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Libia: dichiarazioni sconnesse per nascondere le immagini dell’Italia in guerra.

Napoli è la base del coordinamento delle azioni militari in Libia eppure gli italiani stentano a capire il ruolo dell’Italia in questa guerra, si domandano se si può chiamare guerra e non hanno mai visto una immagine di un aereo italiano che bombarda il territorio libico.
7 maggio 2011 - Rossana De Simone

28 marzo 2011 Comando Nato JFC Napoli: dalla base Nato di Bagnoli il Generale di divisione Charles Bouchard, capo dell’Operazione “Unified Protector”, ringrazia l’Italia e soprattutto Napoli per il suo importante ruolo strategico all’interno della Nato.

conferenza stampa

Napoli è la base del coordinamento delle azioni militari in Libia eppure gli italiani stentano a capire il ruolo dell’Italia in questa guerra, si domandano se si può chiamare guerra e non hanno mai visto una immagine di un aereo italiano che bombarda il territorio libico. 

In un articolo apparso su Affari Internazionali, Natalino Ronzitti, professore di Diritto Internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell’Università Luiss ''Guido Carli'' di Roma e consigliere scientifico dell’Istituto Affari Internazionali, scrive che l’articolo 11 della Costituzione italiana proibisce solo la guerra di aggressione, e che quella in Libia non è una guerra di aggressione ma un’azione militare definita “responsabilità di protezione” ( responsibility to protect).

“La partecipazione all’azione militare contro la Libia, dovendosi svolgere nei limiti imposti dalla risoluzione 1973, non può neppure essere tecnicamente definita come guerra, nozione ormai giuridicamente superata, ma comunque caratterizzata da un uso macroscopico della forza armata”. 

Non essendo una guerra il controllo parlamentare è solo “un controllo politico e non una formale autorizzazione all’esecutivo ad intraprendere un’azione, come implica invece la delibera assunta dalle Camere in virtù dell’art. 78 in merito alla partecipazione ad una guerra” e deve avere per oggetto solo la condotta del governo in relazione ai paletti imposti dalla risoluzione 1973. Un controllo deve esserci perché non si possono ripetere le violazioni avvenute da altri durante l’intervento in Kosovo. “Convenuto in giudizio dinanzi alla Corte europea dei diritti dell’uomo, il governo italiano, per escludere ogni responsabilità derivante dal bombardamento della radio-televisione di Belgrado da parte di aerei decollati dal territorio italiano, dichiarò di non essere a conoscenza dei piani di attacco e che un’analisi del sistema decisionale della Nato non aveva rivelato alcuna partecipazione dell’Italia alla selezione dei vari obiettivi!”. 

Diversamente Massimo D’Alema ammette che aveva già concordato in sede Nato tutti i particolari dell’attacco aereo alla Serbia  che avrebbe dovuto innanzitutto colpire la capitale Belgrado e la seconda città del paese Novi Sad. Da un intervista a Massimo D’Alema a il Riformista: 

Domanda: A metà aprile crescono i cosiddetti “danni collaterali” dei bombardamenti. Quando i caccia americani colpiscono la sede della tv serba lei è appunto a Washington per il cinquantesimo anniversario della Nato. Dini, indignato, protesta energicamente con gli americani. Lei lo smentisce: “Non si può stare a discutere ogni singolo bersaglio”.

Risposta: In realtà, lo facevamo sempre, ma in modo riservato. Non potevamo fare polemica pubblica, perché questo avrebbe solo rafforzato Milosevic.

http://www.massimodalema.it/documenti/documenti/dett_dalema.asp?id_doc=2615 

Danilo Zolo, già professore di Filosofia del diritto e di Filosofia del diritto internazionale nella Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Firenze, e Visiting Fellow nelle università di Cambridge, Pittsburgh, Harvard e Princeton, ha sostenuto che “la risoluzione 1973 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite è priva di fondamento sul piano del diritto internazionale” e che il comma 7 dell’art. 2 della Carta delle Nazioni Unite esclude che l’ONU possa intervenire nelle vicende interne di uno Stato tantomeno in presenza di una guerra civile in atto. Anche la NATO non ha competenza in materia e “non può usare la forza al servizio delle Nazioni Unite senza un’esplicita decisione del Consiglio di sicurezza”.

Il solo compito delle Nazioni Unite è di “imporre il No-Fly Zone, ciò che non comporta minimamente il bombardamento di città, di paesi, di rifugi sotterranei etc., e l’uccisione di persone indifese”. Per quanto riguarda l’Italia L’art.11 della Costituzione si esprime chiaramente contro la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali e l’art. 52 legittima l’uso della forza soltanto in “difesa della patria”. Inoltre l’art. 78 stabilisce che nel caso dello scoppio di una guerra le Camere devono formalmente deliberare “lo stato di guerra” e attribuire al Governo i poteri necessari, mentre  l’art. 87 prescrive che sia il Presidente della Repubblica a dichiarare formalmente lo stato di guerra deliberato dalla Camere. 

Natalino Ronzitti  invece sostiene non solo che quella in Libia non è tecnicamente una guerra, ma che il Parlamento ha solo un ruolo di controllo circa la condotta di tali missioni e non decisionale in merito a tale operazioni.

Di fatto la Risoluzione Ruffino del 2001, quella per cui il Capo dello Stato deve essere consultato preventivamente all’assunzione di qualsiasi decisione inerente l’intervento militare, sostiene che lo stesso Governo deve acquisire l’autorizzazione delle Camere per concedere basi, mezzi e personale militare per le missioni multinazionali. 

A questo punto due domande sorgono immediatamente: è stato il riconoscimento italiano del Consiglio nazionale di transizione libico come unico interlocutore legittimo della Libia per le relazioni bilaterali (e l’invio di  addestratori presso i ribelli libici), l’azione che ha determinato non solo la caduta delle limitazioni imposte agli aerei italiani che ora possono anche bombardare e ancora, vi è l’applicazione del Codice penale militare di guerra per i marinai e i piloti impegnati? 

Nell’operazione Enduring Freedom fu prevista l’applicazione del Codice penale militare di guerra al personale impiegato prevedendo l’applicazione delle disposizioni del Codice stesso in ogni caso di conflitto armato, indipendentemente dalla dichiarazione dello stato di guerra.

http://www.senato.it/documenti/repository/dossier/studi/2010/Dossier_249_Vol_I.pdf 

Immediatamente dopo la votazione della Risoluzione 1973 delle Nazioni Unite che sancisce l’istituzione di una No Fly Zone sopra la Libia, il 19 marzo la Francia ordina un attacco coordinato alle Forze armate libiche e l’Italia entra a pieno titolo nella “Odyssey Dawn”, l’Alba dell’Odissea,  mettendo a disposizione del comando statunitense US AFRICOM basi ed aerei. 

Il 20 marzo vengono divulgate notizie discordanti circa l’effettuazione di una operazione combat con lancio di missili HARM dai quattro Tornado italiani ECR impiegati contro installazioni libiche.

Libia: i tornado italiani hanno lanciato missili oppure no?

http://tg24.sky.it/tg24/mondo/2011/03/21/libia_italia_tornado_attacco_missione_odissea_alll_alba.html 

Odyssey Dawn continua con pesanti attacchi missilistici distruggendo tutti gli aerei dell’aviazione di Gheddafi, basi, depositi di munizioni, forze terrestri, centri considerati di comando e controllo ma anche i bunker dove si ritiene risieda Gheddafi.

Il 31 marzo la NATO prende il comando delle missioni e Unified Protector subentra ad Odyssey Dawn che non era riuscita a garantire una unità politica dell’intervento.

Dall’inizio dell'operazione NATO al 6 maggio ci sono state 5.510 sortite di cui 2.204 di attacco. 

La finalità della guerra fra il detto e il non detto. 

Il 1 maggio una bomba lanciata dalla coalizione a Tripoli uccide il figlio di Muammar Gheddafi, Saif al Arab di 29 anni e tre dei suoi nipoti.

bombardamento in cui è rimasto ucciso un figlio di Gheddafi e tre nipoti

La loro uccisione mette in discussione la legalità degli attacchi della Nato contro la Libia. Secondo il portavoce del governo libico, Moussa Ibrahim, l’obiettivo dell’Alleanza atlantica è chiaro: ovvero uccidere il rais. La Nato ha smentito tale dichiarazione, affermando di non aver mai mirato a colpire persone ma solo strutture militari. I bombardamenti della Nato continuano a suscitare critiche da parte di numerosi paesi fra cui la Russia che ha condannato lo spropositato uso della forza della coalizione, sottolineando che in questo modo si stanno provocando vittime anche fra i civili; il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, che ha detto che non ci sono dubbi sul fatto che l’Alleanza voglia uccidere Gheddafi, e in qualsiasi modo si voglia definire la missione, si tratta comunque di un omicidio; e la Cina che ha dichiarato che l’operazione sta andando oltre i limiti della risoluzione Onu. 

L’Italia, attraverso il premier Berlusconi e i suoi ministri della Difesa e degli Esteri, continua con le versioni diverse e discordanti, le bugie, i silenzi e le farneticanti dichiarazioni : "Se hanno volutamente assassinato il figlio di Gheddafi si tratterebbe di un fatto gravissimo perché  l'omicidio non rientra fra gli obiettivi della missione alleata”.

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