare una situazione per cui l'acqua del rubinetto costa troppo poco rispetto ai costi di «produzione» ma questa spesso non è potabile e altrettanto spesso non arriva a larghe fasce della cittadinanza (che non possono comprarsi le bottigliette).

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