Le parole di Umberto Eco e il destino dei social network

Dall'invasione degli imbecilli all'oblio digitale

I social network danno "diritto di parola a legioni di imbecilli che prima parlavano solo al bar". Ma offrono davvero un palcoscenico pari a quello dei premi Nobel? Non è proprio così. Se Umberto Eco avesse studiato i meccanismi di indicizzazione dei contenuti su Internet, si sarebbe ricreduto.
30 ottobre 2024

"I social network danno diritto di parola a legioni di imbecilli", disse con sarcasmo Umberto Eco. Umberto Eco

Questa sua dichiarazione, pronunciata durante la cerimonia di conferimento della laurea honoris causa in “Comunicazione e Cultura dei media” presso l’Università di Torino, sottolineava come i social network abbiano amplificato voci un tempo circoscritte a spazi privati, ad esempio i bar, dove dove si parlava "dopo due o tre bicchieri di rosso", senza danneggiare la collettività. Umberto Eco denunciava così la possibilità che le opinioni si potessero moltiplicare senza filtro né approfondimento, accrescendo il caos informativo e oscurando i contenuti di valore.

Ma a distanza di anni dalle parole di Eco, il destino dei social network sembra aver preso una piega diversa, allineandosi a una sorta di selezione naturale che il web ha autonomamente instaurato: gran parte dei contenuti diffusi sulle piattaforme social, infatti, è destinata all’oblio digitale. I motori di ricerca come Google, infatti, non indicizzano la quasi totalità dei post social. Ciò significa che gran parte di ciò che viene condiviso con tanto fervore sui social non diventerà mai parte della “memoria storica” del web. I contenuti dei social network non vengono "indicizzati", tranne eccezioni riservate agli influencer, a esponenti politici e personaggi noti. I post in massima parte non sono rintracciabili tramite i motori di ricerca. La quasi totale mancanza di indicizzazione li condanna a un’esistenza effimera, visibile a un pubblico limitato e, col tempo, destinata a dissolversi nell'oscurità digitale.

Si creano così due classi di persone: quelle che lasciano una memoria digitale permanente e quelli che non lasciano nulla nella memoria del web. 

Questo “oblio” fa emergere una distinzione fondamentale: mentre il web aperto si sforza di conservare e organizzare le informazioni rilevanti, i social restano isole di estemporaneità e di conversazioni fugaci. Di conseguenza, tutto ciò che non lascia traccia in quel complesso ecosistema digitale destinato alla memoria si estingue rapidamente. Il post è indentificato da un indirizzo web ma se nessuno lo conserva sarà quasi impossibile risalire al post. E si perderà nel nulla.

Paradossalmente, proprio quella degenerazione di cui Eco parlava – che dà la stessa voce al Premio Nobel e al commentatore che sui social scrive la prima cosa che gli passa per la testa – è stata “contenuta” da Internet che “dimentica” i contenuti non indicizzati dagli algoritmi di organizzazione della memoria digitale.

Forse Eco avrebbe sorriso all'idea che nel web abbiano trovato un modo per tenere fuori dai suoi archivi ufficiali gran parte delle opinioni senza costrutto, lasciandole scorrere come scia digitale effimera. Così, mentre il web aperto conserva e organizza conoscenze durature, i social network rimangono luoghi per conversazioni destinate a perdersi.

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