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    Villaggio globale o globalizzato?

    Le politiche di sviluppo della tecnologia
    31 marzo 2003 - Carlo Gubitosa

    Ma proprio per tutti?
    Il 20 per cento della popolazione mondiale, quello che abita i paesi più ricchi, dispone del 60 per cento delle utenze di telefonia fissa, del 60 per cento di quelle mobili e del 70 per cento dell'utenza internet complessiva.
    (Fonte: ITU - Punto Informatico, 2002)
    "Più computer per tutti": è questo lo slogan che sintetizza la politica di cooperazione italiana e mondiale degli ultimi anni, una ricetta proposta anche durante il summit di Johannesburg dal nostro presidente del consiglio, che descrive le nuove tecnologie dell'informazione come la "soluzione definitiva" che permetterà di risolvere non solo le questioni legate al "digital divide", ma tutti i problemi del mondo impoverito.

    Questa azione salvifica della tecnologia si basa su una idea semplice e velleitaria, banale come qualunque slogan politico: più efficienza tecnologica significa meno corruzione, meno corruzione significa una maggiore disponibilità di risorse pubbliche sottratte alle tasche dei corrotti e più risorse pubbliche si traducono in una maggiore qualità della vita e dei servizi offerti alla popolazione. Tutto questo viene tradotto con il termine burocratese di "opportunità digitali", riproposto anche sul sito del ministero per l'Innovazione e le Tecnologie (www.mininnovazione.it), con un discorso abbastanza contorto nel quale si afferma che "l'esperienza internazionale e i lavori delle principali iniziative internazionali miranti ad identificare i modi in cui la rivoluzione digitale possa offrire benefici alla popolazione di tutto il mondo, hanno sottolineato il contributo che l'e-Government e l'e-Governance possono fornire nel processo di creazione di opportunità digitali per tutti".

    Già nel 1992 Luciano Ardesi, nel libro "Il mito del villaggio globale", ha evidenziato i rischi di una importazione forzata di tecnologie nei paesi impoveriti, sostenendo che "con il termine ambizioso di trasferimento di tecnologia si nasconde una semplice vendita di prodotti, pudicamente presentata da alcuni autori come diffusione. Questi materiali sono concepiti, fabbricati, installati, seguiti nella manutenzione e riparazione da imprese e personale del Nord, senza alcuna reale trasmissione di know how". Il punto, secondo Ardesi, non è lasciare il sud del mondo in una preistoria tecnologica, ma creare le condizioni culturali e scientifiche affinche la tecnologia non venga introdotta in forma "colonizzatrice", ma innestandosi su una comunità scientifica e accademica che possa di recepire le novità in maniera critica, adattandole al contesto locale.
    "L'assorbimento delle nuove tecnologie -afferma Ardesi- potrà avvenire solo attraverso un lungo processo e a condizione che i paesi riescano a dotarsi di una cultura diffusa e sufficientemente elevata per accogliere le innovazioni".

    Ma cos'è esattamente questo "governo elettronico" che i paesi industrializzati vogliono introdurre nel sud del pianeta, e da quando la comunità internazionale considera i computer e le reti di telecomunicazioni come gli strumenti principali per la promozione dello sviluppo umano?

    I primi segnali di questo nuovo orientamento della politica mondiale si sono avuti a Davos nel 2000, durante il World Economic Forum, la "Porto Alegre delle multinazionali". In quell'occasione è stata creata una task-force chiamata Global Digital Divide Initiative (Gddi), con l'obiettivo di creare un accordo tra aziende private, Ong e partner statali per "sviluppare e propagare azioni creative pubbliche e privae per trasformare il digital divide in una opportunità di crescita". Nel documento di presentazione della Gddi, tuttavia, non si specifica se le "opportunità di crescita" a cui si fa riferimento riguardano il tenore di vita dei paesi impoveriti o i bilanci delle aziende coinvolte nei colossali progetti di informatizzazione delle zone del mondo dove non arriva neppure l'acqua potabile. Oltre alla partecipazione della World Bank, la Gddi è patrocinata dalle più ricche aziende mondiali di informatica, elettronica, telecomunicazioni e intrattenimento, tra cui 3Com, Accenture, AOL Time Warner, Computer Associates, Hewlett Packard, Intel, Microsoft, MTV, Novell, Pirelli, Siemens, Sony Corporation, Sun Microsystems, Telecom Italia, Toshiba, Universal. Anche se il mandato triennale della Gddi si è concluso con il meeting annuale del 2003, il World Economic Forum ha dichiarato sulle sue pagine internet che "continuerà a facilitare la collaborazione tra settore pubblico, privato e organizzazioni non governative per l'utilizzo delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione a favore dello sviluppo economico e sociale".

    Si arriva così al vertice G8 del 2000, che ha dato alla luce la "carta di Okinawa sulla società dell'informazione globale", un documento scritto dagli otto paesi più industrializzati sulla falsariga di un "memorandum" della Gddi. Dal vertice di Okinawa prende vita un altro gruppo di lavoro, la "Digital Opportunity Task Force", che si fa carico di approfondire per conto del G8 le questioni legate al digital divide, in previsione del successivo summit genovese. Nella carta di Okinawa si teorizza una vera e propria "deregulation mondiale" del mercato tecnologico, affermando la necessità di "promuovere la competizione in mercati aperti per la fornitura di information technology, prodotti e servizi di telecomunicazioni", e di "incoraggiare la partecipazione alle reti di commercio elettronico globale".

    Numero di utenti Internet nel mondo
    Europa190.91
    Asia / Oceania187.24
    America del Nord182.67
    America Latina33.35
    Africa6.31
    Medio Oriente5.12
    Totale:605.60

    I dati sono in milioni di utenti
    Fonte: NUA
    Settembre 2002

    In questa cavalcata verso la tecnologia il passo successivo è "Global Forum sull'Egovernment" che si è svolto a Napoli nel marzo 2001 lasciando dietro di sè molta violenza di piazza, una maggiore promiscuità tra aziende e istituzioni e nessun risultato politico di rilievo. L'agenda politica internazionale prosegue con il sanguinoso G8 di Genova, un vertice costato 240 miliardi di lire e una vita umana, che ha dato come risultato un documento politicamente misero e dagli orizzonti ristretti, nel quale gli otto capi di stato e di governo hanno incluso tra le loro priorità "la messa a punto di un piano d'azione sull'e-Government come strumento di rafforzamento delle democrazie e dello stato di diritto, che conferisce potere ai cittadini, rende più efficiente l'offerta di servizi pubblici essenziali" (punto 22 documento finale G8).

    Sulla scia di queste iniziative internazionali, anche l'Italia ha dato vita ad un suo programma di "e-Government per lo sviluppo", presentato a Palermo nell'aprile 2002, e riproposto senza troppe variazioni durante il summit di Johannesburg, riducendo ad una pura questione tecnologica la complessità dei problemi planetari: povertà, analfabetismo, brevetti sui farmaci, accesso all'acqua, effetto serra, biotecnologie, energie rinnovabili, impatto ambientale degli idrocarburi. La risposta ai critici dei programmi governativi basati sulle "tre i" (impresa, inglese, internet) è arrivata da Antonio Palmieri, responsabile nazionale del dipartimento innovazione di Forza Italia, che nell'aprile 2002 ha dichiarato che chi si oppone all'iniziativa "e-Government per lo sviluppo" del Governo italiano "è oggettivamente un alleato della povertà". Nell'estate del 2003 l'Italia ospiterà la seconda conferenza europea sull'e-government, in occasione del suo semestre di presidenza dell'Ue, e il ministro dell'Innovazione e delle Tecnologie, Lucio Stanca, ha già annunciato che "una sezione della conferenza sarà dedicata ai paesi in via di sviluppo".

    Finora tutto si è risolto con molto fumo negli occhi, tante conferenze e proclami, ma pochi progetti concreti rivolti ai paesi impoveriti. L'unico risultato tangibile delle politiche di "governo elettronico" sostenute dalla maggioranza attualmente in carica è la creazione in Italia dell'"eGovernment Competence Center", un centro assistenza con cui Microsoft e Hewlett-Packard si propongono come consulenti "super partes", offrendo formazione e assistenza gratuita alla pubblica amministrazione. Un tipo di consulenza, quello offerto da Microsoft e Hp, che lascia pochi
    dubbi su quali saranno i sistemi operativi e le soluzioni hardware "consigliate" agli enti locali interessati a rinnovare le proprie strutture informatiche.

    E la società civile? Si sta preparando al "Summit Mondiale della Società dell'Informazione" (WSIS, World Summit on Information Society), organizzato dall'ITU (International Telecommunication Union), l'"Onu delle Telecomunicazioni". Questa conferenza globale si svolgerà a Ginevra dal 10
    al 12 dicembre prossimi, dopo una serie di tre riunioni preparatorie. Il vertice prevede ufficialmente la presenza della società civile e delle Ong, ma di fatto molti dei lavori preparatori si stanno svolgendo a porte chiuse, e da questo bisogno frustrato di partecipazione è nata la campagna CRIS, (Communication Rights in the Information Society - Diritti alla Comunicazione nella Società dell'Informazione). I promotori della campagna hanno un obiettivo molto chiaro: "fare in modo che i diritti della comunicazione siano centrali nella società dell'informazione e durante i lavori del Wsis". Secondo gli attivisti della campagna Cris il diritto a comunicare è uno strumento "per promuovere i diritti umani e per rafforzare la vita culturale, economica e sociale dei popoli". A Ginevra si giocherà tra pochi mesi la partita tra gli interessi economici delle multinazionali e le proposte della società civile planetaria, e il livello di vigilanza dell'opinione pubblica sul summit mondiale di Ginevra sarà il fattore chiave in grado di fare la differenza tra un villaggio globale aperto a tutti e un villaggio semplicemente globalizzato, che rinuncia alla logica inclusiva della rete per abbracciare la logica penalizzante del profitto.

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