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Intervento scritto inviato al Convegno nazionale di Taranto del 20 novembre 2004

La NATO di Ciampi, quella di Martino e la nostra lotta

La mobilitazione contro le basi USA ed americane deve tornare ad essere centrale, soprattutto in città come Napoli e Taranto che sembrano essere diventate i simboli della nuova strategia del Pentagono.
21 novembre 2004 - CORRISPONDENZE METROPOLITANE (Collettivo di controinformazione e d'inchiesta)

Sia il Presidente della Repubblica che il Ministro della difesa sono
intervenuti nel corso della cinquantesima sessione dell'Assemblea
parlamentare della NATO, tenutasi a Venezia nei giorni scorsi. Il primo, in
verita, non è stato presente fisicamente ma ha inviato un messaggio, laddove
il secondo ha raggiunto quell'assise nella giornata di domenica 14 novembre.
Ora, secondo noi è necessario indagare i punti di vista - per molti versi
differenti - espressi dalle due figure istituzionali in questione. Ciò
perché rimandano ai due modi di pensare i termini della alleanza
politico-militare tra i paesi occidentali e della cosiddetta "lotta al
terrorismo" più diffusi tra le classi dirigenti dei paesi occidentali.
Ma entriamo nel merito.
Ciampi ha sostanzialmente posto l'accento sulla NATO come simbolo della
unità tra Europa e USA, sede cui fare riferimento nella gestione di
qualsiasi crisi internazionale. E' ovvio che - nell'ottica dell'inquilino
del Quirinale - la cosa essenziale è che gli States non facciano da soli,
che rinuncino a quell'unilateralismo che, in realtà, la sostituzione di
Colin Powell con la Rice alla guida del Dipartimento di Stato non fa che
confermare.
Ora, da parte dei nuovisti a stelle e strisce presenti su alcuni quotidiani
italiani (si pensi a Il Foglio), la posizione di Ciampi potrebbe essere
letta come inadeguata, nel momento in cui i neocons lanciano una sfida,
ovvero un nuovo modo di gestire il pianeta. Ma forse le cose non stanno
così. La visione ciampiana, basata sui tradizionali pilastri del glorioso
occidente - cioè sulla NATO, come già detto, e sull'ONU - tiene più conto
del nuovo che avanza di quanto non sembri.
Il fatto è che di questo nuovo vento che attraversa il pianeta - che è poi
dato da quel ritorno alle forme più esplicite di colonialismo di cui la
vicenda iracheno è esempio eclatante - Ciampi vede soprattutto il lato
europeo.
Il lato che coincide, cioè, con la definizione dell'UE in quanto soggetto
politico, dotato di una propria Costituzione ed in prospettiva pure di un
esercito. In sostanza, Ciampi fa riferimento ad una Europa almeno in potenza
capace di pesare di più nelle vicende internazionali, di portare avanti con
gli States imprese militari per "pacificare" tutte le aree dove la
penetrazione economica e la politica di rapina dell'Occidente trovino
ostacoli.
Ora, ad una Europa siffatta è chiaro che fanno comodo sedi comuni in cui si
arrivi a cementare la nuova unità dell'Occidente, perché in esse l'UE
potrebbe avere più forza che in passato, riducendovi non di poco
l'inevitabile preponderanza degli USA: Certo, Washington - come vedremo -
vuole modificare la funzione della NATO, ma essa rimane comunque un ambito
"collegiale" come ha dimostrato la gestione della cosiddetta guerra
umanitaria contro la Serbia del 1999, che ha escluso passaggi - si pensi
all'attacco via terra vagheggiato dalla Albright - che l'avrebbero
trasformata in guerra americana tout court. Eppoi, gli europei in future
missioni comuni sarebbero presenti sia perché interni alla NATO, sia perché
dotati di una forza propria seppure raccordata all'Alleanza Atlantica.
Per questi motivi Ciampi - che nel messaggio di cui stiamo parlando ha detto
che la NATO "trarrà rinnovato vigore da un'Europa più autorevole" - ritiene
che l'Alleanza non debba mai esser scavalcata. Di più, dal suo punto di
vista, se le imprese della NATO sono anche avallate dall'ONU, si dà luogo a
quel concerto delle potenze che oggi si suole chiamare multilateralismo. Non
a caso, il Presidente della Repubblica ha proposto che vi sia un seggio
permanente dell'UE nel Consiglio di Sicurezza dell'ONU. Ora, tale istanza
non avrà seguito, perché c'è chi, come la Germania, vorrebbe piuttosto un
seggio tutto per sé, ma il suo senso risulta chiaro alla luce di quanto già
esposto e conferma nell'ex governatore della Banca d'Italia l'innovatore che
sogna un imperialismo europeo capace di imporsi sulla scena internazionale.
Ora, può sembrare una forzatura accostare ad un disegno così ben calibrato,
il discorso fatto all'Assemblea parlamentare della Nato dal Ministro della
difesa italiano. Anche perché, considerazioni analoghe a quelle di Martino -
a partire dalla critica ai governi europei, meno sensibili degli States al
problema del "terrorismo" - sono state svolte in quell'assise dal Presidente
del Senato, in modi peraltro pi˜ raffinati. In realtà, però, proprio qui sta
il punto. La proverbiale rozzezza di Antonio Martino, la sua esplicita
sudditanza nei confronti della elaborazione dei neocons statunitensi,
addirittura la soggezione nei confronti di Donald Rumsfeld, rendono il suo
discorso rivelatore. Ne fanno, cioé, una pedissequa ripetizione del verbo
dei filo-americani d'Europa, senza gli accenti creativi e i toni sfumati del
già citato Marcello Pera.
Si pensi al fatto che Martino ha ribadito il pericolo rappresentato dalla
Corea del Nord e dall'Iran in quanto potenze nucleari, dimostrando di
condividere i prossimi obiettivi dell'imperialismo USA: e si consideri,
ancora, che il nostro ha ribadito la validitý della dottrina della guerra
preventiva. Ma la filosofia della Casa Bianca Martino la abbraccia
completamente anche per quello che riguarda il futuro del Patto Atlantico.
Ora, si sa che la NATO non è stata sempre tenuta in grande considerazione
dai neocons. Essendo un ambito in qualche modo plurale e dove le potenze
europee hanno voce in capitolo, lo si è scavalcato ben volentieri
nell'avviare, nel marzo 2003, l'aggressione all'Iraq. Però, in Iraq si sono
incontrate ed ancora si incontrano notevoli difficoltà. Dovute all'ostilità
del grosso della popolazione, insofferente nei confronti di una occupazione
dall'evidente carattere coloniale, nonché dall'azione di una resistenza
armata. La quale, piaccia o non piaccia alla stampa di sinistra italiana,
costituisce oggi uno dei principali ostacoli incontrati dalla macchina
bellica americana, un fattore che impedisce l'avvio di nuove imprese
militari, come quella contro l'Iran, sul piano propagandistico già preparata
da tempo.
I problemi di cui stiamo parlando, suggeriscono agli USA di recuperare la
NATO, di fare riferimento anche a questa stabile alleanza e non solo ad
aggregazioni legate alle singole operazioni belliche, come quella coalizione
dei volenterosi di cui Washington ha la direzione incontrastata.
Finora, quel che si è ottenuto, però, è l'impegno della NATO ad addestrare
almeno un migliaio di ufficiali iracheni che useranno il loro nuovo sapere
per stroncare qualsiasi forma di opposizione nel loro paese. Il che, dal
punto di vista statunitense, non è un gran risultato ma francamente non era
facile avere di più. La missione irachena è troppo a stelle e a strisce: non
sfugge a nessuno, in sostanza, che tra le sue motivazioni di fondo vi è la
necessità americana di mantenere e rafforzare l'egemonia su un'area - il
Medio Oriente - in cui negli ultimi anni forte è stato l'attivismo politico
ed economico dell'UE.
Perciò, la NATO non salverà le sorti della operazione USA in Mesopotamia.
Però non è escluso che di essa non si possa far uso in futuro, per dare una
parvenza di missioni dell'occidente unito alle prossime scorribande
americane. Perché ciò sia possibile, occorre riconfigurare l'assetto
dell'Alleanza.
Come?
Lo spiega propria Antonio Martino nell'intervento che stiamo analizzando. Il
Patto Atlantico non deve più limitarsi alla difesa militare, assolvendo
sempre più la sua funzione di alleanza politica e diplomatica. Un'alleanza
che riguarda un'area immensa, tale da andare dall'Alaska alla Siberia e che
quindi può avere un raggio d'azione illimitato.
In sostanza, dev'essere proprio la NATO, più ancora che quell'ONU rispetto
alla quale i neocons non hanno sciolto le riserve, il luogo dove rinsaldare
i legami interni al presunto "campo del bene", cioé all'Occidente. Però, il
tutto non rimanda all'ottica almeno tendenzialmente paritaria auspicata dai
governi europei. Si badi al fatto che, nel discorso di Martino, non è
prioritario il richiamo all'UE in quanto soggetto politico, anzi si può dire
che la costruzione europea quasi si dissolve nella nozione di Occidente.
Certo, si potrebbe continuare ad obiettare che i principali paesi europei,
quelli più impegnati nel processo di integrazione continentale, nella NATO
ci sono, hanno ancora un qualche peso ed hanno dimostrato - proprio in
relazione alla vicenda irachena - di non possedere una vocazione remissiva.
La stessa spinta a coniugare l'aspetto di alleanza politica, con quello di
istanza militare in grado - più che in passato - di dispiegare rapidamente
gli apparati militari ovunque, di per sé non garantisce la NATO da frizioni
interne. Facciamo un esempio, che rimanda all'interesse che l'ultima
Assemblea Parlamentare ha dimostrato verso le vicende africane. E' ormai
noto che nel continente più martoriato del pianeta c'è una chiara
competizione tra USA e Francia per avere il dominio su terre ricche di
risorse. Si pensi al fatto che Parigi, in Costa d'Avorio, conduce un
intervento militare che - ufficialmente presentato come tentativo di
stabilizzare un paese dilaniato dallo scontro tra due fazioni - ha in realtà
il fine di mantenere un avamposto importante nel continente, utile ad
arginare il concorrente americano.
Ora, come si accennava, il teatro africano è stato preso seriamente in
considerazione nell'Assemblea di Venezia, parlando della possibilità di
portarvi avanti interventi tali da "prevenire" le crisi. C'è da chiedersi se
questi interventi non possano essere interpretati dalla Francia come
un'ingerenza negli affari propri e c'è da aspettarsi una sua attività di
interdizione, in sede NATO, verso operazioni troppo legate agli interessi
statunitensi.
Dunque, la NATO disegnata da Martino, istanza di raccordo dell'occidente che
può anche prescindere dall'ONU, che può intervenire ovunque, superando i
suoi tradizionali confini geografici e obiettivi "difensivi", sembra
destinata ad un cammino irto di difficoltà.
Però, gli americani hanno pensato la mossa che potrebbe portare al
superamento di alcuni problemi. Se gli europei lavorano alla creazione di un
proprio esercito, loro soldati e basi al proprio diretto comando, già li
hanno in tutto il mondo. E li stanno trasferendo in funzione delle "nuove
emergenze", in un movimento che procede simultaneamente rispetto alla
complessiva trasformazione del Patto Atlantico.
Così, mentre Martino sottolinea - con evidente riferimento al Medio Oriente
- il ruolo della NATO nel Mediterraneo, mentre a Venezia si auspicano
interventi in Africa, il comando della U.S. Navy di sposta da Londra a
Napoli. E a Taranto, dove già vi sono due basi militari, una della Marina
italiana e l'altra della NATO, si progetta di militarizzare ulteriormente la
città. Costruendo un'altra base, questa volta a comando americano.
Per non dire di ciò che accade nel resto dell'Europa. Si dice che non c'è
più il nemico sovietico e che è necessario abbandonare, almeno in parte, le
postazioni tedesche. Ma nello stesso tempo ci si proietta ad est con pi˜
forza, progettando basi americane in paesi che ormai rientrano nell'orbita
USA, come la Bulgaria, la Polonia e la Romania. E' chiaro che da un lato si
cerca di rendere permanente ed organico l'alleanza subalterna di questi
paesi con gli States. Dall'altro si mira al Caucaso e al controllo di
regioni asiatiche che sono anche oggetto della attenzione della Russia.
Ora, questo sommovimento si lega, a medio termine, alla necessità di
coinvolgere le altre potenze occidentali in guerre che non saranno
smaccatamente unilaterali, contemplando la possibilità di una stretta
cooperazione tra la nuova NATO e un apparato militare statunitense
dispiegato, nel pianeta, in modo diverso dal passato.
I modi per far collaborare insieme i due comandi - quello collegiale e
quello legato al Pentagono - gli USA li studieranno di volta in volta, anche
se non mancheranno frizioni e problemi con i paesi che sostengono la
costruzione europea.
Ma, a parte che vanno sempre studiati i loro scontri, le contraddizioni in
seno all'Occidente, noi che cosa possiamo fare sul piano operativo?
E' escluso, da parte nostra, uno schieramento per l'imperialismo europeo
contro quello americano. Tutto dobbiamo fare fuorché seguire le indicazioni
di Rita di Leo che, sulle colonne de Il Manifesto, denuncia le manovre
americane come interdizione al legittimo progetto di una difesa comune
europea.
Peraltro, se il terreno fosse questo, dovremmo rivedere tutte le nostre
posizioni, rivendicando l'orrore assoluto: la Belgrado distrutta dalle
"bombe umanitarie" del 1999. Sì, perché quella missione, era frutto di un
accordo fra Europa ed USA e venne portata avanti dalla vecchia NATO. Perciò
i più accesi sostenitori dell'imperialismo europeo, la considerano un
modello positivo da opporre senz'altro a quello negativo rappresentato
dall'Iraq.
Noi che invece ci siamo battuti con tutte le forze ad entrambe le guerre
imperialiste citate - ed anche a quella in Afganistan - dobbiamo sviluppare
un discorso diverso.
E' ovvio, la mobilitazione contro le basi USA ed americane deve tornare ad
essere centrale, soprattutto in città come Napoli e Taranto che sembrano
essere diventate i simboli della nuova strategia del Pentagono. Ma ciò si
deve riallacciare ad una sempre maggiore intelligenza della realtà che
abbiamo di fronte. Una realtà che comprende a un tempo l'assunzione, da
parte delle basi americane, di una nuova funzione, e il tentativo europeo di
dotarsi di una propria forza armata. Peraltro, anche questo aspetto della
questione (cioé il fatto che nascerà un autentico esercito europeo) ci
porta a riprendere un discorso lasciato da parte da un po' di tempo.
Infatti, l'UE non si potrà rafforzare a livello militare se non attraverso
l'aumento delle spese militari in tutti i paesi che ne fanno parte. Quindi,
paradossalmente, il che fare di questi giorni, rimanda ad obiettivi
tradizionali del movimento antagonista, come la lotta contro le basi
americane e NATO e contro le spese militari. Magari, quel che cambia, sono
alcune motivazioni. Nel senso che non dovremmo mai dimenticarci, nei nostri
volantini, nella quotidiana agitazione a livello territoriale, di ribadire
di essere contro tutti gli imperialismi!

Roma, 19 novembre 2004

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