Genova 2001, io non dimentico
Son passati cinque anni e sembra ieri, sembra ieri… “Sai mamma vado a Genova con i miei amici, ci vediamo su a Bologna e poi andiamo insieme”.

Così mi dice Paola, 23 anni, disposta a interrompere le vacanze nel suo Salento per esserci, per poterlo raccontare…e che cosa posso risponderle… “va bene”.
Sono fiera di lei, ormai vicina alla laurea, sta attraversando una fase che mi inorgoglisce, la fase dell’impegno, della contestazione, della presa di coscienza.
“Sai mamma, io vado a Genova”. Me lo dice sommessamente, temendo un rifiuto che sa che non può arrivare.
È giusto che abbia voglia di andarci. È normale per me preoccuparmi, ma non posso opporle un rifiuto, non posso e, soprattutto, non voglio.
Piuttosto vorrei andarci anch’io, ma ho una bambina di 79 anni a cui badare, mentre la mia bambina, quella vera, ormai può volare da sola.
Ha voglia di esserci, Paola, ed è giusto che ci sia.
Per protestare contro un mondo che dimentica gli ultimi, un mondo che ha perso di vista i veri ideali, un mondo che persegue macabramente le logiche perverse del profitto.
Ha voglia di esserci, Paola, ed è giusto che ci sia.
La lascio andare non senza preoccupazione. La seguo da lontano, come ho fatto ogni volta che, bambina, mi ha chiesto di poter andare in bici. Da sola. A giocare a tennis. Da sola. Di fare finalmente “qualcosa”. Da sola.
Per guadagnare una tappa nella sua crescita, un evento che la rendesse orgogliosa di aver fatto un altro passo avanti.
È il 19 di luglio. È la Festa dei Popoli. Paola mi chiama raggiante e mi dice che è bellissimo che è un trionfo di colori e di allegria, “mamma qui è bellissimo, stai tranquilla, va tutto bene”…
Va tutto bene, ma io non sono proprio tranquilla, in verità c’è qualcosa che mi preoccupa. Sono preoccupata per la macabra danza di morte che ho visto in tv: Black bloc che danzano la loro marcia di morte. Ce l’hanno scritto in faccia chi sono e cosa rappresentano, ma, chissà perché, arrivano indisturbati e nessuno se ne preoccupa.
È il 20 luglio, Paola, mi dice che è tutto tranquillo. “Lanceremo palloncini colorati oltre la zona rossa…”
E io seguo tutto spasmodicamente in televisione, soprattutto sulla Sette, l ’unica tv che dà la diretta. Vedo cose che non mi piacciono, vedo le Forze dell’Ordine, la cui imponente presenza mi aveva addirittura rassicurata, che stranamente cominciano a lanciare fumogeni e lacrimogeni contro i manifestanti, davanti a una Giovanna Botteri meravigliata e spaesata che li segue dicendo “ma scusate, perché, che cosa state facendo”.
C’è qualcosa che non va, qualcosa che non torna.
Forze dell’Ordine che non fanno il servizio d’ordine e che, invece di proteggere, cominciano a caricare i pacifisti. Vedo scene di una violenza inaudita, riportate in tv senza alcun commento, come se fosse normale inseguire una ragazza che scappa impaurita, fosse normale picchiarla violentemente dietro la nuca lasciandola tramortita. O morta. Per terra.
Poteva essere mia figlia, inaudito, tutto ciò che vedo in tv è sconvolgente, a quel punto ho paura.
Per tutti quei ragazzi, per mia figlia, che non riesco più a sentire.
Poi verso le quindici o le sedici, non ricordo, arriva una notizia: “è morta una ragazza, non abbiamo dati precisi, ma sappiamo che è morta una ragazza”.
Sono sconvolta, non so cosa fare, chiamo Paola al cellulare, ma non risponde.
Mi sento soffocare dal terrore. Poi, dalla tv una voce “Non si tratta di una ragazza, è morto un ragazzo”. E’ morto un ragazzo, mi sento sollevata, improvvisamente mi vergogno del mio sollievo.
Mi vergogno del mio sollievo ancora oggi.
Non potrò mai dimenticare Carlo che aveva 23 anni, esattamente come mia figlia Paola.
Non potrò mai dimenticare quella violenza sconsiderata, che non trova ragioni se non nella volontà di criminalizzare un intero movimento e il legittimo e non violento dissenso da questi espresso.
Doveva passare un messaggio chiaro e forte, un messaggio volto a scoraggiare ogni forma di protesta e, soprattutto, c’era la volontà precisa di dare una visione distorta della realtà.
Ma qualcosa, per fortuna, non ha funzionato.
I malvagi, voglio chiamarli banalmente così, non hanno fatto i conti con le migliaia di telecamere presenti a Genova, con i cento, mille e mille occhi elettronici che hanno filmato la verità e hanno impedito che si costruissero infami menzogne, hanno impedito che si creassero i presupposti per giustificare repressioni violente di qualsiasi forma di protesta civile, hanno impedito che
si arrivasse a stigmatizzare come terrorismo qualsiasi forma di protesta civile.
Genova luglio 2001, sono passati cinque anni, ma il ricordo è vivo dentro di me.
E non solo il ricordo. Genova mi ha cambiato la vita, ha cambiato la vita di mia figlia, che da Genova è tornata senza un graffio, ma con ferite profonde.
Genova mi ha fatto capire che non smetterò mai di indignarmi, dovessi campare cent’anni non arriverò mai al punto di farmi saggiamente i fatti miei. Mi porto dentro quella vergogna, la vergogna di aver provato un sentimento del quale non si può andar fieri. Il sollievo dettato dalla consapevolezza che non toccava a me soffrire, ma a qualcun altro.
È proprio su questo che dovremmo lavorare, dovremmo imparare a soffrire anche quando il dolore non ci appartiene. Soffrire, indignarci anche per qualcosa che non ci riguarda da vicino.
Si chiama empatia, il più bello dei sentimenti, quello che potrebbe salvare il mondo.
Ormai raro in un mondo in cui, come cantava De Andrè, il dolore degli altri è dolore a metà.
A Carlo Giuliani, ad Haidi Giuliani, a tutti i ragazzi che erano a Genova. A Paola
Adriana De Mitri
Il 13 giugno 2006
Di seguito un documento che conservo gelosamente.

È la prova che i "ragazzi"di Genova
Avevano visto giusto.
La violenza selvaggia e indiscriminata della quale siamo stati vittime a Genova, non è altro che la manifestazione degenere del pensiero unico contro il quale trecentomila persone, a nome della stragrande maggioranza della popolazione mondiale, sono scese in piazza a manifestare il proprio dissenso.
Quel pensiero unico che oppone alla malattia e alla guerra la logica malata del profitto.
Il nuovo dio in nome del quale miliardi di persone sono condannate alla fame e alla povertà.
Il dio affamato al cui altare vengono compiuti sacrifici umani.
Il dio assetato di sangue in nome del quale alle idee sono state contrapposte le armi.
Carlo Giuliani non è la prima né sarà l’ultima vittima della logica perversa cui gli otto grandi costringono l’intera umanità.
Privi di ogni legittimazione democratica.
Sordi alle richieste di coloro che pretendono di rappresentare. Sordi alle centinaia, migliaia di voci che all’unisono hanno gridato che un altro mondo, il nostro, è davvero possibile.
Nella loro fortezza assediata, a Genova, hanno ratificato le loro logiche distruttive.
Hanno risposto alla fame nel mondo invitando a cena, nella loro opulenta fortezza galleggiante, i rappresentanti dei paesi affamati.
Hanno risposto alla rapida e inarrestabile distruzione del nostro ecosistema con l’ennesimo rifiuto dei protocolli di Kioto.
Hanno risposto alle grandi epidemie che uccidono milioni di esseri umani, con la tutela degli interessi delle Multinazionali farmaceutiche.
Non è beneficenza quella che chiediamo.
Chiediamo un nuovo significato del diritto alla vita, che non può prescindere dalla sovranità alimentare, dal diritto universale all’acqua potabile, dal diritto alla salute intesa come benessere fisico, psichico e sociale.
Non è solo la riduzione dei gas nocivi che pretendiamo, ma una completa riconversione industriale nel rispetto totale di una Terra che per millenni è stata generosa con noi e che per millenni potrebbe continuare a esserlo se solo fossimo altrettanto generosi con lei.
Chiediamo l’apertura delle frontiere non solo alle merci e ai capitali, ma soprattutto agli esseri umani, alle idee, alle culture che rappresentano la vera ricchezza di cui disponiamo.
...Era la Notte della Taranta 2001 "Messaggio del Lecce Social Forum" | Facebook
https://www.facebook.com/notes/221221561253914/ 2/2
Chiediamo che la parola clandestino venga definitivamente cancellata dalla nuova lingua con la quale intendiamo scrivere la nostra storia. Per non dover essere clandestini a nostra volta. Perché la solidarietà e la fratellanza ci accolgano ovunque decideremo di andare.
Chiediamo di essere cittadini del mondo. E se cittadino significa diritto ad avere diritto, chiediamo che in ogni parte del mondo i nostri diritti siano rispettati, la nostra vita garantita, le nostre ragioni ascoltate.
Sono queste le armi con le quali continueremo a combattere, senza mai accettare la spirale di violenza nella quale pretendono di precipitarci. Perché nelle idee è la nostra forza. Mentre il nostro respiro comune di si riempie di altri respiri, mentre il nostro linguaggio diventa universale e abbatte le frontiere sulla terra e nella mente.
Nessuna Zona Rossa, nessuna delle barriere che tenteranno di opporci, nessuna delle armi che ci punteranno addosso potrà spezzare il nostro fiato, né far tacere le nostre voci.
Vogliamo ricordare le parole di Manuel Scorza, poeta combattente, che alla forza delle armi oppone quella inarrestabile dei suoi versi:
La notte passerà
Possono sputare le acque Possono fucilare i passeri Possono bruciare i versi
Possono recidere il dolce giglio Possono spezzare il canto
E buttarlo in una palude
Ma questa notte passerà
Nel 2018 ho scritto questo Sai mamma, vado a Genova
Leggi anche qui il ricordo di quei giorni Per sostenere Verità e Giustizia per Genova
Pubblichiamo le testimonianze che giunsero a PeaceLink via email
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