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Il gran giorno della manifestazione è arrivato. Pur con tutti i se e i ma possibili e (forse) auspicabili la convocazione di Assisi si è svolta. A poche ore dalla conclusione un dato appare chiaro, netto e condivisibile: la pomposa e roboante comunità internazionale(l'ONU, l'Unione Europea e quant'altro li segue) non può ancora una volta rimanere inerte, deve muoversi. Mai nei suoi decenni di storia l'Europa ha realizzato una grande iniziativa di vera politica estera. Nel 1995 il mai troppo compianto Alexander Langer espressamente scrisse "L'Europa muore o nasce a Sarajevo". Il convitato rimase di pietra. Sabra e Chatila, Rwanda, Sarajevo, Tuzla, Sebrenica, tanti i momenti in cui l'ONU è rimasta spettatrice passiva, salvo poi intervenire male e tardi. Sarebbe finalmente auspicabile che si inauguri una storia diversa, che il passato non si ripeta e possa affermarsi una iniziativa seria, reale, forte, decisiva della comunità internazionale, roboante anche nei fatti e non solo nelle foreste di carta accumulata seduti nelle comode e soffici poltrone del Palazzo di Vetro. Poche settimane prima di fermare la propria vita e di essere schiacciato dalla disperazione, il buono e giusto Alexander Langer arrivò ad accettare un intervento armato della NATO in Jugoslavia purché si disarmasse Milosevic, si impedissero nuove Tuzla(e mentre le lacrime erano ancora calde arrivò il massacro di Sebrenica) e si spezzasse l'ormai triennale assedio di Sarajevo. Sono passati 11 anni ma sembra non sia cambiato nulla. In Medio Oriente non è più tempo delle parole, è ora di agire. Fermare l'escalation del conflitto, far cessare le sofferenze dei popoli libanese, palestinese ed israeliano è un imperativo da cui non si può esimere. Il finale resta lo stesso del 1995: allora era la NATO, oggi sono i caschi blu. Purché si agisca si accetta un intervento armato.
Ma questo non può essere l'approdo conclusivo, la meta finale dell'agire pacifista. Accettare l'intervento dei Caschi Blu e fermarsi acquietati e tranquilli(tanto ormai ci sono loro, è tutto a posto) sarebbe il più grande degli errori. Le dure, apparendo anche in alcuni momenti esageratamente amare nei toni e nei contenuti accusatori, parole di Peppe Sini sono duro monito. Il militarismo e la nonviolenza, le armi e la Pace non possono camminare sugli stessi sentieri. I sentieri di Isaia non sono gli stessi di Marte. Lo ha ribadito don Fabio Corazzina, coordinatore nazionale di Pax Christi: la scelta militare è una "scelta deludente", impedisce e soffoca la crescita di reali alternative nonviolente. Diminuire (se non eliminare del tutto) le spese militari, puntare sugli strumenti della nonviolenza per risolvere i conflitti(interposizione non armata, disarmo, iniziativa politica, dialogo, mediazione, caschi bianchi, ...), destinare i fondi spesi in armamenti ad investimenti sociali e solidali è stato l'impegno pacifista di questi anni. Davanti alla scelta di oggi tutto questo viene sconfessato. E su questo si innestano le gravissime parole del Ministro degli Esteri Massimo D'Alema. "Se la missione in Libano riesce schieriamo i caschi blu anche a Gaza". Parole gravissime che purtroppo sono passate sotto silenzio. Il trionfo del militarismo al massimo livello, la sua totale affermazione. Ma un altro concetto espresso rende le sue parole gravissime e azzardate: "Se la missione riesce ...", e se non riuscisse? Muoiono tutti?! Ci si rende conto che si sta parlando di vite umane, o si pensa di giocare al casinò di Venezia?
Disarmare le parti in conflitto, fermare l'escalation bellica, far cessare le sofferenze delle popolazioni civili, ricostruire le infrastrutture distrutte, costruire un avvenire di Pace vera. Gli eserciti, l'opzione armata, non possono essere la strada da preferire, da percorrere in via privilegiata, per realizzare obiettivi così nobili e alti. Come si può ricostruire un tessuto civile con i soldati, scardinare la follia di una guerra armi in pugno? Negli anni Ottanta il Mozambico fu teatro di una terribile guerra civile. La guerra si concluse grazie all'attività diplomatica della Comunità di Sant'Egidio. L'associazione romana mediando tra le parti in conflitto riuscì ad ottenere una tregua. Subito dopo le convocò a Roma. Dopo due anni e mezzo di trattative serrate i vecchi nemici si sono stretti la mano, si sono guardati in viso e hanno riconosciuto di avere un progetto in comune: il futuro del Mozambico(è Andrea Riccardi, fondatore della comunità, ha testimoniarlo). Hanno scritto la Pace.
Nelle scorse settimane una dura denuncia di Amnesty International, la storica associazione per la promozione dei diritti umani impegnata nella Rete Italiana per il Disarmo, lo ha ricordato. L'Italia è tra i principali esportatori di armi e materiale bellico contemporaneamente verso Siria, Libano ed Israele. Chiediamolo quindi con forza, facciamone un punto cardine dell'agire per la Pace: cessi la vendita degli strumenti di morte, si fermi questo mercato assurdo. Come possiamo parlare di disarmo se siamo i principali armatori?
In un articolo a pagina 2 de "Il Manifesto" di sabato scorso Tommaso Di Francesco titolava il suo articolo "Dove sono i pacifisti?". La tesi sostenuta era tanto semplice quanto lineare: i pacifisti in Libano non si muovono in Libano, l'ONU vuol invece mandare i Caschi Blu, sosteniamolo dunque. Tralasciamo pure che l'assunto di Di Francesco sull'inerzia pacifista rappresenta al massimo una verità parziale, la tragica morte di Angelo Frammartino e la missione di associazioni e ong delle settimane scorse fanno giustizia. Ma non è questo il punto più importante. Negli Anni Novanta, anche quando ci si arrese all'intervento NATO, il movimento per la Pace non è mai stato inerte o solo "manifestaiolo". Mir Sada, i Caschi Bianchi sui ponti bombardati( e un dolce, tenero e commovente ricordo corre a Gabriele Maria Locatelli e don Tonino Bello, allora in prima fila e oggi non più tra noi), il sostegno alla resistenza nonviolenta della società civile, i volontari impegnati nel sollievo e nel sostegno alle popolazioni civili(e per ricostruire il Libano, per Gaza, non è questo ad essere indispensabile?), I Care, Io vado a Pristina, le Ambasciate di Pace ideate e portate avanti da Alberto L'Abate. Quante iniziative, quanto impegno, quanta testimonianza nonviolenta. Infiniti percorsi di Pace ... Cosa è rimasto oggi? Quali di questi fecondi frutti all'orizzonte? Nulla, assolutamente nulla. Eppure negli anni Novanta tutto è stato sostenuto solo dall'entusiamo e dalla dedizione volontari. 10 anni dopo abbiamo in mano uno strumento molto più importante per rendere strutturale e rafforzare l'impegno nonviolento. Ma a quanto pare solo Mosaico di Pace nei mesi scorsi si è accorto che l'Italia ha un Comitato Consultivo per la Difesa Civile Non Armata e Non violenta, pienamente operativo e attivo. Dalla rocca di Assisi invece giunge solo un flebile acquietarsi davanti all'ennesimo intervento armato, al rilancio del militarismo e delle armi.
Abbiamo urlato, dichiarato, annunciato in questi anni "Mai più eserciti e guerre!". Era un impegno, una richiesta pressante che varie volte è arrivato anche dal colle di Assisi. Stavamo forse scherzando? Era forse tutto un gioco?

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