CyberCultura

Trashware: come mettere a braccetto tecnologia, software libero, solidarietà ed ecologia.

Sono oramai numerosi i gruppi di appassionati che riciclano i computer "vecchi" permettendo ad essi una nuova vita, e a chi li utilizzerà, spesso nei Paesi in via di sviluppo, un mezzo ancora attuale di alfabetizzazione informatica. E con un occhio di riguardo al rispetto dell'ambiente...
11 luglio 2004 - Roberto Del Bianco

E alla fine è risultata la classica punta dell'iceberg: è bastato l'avvio di una mailing list dedicata a loro, e la creazione di un sito web dedicato, a far balzare all'occhio l'esistenza di una moltitudine di gruppi di appassionati di informatica, e non solo.
Loro chi? Chiamarli spazzini della tecnologia, o volontari della promozione tecnologica e umana (o di una tecnologia a misura d'uomo), è sicuramente riduttivo. E non sono nemmeno solamente degli hackers dal cuore d'oro.
Mettiamo invece insieme tutto questo, condito magari dalla consapevolezza che spesso ciò che di tecnologico noi buttiamo via è frutto principalmente di una logica perversa che ha nel mercato dell'hardware e del software la sua origine. Ed ecco quindi apparire l'identikit di coloro di cui stiamo parlando, segno di un fenomeno per fortuna già piuttosto diffuso e indice di un più generale "movimento" delle idee, nella consapevolezza che la civiltà attuale porta in sé tutti gli attributi della sua decadenza, e che è necessario trovare altre strade oltre a un cambiamento radicale di mentalità per evitarne il collasso.

Partendo magari anche dai cari Piccì dismessi; quelli che solo due-tre anni fa erano per molti un impossibile oggetto del desiderio, e che vengono presto accantonati e sostituiti per far girare le ultime versioni dei programmi o del sistema operativo più famoso.
Computer che tuttavia, e parlo anche di vecchi "Pentium" con poche cifre di frequenza di clock, che - a patto di scegliere opportunamente il motore e le basi virtuali della loro intelligenza artificiale - possono nuovamente entrare con rispetto sulle scrivanie e soprattutto nei luoghi dove mai un PC di nuova generazione potrebbe entrarvi. Perché - è ovvio - interi Paesi specie nel Sud del mondo, non potrebbero permettersi certi lussi - a meno che lo stesso "zio Bill" non vi pensi, contribuendo però a ulteriori meccanismi di dipendenza di interi continenti dall'economia del mondo occidentale.

E allora ecco all'opera gli amici del "trashware"; che adesso hanno potuto finalmente ritrovarsi assieme, contarsi e intrecciare storie ed esperienze. Con il solito ma efficace sistema della mailing list, che in questo caso è ospitata dalla "casa" degli appassionati di Linux, e che si raggiunge all'indirizzo trashware@lists.linux.it , previa iscrizione (come per ogni mailing list che si rispetti) partendo dalla pagina http://lists.linux.it/listinfo/trashware.
Di recente ha poi preso vita il sito web di riferimento, http://trashware.linux.it, ancora in fase di sviluppo ma già con la "conta" dei gruppi interessati in ordine di regione di appartenenza.
Altre pagine mano a mano arriveranno; è comunque già presente la soddisfazione per l'interesse che l'iniziativa di avvio della mailing list ha suscitato negli organizzatori. E, questo lo dico io, soddisfazione anche da parte di quanti, nel variegato arcipelago dei movimenti di base per la "costruzione di un mondo nuovo", possono adesso scoprire (e magari contribuirvi) le possibilità di recupero di materiale tecnologico spesso ancora quasi nuovo ma già portato nelle discariche. Pochi mesi fa leggevo la preoccupata indagine di un gruppo di studio delle Nazioni Unite sull'impatto ambientale dei computer, sia nella produzione che nel loro smaltimento; riciclarne almeno una parte, render loro nuova vita con programmi liberi, portare il frutto di questa attività in luoghi altrimenti esclusi dall'informatica, è cosa che sicuramente "fa del bene". All'ambiente, ai destinatari di queste operazioni, alla maturazione degli individui e dei gruppi nella consapevolezza che, se "il mondo è nostro", ne siamo tutti responsabili della sua (e quindi nostra) sopravvivenza.

Un piccolo contributo al grande problema del pianeta. Però uno tra tanti, e, nel caso specifico del recupero, una scelta che appare vincente.

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