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Stefano, ex para', lotta contro un linfoma

7 dicembre 2004

Una vista di Zakho, in Iraq, dove si svolse nel 1991 la Missione Airone Stefano è partito come "soldato di leva classe 1971" il 2 novembre 1990.
Fu incorporato in fanteria, perché non era stata accettata la sua richiesta per entrare nei paracadutisti, per un leggero soffio al cuore.
Durante il CAR rinnovò la richiesta, e si sottopose per la seconda volta alla visita che ebbe esito positivo. Il 10/12/90 fu trasferito alla scuola militare di paracadutismo di Pisa.

Mi ricordo che mi diceva: "Non voglio buttare via un anno, ho scelto il corpo dei parà per imparare qualcosa".
Finito il CAR venne a Siena, e il 13/5/91 partì per la missione di pace "Airone", destinazione Zakho, nell'Iraq settentrionale. Lo scopo della missione era costruire un ospedale da campo e fornire assistenza ai profughi. Scelse di partire, lo affascinava il fatto di poter essere utile, portare un segno di pace. Era talmente entusiasta che, malgrado io fossi terrorizzata da questa sua scelta, non spesi mai una sola parola per fermarlo, anzi lo ammiravo molto per il suo coraggio.
Non ricordiamo bene quanto sia stato nel Golfo, abbiamo smarrito il suo attestato, come minimo 40 giorni, un'esperienza bellissima, con alcune difficoltà, come la temperatura che arrivava spesso a 50°, la carenza di acqua da bere, il pericolo dei cecchini, ecc.
Mi racconta che vicino al campo c'erano molte carcasse di carri armati, a terra si trovavano dei proiettili grandi, li raccolsero più volte per osservarli, (magari erano proiettili contenenti Uranio Impoverito), c'erano anche le mine ed ogni tanto le facevano brillare.
Erano all'oscuro della tossicità dell'Uranio Impoverito, nessuno aveva mai parlato loro di questa sostanza.

Finì il militare, la nostra vita insieme tornò tranquilla come prima, e come tutte le coppie pensavamo al nostro futuro. Nel 98 dopo pochi mesi di convivenza rimasi incinta. Fu proprio nel primo mese di gravidanza che vidi una trasmissione televisiva dove si parlava delle numerose nascite di bambini con spina bifida, e guarda caso i padri erano tutti soldati americani che avevano partecipato alla guerra del Golfo.
Quello fu il mio primo campanello di allarme, decisi di fare l'amniocentesi. Dopo qualche mese (siamo già al 99) Stefano mi disse di avere una ghiandola all'inguine che gli dava fastidio; fece una visita ematologica e i dovuti esami del sangue, il risultato fu negativo però gli consigliarono di fare una ecografia, che non fece.

Nata la bambina, fu una nuova vita per noi, anche se il nodulino c'era sempre e dei giorni gli dava fastidio, ne' lui ne' io demmo più peso alla cosa.
Nel novembre 2001 nacque il mio secondogenito. Anche per questa gravidanza scelsi di fare l'amniocentesi. Questo esame costa molto, lo passano solo a chi supera i 37 anni di eta' o chi ha gia' in famiglia malattie genetiche.
Provai a parlare con il mio ginecologo dell'Uranio Impoverito e delle numerose nascite con spina bifida, ritenendomi una gravidanza a rischio contaminazione cercavo di farmi passare questo esame.
Provo' ad informarsi, ma mi venne risposto che ero la prima persona che faceva tale richiesta, e per potersi informare di tutte le pratiche burocratiche ed avere una risposta avrei passato il tempo limite per fare l'esame. Cosi' ho pagato 1.200.000 di lire per ogni gravidanza.

Dario, il figlio più piccolo aveva 8 mesi quando mio marito si sentì male.
Si svegliò a metà notte con un forte dolore alla gamba e alla vita, si fece visitare al pronto soccorso dove gli diagnosticarono una sciatalgia, gli fecero una puntura di antidolorifico dicendogli che in 30 minuti il dolore sarebbe sparito.
Non fu cosi', dopo un ora non riusciva più a camminare, urlava e piangeva dal dolore. Lo accompagnai di nuovo al pronto soccorso, dove fecero un'ecografia e videro questa grande massa (si parlò di ciste) all'inguine che comprimeva i vasi sanguigni e nervosi. Arrivarono a dargli la morfina per alleviare il dolore. Fu sottoposto a intervento chirurgico per fare una biopsia ed avere una diagnosi certa.
L'operazione fu lunga, non tolsero la massa tumorale perché era intrecciata a vari centri vitali e il rischio di morte era alto, presero solo il necessario per la biopsia.

La risposta fu: LINFOMA-NON-HODGKIN a grandi cellule.
Il peggiore, la percentuale di sopravvivere, mi disse il professore, e' del 18%. Fu terribile, non posso descrivere quel momento, non riesco a farlo, so solo che la mia vita e quella di Stefano è cambiata da quel preciso istante. Parlai subito con mio marito, dicendogli la verità, anche se mi costava molto, era giusto che lui decidesse come procedere.
Non riuscivo a trattenere le lacrime, lui stette ad ascoltarmi in silenzio fino alla mia ultima parola, poi disse: "Finalmente so contro chi devo combattere, vincerò, vincerò io, ma non voglio più vedere lacrime, io posso farcela, i miei figli sono piccoli voglio vederli crescere e li vedrò".

Non ho più pianto, e lui non ha mai ceduto, ha scelto dove curarsi, ha fatto un anno di chemioterapia, ma tutto rimaneva stabile, non migliorava.
Fece la raccolta di cellule staminali per fare il trapianto ma pochi giorni prima di entrare in ospedale gli fecero un'ecografia e videro che il linfoma si era ridotto più di 1 cm.
Avvenne il miracolo che tanto aspettavamo, i dottori rimasero spiazzati, il trapianto non fu fatto. Il professor Lauria si riunì più volte con gli altri dottori, chiese un consulto al chirurgo.
Da quel momento, i dottori non sanno spiegarsi cosa sia successo, Stefano fa il controllo ogni 3 mesi, ma le dimensioni sono stabili, si sospetta che sia necrofizzato.
Lui è sempre stato convinto di guarire, non si è mai sentito malato, mi ricordo che nel periodo della terapia tutte le sere portava i bambini in bici. Quando ha cominciato a perdere i capelli, aveva paura che Sara, la figlia più grande, capisse qualcosa, allora si faceva rasare da me mentre i bambini guardavano, e diceva: "Questi capelli mi fanno caldo tagliali tutti".
Era tutto messo come un gioco, tanto sta che in quel periodo, ci tagliammo tutti i capelli cortissimi.

La medaglia e la spilla della Missione Airone Quando la situazione è migliorata, ho incominciato ha pensare che la sua esperienza in Iraq potesse entrarci qualcosa. Fino ad allora era stata una corsa alla sopravvivenza, era già difficile per me stare al passo di Stefano.
Non potevo piangere, gli "amici" erano spariti, non potevo parlare con i figli, dovevo giocare e ridere e l'unico mio confidente, mio marito, non potevo scaricare le mie angosce a lui, tutto doveva apparire tranquillo.
Ho iniziato la mia ricerca, scoprendo che il prof. Nobile stava scrivendo un libro sull'Uranio Impoverito. Andai a parlare con lui, beh, sembrava dalle sue parole che fosse innocuo, come un aerosol, insomma non esisteva alcuna connessione tra l'Uranio Impoverito e il Linfoma.
Non ero convinta, c'era una domanda che mi tormentava: "Perché proprio a lui, marito ideale, padre perfetto". Non avevo mai acceso un PC, me lo sono comprato, e la prima ricerca fatta fu "Uranio impoverito".

Non potrei dirlo, ma è così evidente a chi dare la colpa. Tutto quello che stampavo lo facevo vedere a Stefano, ma dopo aver letto pochi fogli non ha voluto continuare.
Si è sentito tradito dallo stato, è andato in missione in nome della pace, ed è iniziata la sua guerra. Ho contattato il signor Accame, mi sono messa in contatto con altri ragazzi che avevano partecipato ad altre missioni, tutti malati, e abbandonati.
Uno di questi era stato nella stessa missione di mio marito, anche lui i primi sintomi nel 99, fece gli esami, non trovarono niente, e nel 2001 fu operato e gli fu diagnosticato un linfoma. Purtroppo non ce l'ha fatta, è mancato a luglio 2004, lasciando una giovane moglie e un bimbo di 2 anni.

Troppe coincidenze, questi ragazzi devono sapere i rischi che corrono partendo per le missioni, è un loro diritto. Chiedo di modificare una situazione inaccettabile, affinché i soldati non vengano definiti "i nostri ragazzi" finché consentono di fare bella figura all'Italia, smettendo di essere tali quando la malattia sopravanza.
Hanno fatto alcune interviste a Stefano, sono usciti degli articoli su quotidiani regionali, e sono successe cose strane. I giornalisti che hanno scritto gli articoli sono stati contattati da colleghi della tv di stato e privata, per invitare Stefano in alcuni programmi, a raccontare la sua storia, sono stati anche molto insistenti per avere il numero di telefono.
Ma a noi non ci ha mai chiamato nessuno, io mi sono fatta l'idea che non si vuole affrontare l'argomento, si preferisce vivere nella menzogna, per politica, per economia, ma non per morale.

Un'altra cosa strana è stata quando si è richiesto il foglio matricolare, un documento, e sottolineo documento personale, dove si trova date e storia di ogni singolo soldato. Il documento è arrivato ma guarda caso non risulta che Stefano sia stato in missione. E sempre per caso la stessa cosa è successa ad altri ragazzi, tutti con tumore. Quindi sono in difficoltà anche per richiedere la causa di servizio, visto che l'unico foglio che ho in possesso è un conteggio delle tasse, sullo stipendio della missione, ma anche se è su carta intestata "Ministero della Difesa" ed è specificato missione in Turchia con date dal al, e firmata, non viene ritenuta una prova che lui ha partecipato.

Tutte le foto che ha, la medaglia, niente, non valgono niente.
L'unica cosa che conta è l'attestato che dopo il trasloco non riusciamo a trovare. Senza considerare che per presentare la richiesta "causa di servizio" c'è tempo 6 mesi dalla comparsa della malattia, ma quando una persona lotta per la vita tutte le energie sono spese per la sopravvivenza, non si può pensare ad altro, quindi questa è sicuramente un'altra ingiustizia.

Scusami se mi sono dilungata troppo, ma non avevo mai raccontato tutta la nostra storia a nessuno, è stato quasi terapeutico per me, uno sfogo.
A presto, un abbraccio da Sonia, e grazie con tutto il cuore, per tutto quello che stai facendo per noi e per il mondo.

Sonia e Stefano
giovanso@libero.it

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